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 Home page > Attualità > Istruzione > Educatori sospesi e diritti lesi

Educatori sospesi e diritti lesi

Educatori assunti a tempo indetrminato ma sospesi senza stipendio e contributi per tre mesi l'anno.
 

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Petizione
Slogan degli educatori con sospensione

Lo slogan che apre il nostro gruppo chiuso su facebook e che pubblicizza la nostra petizione, “Educatore sospeso, diritto leso”, sintetizza il calvario che l’educatore occupato nei servizi scolastici e domiciliari, che gli enti affidano in appalto alle cooperative sociali, deve affrontare, ogni anno da metà giugno fino a metà settembre.

La sospensione è la spada di Damocle che giunge puntuale per tutti noi e che ci lascia senza stipendio, contributi,maternità, assegni familiari, malattia e altri diritti che per un lavoratore a tempo indeterminato si danno per scontati, ma che, per noi lavoratori part-time verticali ciclici non lo sono, in quanto ne godiamo solo per i periodi dell’anno in cui lavoriamo e si congelano per i restanti mesi, pur avendo un contratto a tempo indeterminato.

Ci siamo paragonati a lavoratori “usa e getta” che nel momento in cui serviamo veniamo “sbrinati” insieme ai nostri diritti e gettati nella mischia dei servizi sociali garantendo una professionalità alta.

In questi anni di duro lavoro ci siamo dovuti preoccupare, non solo di rendere meno difficoltoso l’inserimento nella società reale degli utenti che i servizi ci affidano, ma anche di tutelare i nostri diritti che vengono sempre di più assottigliati e messi in pericolo da enti pubblici che risparmiano sulla pelle di tali educatori.

Dal 1995 in poi una serie di circolari INPS e alcune sentenze di tribunali italiani hanno stabilito ondivaghe interpretazioni di alcuni diritti che ci spettano in quanto soggetti discriminati rispetto ai lavoratori full-time.

Ciò che la legge sui part-time non ha mai definito in maniera chiara veniva deciso su iniziativa di soggetti privati, i lavoratori, attraverso vertenze in tribunali, verso un soggetto pubblico, l’INPS, che dopo le sentenze a suo favore rispondeva con circolari, che contraevano i diritti dei lavoratori.

A tali ondivaghe decisioni ha messo fine la Corte Costituzionale, ritenendo che, data la continuità di contratto a tempo indeterminato, data la scelta volontaria di sottoscrivere un contratto part-time verticale e infine, data la certezza di riprendere l’attività lavorativa alla fine della sospensione e quindi la conseguente certezza di un reddito futuro, ai lavoratori sospesi ma non per cali momentanei delle forniture di lavoro, non spettava il diritto di chiedere una indennità di sospensione per i periodi non lavorati.

Ad oggi, a nessun part-time verticale ciclico, l’INPS riconosce una indennità per i mesi non lavorati per cui gli educatori e non solo, che hanno tale contratto, pur versando i contributi da anni, non hanno diritto ad un sostegno al reddito che possa alleviare la mancanza totale di reddito nei mesi di sospensione.

Inoltre nel contratto collettivo nazionale di lavoro, in base agli accordi tra le parti sociali, abbiamo anche perso la possibilità di avere un’integrazione al già magro reddito che possa compensare la mancanza di reddito nei mesi di sospensione, da avere nei mesi in cui lavoriamo.

Il reddito medio dei lavoratori del settore delle cooperative sociali è di circa mille euro netti, quando va bene e considerando che lavoriamo 9 mesi l’anno, raggiungiamo un reddito annuo netto di neppure 10mila euro, questo non ci permette di compensare la retribuzione che ci manca per i restanti tre mesi dell’anno. Mesi in cui bollette, rate del mutuo o affitto devono comunque essere pagati.

Nel 2010 si apre uno spiraglio attraverso la sentenza della Corte di Giustizia Europea, la quale afferma che il lavoratore part-time verticale ciclico non può essere discriminato rispetto ad un full-time.

Questa citando la clausola 4 dell’accordo quadro europeo sul lavoro a tempo parziale e allegato alla direttiva numero 81 sottoscritta dal governo italiano nel 1997, dichiara che nel conteggio dei contributi deve essere fatto prendendo come riferimento non i mesi lavorati effettivamente ma l’anno di lavoro.

Il giudice europeo ha ravvisato in Italia una discriminazione tra lavoratori full-time e part-time per la quale a parità di anni lavorati tra le due tipologie di contratto, i secondi avrebbero avuto un ammontare di contributi versati inferiore, ritardando in maniera significativa il raggiungimento dell’età pensionabile degli stessi.

Il Governo italiano e l’INPS richiamati ad ottemperare alla eliminazione di tale discriminazione a tutt’oggi non hanno dato soluzione al problema dichiarando che comunque per tali lavoratori c’è sempre la possibilità di versare dei contributi volontari per integrare i mesi non lavorati, come se i lavoratori part-time si possano permettere di auto versarsi i contributi e che non essendo in presenza di reddito perché tali lavoratori risultano sospesi non possono essere versati i contributi in quanto manca il presupposto su cui calcolarli. Un gioco a scarica barile inaccettabile.

Nel 2014 il Movimento 5 Stelle ha proposto al Senato e poi alla Camera, in base alla direttiva europea sopra citata, in virtù del rispetto della clausola di non discriminazione tra full-time e part-time, un emendamento alla legge sull’indennità di disoccupazione, che potesse permettere ai part-time verticali ciclici di accedere al sostegno al reddito nei mesi di sospensione, allegando tale emendamento al decreto “sblocca Italia”, ma tale modifica è stata bocciata in Commissione lavoro al Senato e dichiarata inammissibile nella omologa Commissione alla Camera.

Nel dicembre 2015 la Corte di Cassazione con sentenza civile n 24532 dichiara che il lavoratore part-time ciclico in base alla direttiva europea sulla non discriminazione dei part-time rispetto ai full-time ha diritto ai contributi in base agli anni lavorati e non ai mesi effettivi di lavoro, prendendo così come riferimento significativo per il calcolo dei contributi non i mesi di lavoro, ma l’anno di lavoro così da non creare disparità di trattamento e condanna l’inps al pagamento dei contributi non versati.

Ecco l’obiettivo della nostra petizione, portare nuovamente all’attenzione del Parlamento italiano il problema della discriminazione che stiamo subendo e poter riformare la legge di accesso alla indennità per mancanza di reddito nei periodi di sospensione e porre mano ad una riforma della tipologia contrattuale che ci permetta di vedere versati i contributi per l’intero anno e non solo per i mesi effettivamente lavorati.

Non c’è un numero massimo di firme da raggiungere per presentare al Senato la nostra petizione, ma visto che i part-time verticali ciclici in Italia sono circa 375 mila, parola del ministro Poletti, distribuiti nei più svariati settori di lavoro, vorremmo coinvolgere nella nostra battaglia di difesa dei nostri diritti, il più alto numero di lavoratori possibile, i loro familiari, gli amici e gli utenti del settore sociale e le loro famiglie.

Il raggiungimento del rispetto dei nostri diritti sarà una ulteriore garanzia sulla professionalità, già alta della nostra categoria, perché la serenità economica, ci possa permettere oltre al raggiungimento dell’obiettivo di una vita dignitosa, una serena formazione e un periodo di recupero dallo stress di un lavoro a contatto con il disagio mentale, sociale e psichico che in alcuni casi ci priva di godere a pieno della nostra vita privata familiare.

La petizione la trovate qui

  

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