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di enrico campofreda mercoledì 14 dicembre 2011 - 0 commento oknotizie
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Egitto alle urne, l’Islam politico cerca conferme e sfida i generali

Oggi che i cittadini di Giza vanno alle urne dire che l’enigmatica Sfinge tiene d’occhio il secondo turno del voto egiziano è solo un parziale eufemismo. Quelle attuali sono considerate le consultazioni maggiormente attendibili e libere della storia moderna del più popoloso Paese arabo. Il 52% dei votanti sugli oltre 42 milioni di aventi diritto sono finora una considerevole conferma partecipativa. Elezioni dense di suspance per il futuro della nazione, visti l’ampio successo al primo turno dell’islamismo politico e l’attuale braccio di ferro in corso coi militari da parte non solo del popolo di piazza Tahrir.

Oltre a Giza si voterà nei governatorati di Aswan, Sohag, Suez, Beheira, Ismailiya, Beni Suef, Sharqiya, Menoufiya, taluni sono distretti rurali con tradizione tribale, altri zone operaie. La terza e ultima fase di voto si terrà il prossimo 3 gennaio. Col 47% conseguito a fine novembre dal Partito della Libertà e Giustizia emanazione della Fratellanza Musulmana e il 21% del partito Al-Nour legato all’area salafita il volto elettorale egiziano ha preso una marcata fisionomia islamista. Le differenze fra le due formazioni sono consistenti, si dichiara moderata e aperta la prima, iper tradizionalista la seconda. Entrambe stabiliscono un profondo feeling con l’elettorato, anche giovanile, che rappresenta il 52,3% della popolazione. Nel Maghreb e Maresh solo Iraq (61%), Mauritania e Sudan (oltre il 59%) vantano una così elevata presenza di giovani nelle rispettive società.

Attesissima dunque la verifica nei menzionati distretti, in relazione alle ultime mosse “dell’istituzione” Scaf (Soupreme Council Armed Forces) con cui le due componenti dell’Islam politico si stanno misurando. Fra dialogo e tensioni i ruoli paiono ultimamente rovesciati coi fondamentalisti di Al-Nour più disponibili verso le scelte degli uomini di Tantawi.

Per fare un esempio prendiamo la vicenda del cosiddetto Consiglio Consultivo, istituito di recente dai militari per stabilire i princìpi della nuova Costituzione. I salafiti insieme agli aderenti al Blocco liberale del miliardario copto Naguib Sawiris hanno accettato di partecipare alla struttura, i Fratelli Musulmani no. Uno dei loro leader, Al-Beltagui, ha contestato il generale Mukthar che difende il Consiglio. Al-Beltagui sostiene che “spetta ai membri che il popolo sta scegliendo con le attuali elezioni formare la commissione preposta a scrivere la nuova Carta”. I Fratelli sono arrabbiatissimi e hanno scelto di boicottare l’iniziativa. Lo scontro coi militari potrebbe oggettivamente crescere se quest’ultimi non recederanno dall’idea di continuare a farsi garanti assoluti delle Istituzioni, Parlamento compreso. La potente lobby non sembra accettare la nuova composizione che per ora vede un considerevole en plein di deputati islamisti. Un atteggiamento difficilmente difendibile in un clima di ristabilita democrazia. L’esercito, che dal colpo di mano del 1952 con cui estromise la monarchia di Fārūq, è uno Stato nello Stato si considera depositario della laicità che l’islamismo avanzante potrebbe insidiare.


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