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Ennio Flaiano: l’intellettuale che derideva la borghesia italiana

Nel quarantesimo anniversario della morte, ricordo di Ennio Flaiano, uno dei maggiori uomini di cultura del Secondo dopoguerra, ingiustamente dimenticato

Il 20 novembre 1972 moriva a Roma Ennio Flaiano, scrittore, sceneggiatore, umorista, nato a Pescara nel 1910. Riversò la sua acredine ne il Diario notturno, riuscendo, tuttavia, a temperarla con grazia e saggezza, una sorta di rassegnazione per le belle maniere delle quali, potendolo, avrebbe volentieri fatto a meno. E immensa fu la sua attività.

Era approdato nella Capitale in età giovanile. Ragazzino dodicenne, aveva viaggiato addirittura in compagnia degli squadristi durante la Marcia su Roma, descrivendo più tardi, con gusto, la variopinta masnada. Nelle narrazioni gustose di gente approssimativa, ma desiderosa di chissà quali riconoscimenti, Flaiano si rivelò un maestro. La sua ironia confinava spesso con il sarcasmo e solo una residua, estrema indulgenza gli impediva di affondare il bisturi nella carne molle della borghesia nostrana. I suoi aforismi riguardavano, sì, la società nella quale egli viveva, ma, appunto per il sormontare dell’indulgenza, sapevano andare oltre, abbracciando certa stupidità umana atemporale e trasversale.

Flaiano viveva principalmente di cinemanel cui ambito operava come abilesceneggiatore. Decine e decine i suoi contributi cinematografici, specie con Fellini, ma non solo. Nei confronti della “settima arte”, il Nostro nutriva amore e odio insieme. Le esigenze cinematografiche gli toglievano estro creativo e lo costringevano a essere schematico e, talvolta, grossolano. Il cinema non gli riconosceva il suo talento: Flaiano si sentiva un mestierante qualsiasi e, ovviamente, ne soffriva. Illuminante il trattamento che Fellini (o il produttore) una volta gli riservò durante un trasferimento, facendolo viaggiare in seconda classe. Fu un’umiliazione insopportabile e la dimostrazione che il suo lavoro era paragonabile a quello di un elettricista, o poco più. Il malumore di Flaiano si accentuò a causa delle disgraziein famiglia (la figlia cerebrolesa) e si manifestò con un’amarezza insanabile, trasformata in espressione dolente e acuta della condizione dell’umanità in generale.

Centrale, nella produzione letteraria di Flaianofu il suo "Diario notturno", testo che contiene il cammino intellettuale dello scrittore e che ne sottolinea i passi più importanti e significativi. Grande fu il suo scetticismo nei confronti della capacità borghese di evolversi intellettualmente e civilmente. Straordinaria la sua ironia sottotraccia che affondava come un bisturi nella carne viva dell’ignoranza e della presunzione. Imbattibile la denuncia dell’ingiusta prevaricazione che si compie quotidianamente a danno dell’impegno culturale: Flaiano era sconsolato, ma teneva virilmente la posizione e si batteva per una catarsi, anche se sapeva che mai sarebbe avvenuta con la borghesia italiana, ipocrita e selvaggia. Accettando un invito di Leo Longanesi, compose in soli tre mesi il suo unico romanzo, "Tempo di uccidere", vincitore poi di un premio prestigioso, lo Strega (nel 1947). Lo scrittore vi racconta una vicenda surreale e tragica che si conclude banalmente: il protagonistasi macera per quel che ha fatto, ma il suo dolore appare più una posa che un pentimento vero. Interessante è la morale di base, che Flaiano contrappone sgomento a una realtà in fondo cinica.

Lo scrittore pescarese (romano d’elezioneper quanto non amasse la Città Eterna) mise in scena anche opere teatrali ("Un marziano a Roma" è forse l’opera meglio riuscita), sempre con l’occhio rivolto alla satira. Cosi come satiriche furono le sue annotazioni di costume, raccolte nel volume Le ombre bianche. In quest’ultimo traspare una specie di cattiveria verso il prossimo, come se, a differenza dei suoi racconti, odiasse molto più di quanto amasse la gente e il mondo. Flaiano non sentiva di farparte della “moltitudine”, ma neppure si atteggiava a snob. La sua era un’intelligenza acuta e immediata, sorretta da una sensibilità ipercritica: nel cuore di tutto questo c’era la nobile visione di come la vita dovrebbe essere, di come l’uomo dovrebbe comportarsi. Il mondo, a suo avviso, aveva perso leambizioni aristocratiche, si era lasciato andare alla volgarità borghese, alla mentalità bottegaia, con l’affermarsi di mostri presuntuosi e incapaci. Flaiano riportava in letteratura ciò che viveva nel cinema: non dimentichiamo che era costretto a sceneggiature per un pubblico di bocca buona, soffocate da pretese che nulla avevano a che vedere con la cultura.

Flaiano si difendeva ricorrendo a espressioni quasi surreali e sulfuree, nelle quali la derisione del tutto suonava come rassegnazione al peggio. Tuttavia, in definitiva, si trattava di un peggio in qualche modo finto: la finzione nasceva dalla volontà dello scrittore di non prendere nulla sul serio, tranne la capacità di denunciare che niente è serio e di conviverci, in qualche modo. Il mondo, per Flaiano, non doveva essere oggetto di trascuratezza, ma di attenzione sottile e accurata, attraverso la partecipazione agli eventi, anche se volontariamente distaccata: fu questa forma di volontà a fare grande Flaiano. Essa fece vivere il nostro scrittore in una specie di acquario dall’acqua limpidissima, che gli consentìdi vedere tutto da una posizione in qualche modo privilegiata, ma che ne determinò anche l’impotenza.

Le immagini: Ennio Flaiano, in compagnia di Federico Fellini e di Anita Ekberg, sul set de La dolce vita, e la copertina di due edizioni di Diario Notturno.

Dario Lodi

(LucidaMente, anno VII, n. 83, dicembre 2012)

Questo articolo è stato pubblicato qui

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