
Quella di Favara è certamente una tragedia siciliana.
Tutti concordano che la morte di Chiara e Marianna Bellavia non è dovuta al destino cinico e baro, ma a una concatenazione di cause che molto hanno a che fare con l’ignavia degli amministratori e delle burocrazie preposte (di oggi e di ieri), con la frenesia costruttivista di governi e imprenditori che hanno abbandonato i centri storici siciliani al degrado, allo svuotamento, ai topi e agli immigrati più disperati.
Da anni, i nostri centri storici, in gran parte povera architettura contadina, continuano a crollare, a morire lentamente e nell’indifferenza generale. Solo in queste tragiche occasioni se ne parla, ma non troppo. Il tempo necessario per gli ipocriti cordogli ed esperire le tristi incombenze. Poi, con le vittime di turno si seppelliscono anche le cause che le hanno provocate.
Un rituale che si sta ripetendo anche per Favara, nonostante la rabbia dei cittadini e la forte presa di posizione della Chiesa locale, dei parroci favaresi e di mons. Montenegro che è giunto a rifiutarsi di celebrare i funerali delle due piccole vittime della strage “annunciata”.
Le responsabilità? Sicuramente tante e di diversa natura e caratura che si spera siano accertate, e perseguite, dalla magistratura.
Nell’attesa, la società, la politica, i governi regionale e locali, invece di far passerella dovrebbero interrogarsi sulla vastità e gravità del problema dei centri storici e provvedere di conseguenza.
Occorrono provvedimenti efficaci e finanziamenti certi. Questo è il punto ineludibile che da Favara si ripropone all’intera Sicilia, al Paese.
Non si può continuare con la vecchia, fallimentare politica di copertura e di legalizzazione dell’abusivismo e di pianificata distruzione dei centri storici.
La tecnica è nota ed è stata sperimentata a Palermo, fin dagli anni ‘60: non si interviene per lasciar marcire lentamente le case, gli edifici e spingere gli abitanti ad abbandonarli; indi si resta in attesa del crollo e della demolizione per far posto ai palazzi della speculazione in agguato. Se qualcuno, che non sa dove rifugiarsi, si ostina a restarvi rischia di essere seppellito sotto le macerie.
Un disegno cinico che si affida al tempo e agli elementi per lasciar morire i centri storici siciliani, anche pregiati, divenuti luoghi orripilanti, pericolosi da cui fuggire.
Un grave problema sociale e urbanistico che ostacola la rinascita delle nostre città, la crescita dell’economia e del turismo.
Al contrario, nelle regioni del centro-nord sono stati restaurati e trasformati in veri giacimenti culturali ad alta vivibilità, in una grande risorsa per il turismo.
Un altro divario che accusa i ceti politici e imprenditoriali dominanti, ai diversi livelli, che, a disastro avvenuto, non se la possono davvero cavare col cordoglio ipocrita di ministri, assessori e presidenti. Occorre cambiare decisamente metodi e indirizzi politici e programmatici.