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 Home page > Attualità > Economia > FMI: l’inverno dei nostri squilibri

FMI: l’inverno dei nostri squilibri

“Il respiro dell’autunno inizia a ghiacciare la strada”: con questa poetica citazione del poeta russo Alexander Pushkin la neo-presidente del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, ha sintetizzato la sua visione dell’economia globale, durante i lavori dell’assemblea annuale del Fondo. Guerre commerciali ed una politica monetaria che rischia di aver perso efficacia accumulando distorsioni sono al centro delle riflessioni globali. Che fare, per dirla con un conterraneo di Pushkin?

Ah, saperlo!, per rispondere al solito modo. Per il 2019 la stima di crescita globale del FMI è del 3%, in risalita al 3,2% nel 2020. Con questi numeri, preoccuparsi per un clima pre-recessivo globale parrebbe da squilibrati. Ma le cose non stanno così. Con un +2,5% mondiale il FMI parla di recessione perché quel numero include paesi che, per fase di sviluppo, hanno un tasso di crescita del Pil potenziale ben superiore.

Detto in altri termini, con una crescita mondiale del 2,5% si distrugge occupazione. Dopo questa premessa metodologica (necessariamente semplificata), veniamo a succo e polpa. Sappiamo che la manifattura globale sta vivendo una seria gelata, a causa della forte incertezza legata alle guerre commerciali, che inducono le aziende a tirare i remi in barca e mettere nel frigo i piani di investimento.

L’altro ritornello che leggiamo ed ascoltiamo in questi mesi è: “beh, la manifattura va male ma i servizi e l’occupazione vanno ancora più che discretamente, e le famiglie consumano”. Certo, ma per quanto ancora? Immaginare che la recessione di un comparto dell’economia, pur se “piccolo” in termini di valore aggiunto, possa restare confinato a quel comparto, è piuttosto velleitario.

L’altro punto fermo degli economisti è: “la politica monetaria a questi livelli di tassi negativi può ormai solo causare danni alla stabilità finanziaria, senza stimolare la crescita”. Io sono nessuno ma tenderei a concordare con questa considerazione, al punto in cui siamo arrivati.

E poi c’è l’eredità della lunghissima stagione di misure monetarie eccezionali. In primo luogo, l’accumulo di debito del settore privato. Molte aziende sono diventate e diventano zombie grazie ai tassi negativi, si dice. Condizioni finanziarie eccezionalmente lasche incentivano l’assunzione di rischi ed alimentano l’accumulo di vulnerabilità a livello aziendale, di interi settori produttivi e di paesi.

Basterebbe un rialzo anche minimo dei rendimenti di mercato, ad esempio causato da una improvvisa ricomparsa inflazionistica, magari alimentata dalle misure protezionistiche, per risvegliare il mercato dal suo irenico torpore e spingerlo a chiedere rendimenti ben più elevati, sia per compensare la crescita dei prezzi che l’accentuata incertezza, cioè il premio al rischio. E allora rischieremmo la catastrofe: molti zombie morirebbero, e anche male, portandosi dietro molti vivi.

O forse le banche centrali sarebbero indotte ad intervenire nuovamente, con ulteriori ribassi dei tassi e nuove misure non convenzionali fino al punto in cui gli agenti economici, privati ed imprese, verrebbero colti da una crisi di sfiducia esistenziale verso la fiat money.

Attenti: qui non mi sto divertendo a scrivere uno di quei post apocalittici che spesso potete leggere -altrove- su questi argomenti, e che di solito terminano con un bel “…allora comprate oro, bitcoin, fucili, generatori elettrici, gallette e creme spalmabili a lunghissima conservazione”. Sto semplicemente cercando di intravvedere cosa può attenderci in fondo a questo nebbioso braccio di mare.

La risposta delle grandi istituzioni economiche multilaterali, al momento, è del tipo: “se la politica monetaria è arrivata a fine corsa e sta accumulando squilibri, usiamo la politica fiscale”. In altri termini facciamo debito, finanziabile agli attuali ridicoli tassi reali, negativi quasi ovunque. Sembra l’uovo di Colombo. O un’avventura del Barone di Münchausen.

Ma siamo sicuri che sia davvero così semplice? E che di fronte a nuovo deficit e debito i mercati non vengano invece colti da quello stesso risveglio panicato descritto sopra, gonfiando in modo improvviso e violento il premio al rischio per detenere debito, pubblico o privato che sia?

In attesa di avere risposte a queste domande, ricordiamo che dal primo novembre alla guida della Bce arriva Christine Lagarde, e che il “partito dei falchi” ha già iniziato a sparare in aria per farsi sentire, approfittando anche del fatto che la nuova presidente dovrà avviare una review strategica dell’azione dell’istituto di Francoforte. Tra questi spari in aria mi hanno molto colpito le prese di posizione dei governatori delle banche centrali olandese ed austriaca, che in pratica sembrano rimettere in discussione, in attesa della review, l’obiettivo di un tasso di inflazione “inferiore, ma vicino al 2%”. Il cielo non pare rovinarci addosso se l’inflazione non arriva a quel livello, è la sintesi delle loro argomentazioni.

A ben pensarci, il mancato conseguimento di tale obiettivo può già oggi essere considerato come un fallimento della missione della Bce, e quindi un vulnus alla sua credibilità. Tanto più in quanto, con questi tassi negativi, non sappiamo quali sciagure ci piomberanno addosso, prima o poi.

Quindi, la situazione è la seguente: la perturbazione protezionistica sta portando il mondo ad arrestare la propria crescita; la politica monetaria rischia di creare nuove incertezze, anziché rimuoverle; quella fiscale è un gioco maledettamente cooperativo tra moltissimi attori, e comunque non è affatto detto che i rendimenti di mercato resterebbero poco variati in caso vi fosse un’improbabile ed epocale espansione fiscale globale e sincronizzata. Qualcuno potrebbe farsi molto male.

Quando i rendimenti risaliranno, per qualsivoglia motivazione, l’effetto rischia di essere devastante per un pianeta che non ha fatto che indebitarsi per effetto di tassi reali negativi o nulli, sulla base di giustificazioni del tipo “beh, sì, il rapporto debito-Pil o debito-Ebitda è molto alto ma l’incidenza dei costi per il servizio di quel debito è ridicolmente bassa, e quindi non c’è problema”. Miopia, portali via.

Magari non accadrà nulla di ciò. Magari la guerra protezionistica terminerà un bel mattino, gli investimenti riprenderanno, la crescita globale tornerà e permetterà di servire un debito elevato e di reggere la risalita dei rendimenti, che si realizzerà dolcemente e senza strappi. Oppure no.

L’unica certezza è che, nel frattempo, tra tutti questi squilibri, gli squilibrati italiani staranno accapigliandosi nella loro ennesima guerra di religione, dividendosi tra quanti pensano che la soglia del contante vada posta a mille, tremila, centomila o zero euro. Selezione naturale, pensaci tu. E sbrigati.

Foto: Pixabay

Questo articolo è stato pubblicato qui

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