Non so bene come definire i tempi in cui viviamo. Mi pare però riduttivo definirli semplicemente tempi ‘di crisi’. Nel concreto, innanzitutto, penso che questo modo di dare una dimensione al disorientamento generale cui siamo sottoposti nel momento storico che ci vede presenti, sia manchevole sotto più profili; in particolare sembra non essere in grado di cogliere per intero la complessità e la profonda e preoccupante negatività di ciò che quotidianamente si verifica intorno a noi.
L’uomo dei nostri giorni, verrebbe da pensare, ha vinto la partita con il mito, tanto è diventato consapevole di se stesso e poi, con il passare dei secoli, sempre più spavaldo e spietato e meno incline alla comunanza e al rispetto che coinvolgono il prossimo in maniera disinteressata e a quel sentimento di solidarietà, amore e cura per l’uomo e per i molteplici aspetti che lo caratterizzano, che i romani dell’età repubblicana, ampliando il concetto di ‘pietas’ (‘nam meo iudicio pietas fundamentum est omnium virtutum’ sosteneva Cicerone) riassumevano con l’idea di ‘humanitas’.
Tale tendenza, assai diffusa ai nostri giorni, è riscontrabile molto facilmente nei rapporti e nelle relazioni intessute da ciascuno di noi in ogni momento nel lavoro, nella scuola e nel sociale in genere. Allo stesso modo l’uomo sembra aver dato scacco a quel sentimento spontaneo e immediato di stupore e di palpitante emozione di fronte alle cose nuove che aveva caratterizzato quell’insaziabile spirito di conoscenza che gli antichi greci chiamavano ‘paideia’ – formazione – ma intesa, questa, come processo di insegnamento volto alla acquisizione di una cultura che deve far parte in senso qualitativo di ogni percorso umano e di più intima realizzazione dell’uomo dotato di ‘humanitas’.
Di fronte all’affievolirsi del sentimento umanistico, dell’abnorme incrementarsi della società dei costumi, Pasolini prese posizione parlando addirittura di avvenuta mutazione antropologica all’interno della società italiana. Oggi viene rivalutata questa intuizione del poeta delle borgate romane. Non vi è più alcun dubbio a proposito del fatto che la società dei consumi ha radicalmente trasformato, certo non in meglio, il modo di vivere e di essere dell’uomo moderno.
Dal digradare spietato del sentimento umanistico all’affievolirsi dell’interesse per tutto ciò che è oggetto delle attività dell’uomo, in primo luogo per l’arte, il passo è breve. L’arte, che figura tra le più significative e le più dense di significato profondo prerogative ed abilità maturate da quello strano animale che è stato capace di inventare un linguaggio simbolico articolato per comunicare con i suoi simili e, conseguentemente, di utilizzarlo in modo esclusivo per fondare, modificare e trasmettere la propria cultura, appare, in tempi di grande frenesia dovuta alla mancanza di tempo, di feroce speculazione finanziaria e di insensibilità quasi istintiva nei confronti di qualsiasi cosa che non sia produzione, progettualità, denaro, sempre più trascurata.
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