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Ecuador: la rivolta dei sussidi ed i problemi che restano

Torno ad occuparmi dell’Ecuador, dopo che il governo del presidente Lenin Moreno (nella foto) si è rimangiato un pacchetto di misure che azzerava i sussidi su elettricità e combustibili, e dopo undici giorni di sollevazione popolare guidata dalle popolazioni indigene. In attesa della modifica al decreto, vediamo che ha fatto Moreno per causare la rivolta.

Il contesto: l’Ecuador non ha una propria moneta, spazzata via vent’anni addietro da un episodio di iperinflazione. L’economia del paese è quindi dollarizzata, e questo impone una vera e propria camicia di forza alla politica economica.

L’antefatto: durante la presidenza di Rafael Correa, satrapo marxista dello stesso ceppo virale di Nicolas Maduro ma anche dei regimi di CubaNicaragua e Bolivia, e che ora vive in Belgio in “esilio” per evitare l’arresto in patria per corruzione, l’Ecuador si è pesantemente indebitato sui mercati finanziari internazionali, per ricostituire riserve in valuta. Una sequenza che ricorda quella di Mauricio Macri in Argentina, almeno in prima approssimazione. I mercati avevano fame di rendimenti e hanno deciso di rimuovere la memoria dei default opportunistici teorizzati e praticati da Correa, sottoscrivendo bond in dollari con rendimento a doppia cifra.

Nel 2016, il crollo dei prezzi del greggio ha messo nei guai l’Ecuador, la cui dollarizzazione impedisce svalutazioni competitive. Non solo: il rafforzamento del biglietto verde ha stretto il cappio al collo del paese. Correa ha cercato di preservare il livello di riserve stringendo contratti con la nota Onlus planetaria delle autocrazie sudamericane, la Cina, attraverso contratti di dollari contro petrolio. Si chiama comunque debito, però.

Con la presidenza Moreno i nodi sono giunti al pettine, e con essi è arrivato pure il Fondo Monetario Internazionale, che lo scorso marzo ha erogato un prestito di 4,2 miliardi di dollari, al tasso d’interesse del 5% e scadenze fino a trent’anni, parte di un pacchetto da 10 miliardi garantito da un gruppo di prestatori multilaterali.

Con quali obiettivi? Essenzialmente, quelli di creare riserve valutarie “vere” e non frutto di debito estero. Perché, vedete, non è che ci siano molte alternative, in situazioni del genere. Distruggi la domanda interna, vai in surplus delle partite correnti e ripaghi il debito estero. Tutto lì, non servono scienziati. I target fissati dal FMI per l’Ecuador sono un avanzo annuo pari al 3,8% del Pil nel 2020, e portare il debito-Pil dal 46,1 del 2018 al 36,6 del 2023.

L’aspetto delicato è quello di fare austerità preservando gli strati più deboli della popolazione, come sempre. Perché, come accade anche in Argentina ed altrove, una importante fetta di deficit è spesa in sussidi per elettricità, combustibili e carburanti, che in Ecuador esistono dal 1974 e lo scorso anno sono costati 1,3 miliardi di dollari e rappresentano circa il 5% del bilancio pubblico. Si stima che, tra il 2005 ed il 2018 il costo di questi sussidi sia stato pari a 44 miliardi di dollari.

Moreno aveva promesso di portare l’Iva dal 12 al 15% ma, forse per evitare trappole in parlamento, ha scelto di azzerare per decreto i sussidi su gasolio e benzina, a decorrere dal 2 ottobre. Questo ha causato il raddoppio dei prezzi del gasolio e l’aumento del 25% di quelli della benzina, e l’inevitabile rivolta popolare.

Ma nel pacchetto c’erano anche altre misure, che vi segnalo per curiosità. Ad esempio, ferie ai dipendenti pubblici dimezzate da 30 a 15 giorni l’anno; mancato rinnovo per il 20% dei contratti a termine nella pubblica amministrazione; un giorno di retribuzione in meno per i dipendenti delle aziende pubbliche.

La contropartita era data da riduzioni di imposte sulle piccole e medie imprese, il dimezzamento delle tasse sulle importazioni di materie prime e fattori produttivi, la riduzione di quelle sulle auto di valore inferiore a 32.000 dollari e l’azzeramento dei dazi sull’import di tecnologia. Nel frattempo, per recuperare valuta, la compagnia petrolifera nazionale (mezzo milione di barili annui) ha annunciato l’uscita dall’Opec con decorrenza il prossimo primo gennaio.

Dopo aver spostato il governo dalla capitale Quito a Guayaquil, sulla costa, e dopo l’insurrezione popolare, guidata da sindacati e dalla Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador (CONAIE), Moreno ha ritirato il decreto, per riscriverlo. Ma, come sempre in questi casi, i salottini de sinistra di casa nostra suggeranno nuova linfa recriminando contro l'”imperialismo” del FMI.

Vedremo come finirà ma una cosa vorrei segnalarvi, cari lettori. Parliamo del paese che da noi in Italia è stato indicato come modello dall’anziano ex comico che si eleva a capo spirituale di un movimento che fa riferimento (culturale, ovviamente) ad una srl di Milano. Il sopracitato ex comico, anni addietro, quando voleva il referendum per uscire dall’euro (bei ricordi!), citava l’Ecuador come modello di sovranità, sia pure dollarizzata, e di ripudio del “debito odioso”.

L’Italia continua quindi a produrre comici, che sfruttano la devastante ignoranza del popolo sovranamente bue, nell’inesausta ricerca di “modelli” esteri a cui ispirarsi, meglio se falliti. E se da noi c’è ampia domanda di fiabe idiote, è giusto che il “mercato” della politica la soddisfi. Gli esiti di più lungo termine sono sotto gli occhi di chiunque sia dotato di un quoziente intellettivo un filo superiore a quello dei primati.

Foto: Pixabay

Questo articolo è stato pubblicato qui

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