Ripropongo di seguito il mio articolo Economia politica dello stupro (che riprende il titolo di un post scritto nel blog Marginalia qualche tempo fa) pubblicato sul numero dell’8 marzo del settimanale Umanità Nova, all’interno di un dossier che, se vi siete pers* il numero, potete leggere on line sul sito della rivista.
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Di fronte agli stupri di queste ultime settimane accompagnati dal vergognoso rito delle strumentalizzazioni in chiave "anti-immigrati" e "sicurezza" (e con il solito contorno di decreti legge urgenti e istituzione di ronde fasciste), mi chiedo se siamo condannate alla ripetizione, una ripetizione oramai logorante e che sembra smentire quel repetita iuvant che tante volte in questi anni mi sono ripetuta (ci siamo ripetute).
Mi chiedo (con molta rabbia e nessuna rassegnazione): quante volte ancora sarà necessario denunciare quella che definisco economia politica dello stupro? Perché, purtroppo, lo sappiamo: la storia non è nuova.
Ne parlava già Angela Davis più di vent’anni fa in Sex, Race and Class, quando denunciava l’uso del “mito dello stupratore nero” nell’America razzista dei linciaggi e della supremazia bianca. Ma forse potrebbe tornarci utile cominciare a ricostruire, anche solo per frammenti, la storia della versione italica del mito.
Il 30 ottobre 2007, a Roma, una donna viene brutalmente aggredita, picchiata e stuprata. La donna, Giovanna Reggiani, morirà, senza riprendere conoscenza, qualche giorno dopo, mentre lo stupratore, Romulus Mailat, sarà in seguito condannato a 29 anni di carcere.
Basta dare un’occhiata ai dati Istat 2007 (che, con variazioni minime, sono validi a tutt’oggi), per avere conferma che questo episodio, seppur terribile, non rappresenta un’eccezione: in Italia, patria dell’amor cortese e del delitto d’onore, milioni di donne sono vittime di gravi violenze fisiche e psicologiche fino all’omicidio e circa 200 al giorno sono gli stupri (o tentati stupri) che si consumano nell’assordante silenzio e indifferenza dei media mainstream e dei poteri pubblici e politici.
Eppure intorno a questa vicenda si scatena immediatamente un’imponente campagna mediatica e politica che dura molte settimane, al punto che il nome di Giovanna Reggiani (insieme forse a quello di Hina Salem) diviene uno dei pochi nomi di donne vittime di violenza sessuale entrati nella memoria collettiva. Non credo sia superfluo chiedersi perché.
La risposta è brutale: a differenza di centinaia di altri episodi che non hanno meritato neanche un trafiletto, questo ha come “protagonisti” un uomo e una donna dalla “pelle giusta”, per dirla con il titolo di un libro di Paola Tabet. Giovanna Reggiani è la vittima perfetta (italiana, moglie e lavoratrice esemplare, tra l’altro attiva nel volontariato cattolico) così come Romulus Mailat è lo stupratore perfetto: è nel “nostro” paese illegalmente, vive in una baracca sepolto dall’immondizia, dedito al furto, è un cittadino rumeno di etnia rom, o meglio (o forse, strumentalmente, soprattutto) un “romeno” come viene prontamente ribattezzato dalla maggior parte della stampa (che svela profonda ignoranza: perché se molti rom hanno la cittadinanza rumena, ve ne sono anche di macedoni, kosovari e serbi ma la maggioranza dei rom è costituita da italiani, proprio come le vittime dell’assalto compiuto dalla cosiddetta Banda della Uno Bianca al campo nomadi di via Gobetti).