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Egitto, democrazia sotto tutela

L’Occidente continua a vivere un momento di grande conflitto interiore: vorrebbe dare libertà e democrazia ad ogni persona in ogni luogo, ma non vorrebbe che questo gli si rivolgesse contro. La crisi economica e finanziaria nella quale versa l’Occidente ha evidenziato la fragilità della posizione egemonica dell’Europa nel bacino del Mediterraneo e i cambiamenti nell’emisfero arabo possono offrire l’occasione per rilanciare un patto di cooperazione e rinnovamento,

Con la democrazia ogni persona ha il desiderio di esprimere le proprie convinzioni e così da situazioni monolitiche si passa ad un proliferare di partiti e movimenti. Una frantumazione del panorama politico che favorisce le granitiche rappresentanze religiose rispetto alle istanze di laicità dalle molteplici sfumature.

Un banco di prova è rappresentato dall’Egitto dei religiosi e dei militari con una scena politica radicalizzata che non lascia spazio al popolo di piazza Tharir. Un’insoddisfazione popolare che ha preferito percorrere la via pilatesca del 51% di astensioni, non volendo consegnare l’Egitto a chi trae ispirazione dalla sharia o da chi promette ordine decretando la fine della rivoluzione. Tutto questo nonostante le assicurazioni di entrambi per un governo condiviso e la salvaguardia della rivoluzione.

Al risveglio egiziano è dedicato parte del numero monografico su La Primavera Araba de Il Calendario del Popolo, composto da riflessioni e interviste a persone conoscitrici del sud del Mediterraneo. In una situazione in continua evoluzione può essere un'occasione per capire le connessioni e le possibili diffidenze a tali cambiamenti, come quella di un Israele stretto tra la Siria e l’Egitto.

In Egitto hanno vinto gli islamisti, anche se non amati, con la speranza di dare un seguito alla rivoluzione. Una speranza che molti hanno creduto svanita nel caso di una vittoria Shafik. I generali sono stati accorti con il ridimensionato dei poteri presidenziali dopo aver fatto dichiarare dalla Corte Costituzionale, dopo sette mesi dalle elezioni parlamentari, incongruente la legge elettorale con la quale è stato eletto un terzo del Parlamento dichiarandola incostituzionale.

I generali egiziani non sono pronti a farsi da parte perché dovrebbero rinunciare non solo all’influenza nell’ambito militare, ma anche in quello economico e politico. Annunciano anche un loro ritiro a luglio ponendolo come condizione per lo svolgimento delle nuove elezioni ma solo dopo l’adozione della nuova costituzione.

I militari vogliono continuare ad essere protagonisti anche del nuovo Egitto, continuando a garantire la laicità dello Stato e ponendo di fatto sotto tutela la Democrazia, per poter così proseguire a controllare sia la produzione alimentare che quella militare.

È merito di una legislazione nebulosa se l’esercito si è potuto muovere rimanendo la chiave di volta del Paese. Una situazione che non può dispiacere a Hillary Clinton che davanti alle telecamere ammonisce indirettamente a non tornare indietro se i generali proseguono a vigilare sulla “stabilità” dell’Egitto, venendo così accusata e insultata dai laici delusi di aver appoggiato la candidatura di Morsi. È difficile anche solo sospettare che gli Stati Uniti possano promuovere un esponente dei Fratelli Mussulmani alla presidenza di uno Stato così strategico nell’area mediorientale, tutt'al più possono accettarlo a denti stretti, con tutto quello che ne consegue, compresa la libertà di velo delle giornaliste televisive. D'altronde gli Stati Uniti hanno dimostrato una certa elasticità nell’accettare le diverse visioni dei Diritti come per la Cina o per l’Arabia saudita.

Mohammed Morsi, nelle sue prime dichiarazioni da primo presidente eletto, afferma che l’Egitto terrà fede ai precedenti accordi internazionali. Questo anche per continuare a garantirsi i dollari statunitensi dando dimostrazione di pragmatismo nell’offrire una visione “equilibrata” tra religione e stato, tra libertà individuali e fede collettiva, ispirata all’esperienza turca.

Anche le lusinghe provenienti dal governo iraniano di un “risveglio islamico” sono state accettate diplomaticamente.

La strada turca dell’Egitto si limiti a coniugare islam e laicità, evitando di emularla nell’ambito delle restrizioni dei diritti civili con la detenzione di centinaia di giornalisti di entrambi i sessi nelle carceri per via delle loro poco gradite critiche.

Interessanti appaiono le anticipazioni sulla nuova Costituzione con il primo articolo redatto dall’Assemblea costituente che esalta l’Egitto come parte della nazione araba ed islamica con forti legami al continente africano e la proposta di sostituire l’ambigua terminologia di "segreti di Stato" dell'articolo 60 della Costituzione del 1971 con l'espressione "sicurezza nazionale".

Morsi era stato definito frettolosamente il signor nessuno, ma con le prime nomine, un cristiano copto e una donna vicepresidenti, dimostra pragmatismo e coraggio, non sufficiente a sfatare la sua immagine di fautore di una posizioni tradizionalista verso il mondo femminile. Il Presidente potrebbe riservare altre sorprese come la scelta del Premier tra gli esponenti “indipendenti” del livello di Mohamed El Baradei. Un rappresentante della teocrazia che affida a un laico la formazione di un governo. Per alcuni è un incubo, per altri si sta evitando la guerra civile.

L’Egitto è un banco di prova per un islamismo sorvegliato, mentre il Consiglio nazionale transitorio cerca di tenere la Libia in un ambito laico, cercando di arginare il fronte islamista vietando alle formazioni politiche basate su ispirazioni religiose di partecipare alle elezioni. Lo stesso divieto viene applicato ai partiti d’indirizzo regionale e tribale, con la speranza di smorzare gli spiriti indipendentisti della parte occidentale, ma più che il richiamo del gruppo è il non essere propensi a spartire i proventi petroliferi. Due realtà che lavorano in contrapposizione: l'Islam per unire e il business per dividere, ed operare contro la redistribuzione della ricchezza.

In Libia appaiono esaudite le preghiere dell’Occidente per un cambiamento moderato, nel solco della continuità, scongiurando una nuova scossa islamista. Con l' elezione a sorpresa di Mahmoud Jibril, ex premier del governo provvisorio del Comitato di Transizione nazionale e non estraneo al regime di Gheddafi, si è offerto un volto laico del risveglio arabo.

Per ora la sharia è tenuta lontana dai propositi governativi dal NFA (Nazional Force Alliance) di una sessantina di movimenti e partiti che hanno sostenuto Mahmoud Jibril, anche se può contare solo di 39 dei 80 seggi da assegnare ai partiti, solo il 20% di quelli complessivi. Il partito di riferimento dei Fratelli Musulmani si è fermato a quota 17 posti, ma il panorama parlamentare complessivo non è ancora ben delineato ed è sottoposto dalle scelte di schieramento dei 120 indipendenti.

La coalizione guidata da Mahmoud Jibril ha ottenuto una parziale vittoria legata non solo al tentativo di precludere la partecipazione a movimenti apertamente religiosi, ma a differenza della Tunisia e dell’Egitto, nella Libia di Gheddafi non vi era alcun spiraglio per esprimere le proprie idee. La Libia era una vera e propria dittatura, non una democrazia autoritaria con una parvenza di elezioni e la possibilità per l’opposizione di poter divulgare il proprio pensiero anche se solo nei caffè.

Credit Photo: ItaliaGlobale

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