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 Home page > Tribuna Libera > Dovunque il guardo giro, immenso dio ti vedo

Dovunque il guardo giro, immenso dio ti vedo

Non giuro sulla precisione dell’enunciato, le reminiscenze sono veramente remote, risalendo ai tempi della mia prima giovinezza. Di primo acchito, potrebbe apparire che sul mio capo e nel mio animo si sia all’improvviso ed eccezionalmente riversato un immenso e intenso flusso di misticismo e di acceso spirito pseudo religioso, da indurre gli occhi a orientarsi in una sorta di muta orazione verso l’Alto.

 In realtà, non mi trovo propriamente a tal punto, giacché il clima di suggestione che inequivocabilmente imprime input e accompagnamento ai presenti pensieri e alla penna che scorre, traendone l’umore, per la scrittura, un rigo dopo l’altro, proviene, come mi accade in genere, dalle immagini indicative e toccanti, magnifiche in un sol termine, che la natura, posta intorno, mi porge, avvolgendomi, e, insieme, dalla memoria di contingenze emotive, ricordi, luoghi, persone e azioni, riconducibili al passato, vuoi non antico bensì recente, vuoi lontanissimo.

Cosicché, per riportare i miei sentimenti di narratore su un piano più concreto, laico e di reale materialità, mi viene di integrare l’abbozzata affermazione del titolo con un ulteriore assunto: ”E Ti ringrazio per la specialissima patria che ti sei compiaciuto di riservarmi, l’eccezionale e unica Italia, da cui, in qualsivoglia mutevole condizione e/o sentire interiore, mi sembra d’essere abbracciato, tenuto per mano e guidato ai fini dello scorrere delle mie quotidianità, delle stagioni, dei lustri e decenni ormai copiosamente a poco a poco da me attraversati”.

° ° ° Non sempre ce ne avvediamo, cioè a dire siamo consapevoli che si tratta di un autentico tesoro e privilegio, una particolare fortuna, aver trovato radici nella magnifica penisola, intrisa di magia multiforme a tutte le latitudini e nelle variegate conformazioni che la caratterizzano: mari, montagne, laghi, fiumi, distese verdi, pianure di terra rossa dardeggiate dal sole, cieli splendenti sotto i raggi forti oppure ricchi di lumicini luccicanti al crepuscolo e durante la notte sino ai primi chiarori mattutini.

Un incanto a tutte le ore è dato agevolmente di annotare. Così, i cunei d’ombra delle vicende d’ogni giorno, delle miserie, carenze e difficoltà, arriviamo a osservarle e a viverle in un’ottica diversa, non sottovalutandole e ignorandole e, però, inserendole in sentimenti e ansie di valutata fiducia e speranza. Più che un saliscendi o alternarsi di siffatto genere d’approcci di positiva attesa e di fiducia, è una costante che ci consente di andare avanti, piccoli protagonisti attivi e propositivi nelle evenienze d’ogni genere, pur, beninteso, in proporzione al nostro povero e limitato concorso individuale, in direzione del processo tendente ad affrontarle e, possibilmente, valorizzandole a pro di utili sbocchi ed effetti. Ciò, si verifica anche nelle sfaccettature di minor rilievo che scorrono sui calendari. Non è determinante la vastità del quadro d’insieme e delle vicende, quanto, al contrario, conta l’intensità che poniamo non nostro ruolo e contributo da agenti.

° ° ° Sabato scorso, nel raggiungere la meta della breve parentesi di vacanza che sto godendomi sul sabbioso litorale di Marina di Camerota, nel Cilento, ho ripercorso, con intensità e trasporto affettivo fortemente radicato, l’itinerario “del tabacco”, fatto di una serie di vie e contrade, nell’agro Materano, già a lungo coperto da centinaia, meglio migliaia, di miei compaesani intorno alla metà del secolo e del millennio andati. Allorquando soggiorno in Salento, nella natia Marittima e a Castro, le immagini e i pensieri vaganti nella mente e nell’interiore sentire concernono, specialmente, quello speciale tratto di mare, ivi comprese le sponde di fronte, relative al Paese delle Aquile e alla Grecia, rievocano i passaggi e arrivi, in secoli lontani, di navigli stranieri, a cominciare dai mitici legni di Enea, sino alle galee di pirati e alle flotte ottomane che, purtroppo, si resero protagoniste anche di saccheggi, distruzioni ed eccidi.

Dal luogo in cui in questo momento mi trovo, vengono invece ad accostarsi, in veste di ricordi, i due viaggi in treno, alla fine delle Elementari, accompagnato da mio padre, da Marittima/Lecce sino ad Anagni, nella prospettiva di un’esperienza da convittore, in effetti mai concretatasi. Come se si trattasse di ieri, riecheggiano le arringhe dei venditori di bottigliette di liquore “Strega” e di torroni di Benevento durante il passaggio, con sosta, del convoglio per quella stazione ferroviaria e, ancora, si staglia nitida la discesa, per cambiare tratta sino alla destinazione finale, nel successivo scalo di Caserta.

Abbinati e contemporanei a quella “avventura”, i ricordi della scomparsa del famoso filosofo Benedetto Croce e la prematura fine, per via di un incidente, di Luce, un giovane ventenne marittimese, primo cugino di mia madre, militare volontario specializzato dell’Esercito Italiano, in servizio a Pieve di Cento. Stamani, all’atto e nel corso di un’uscita in barca a vela da componente di un piccolo equipaggio di villeggianti, fra le manovre, ho avuto agio di intessere una serie di colloqui e scambi, con richiami, ad esempio, di esperienze romane, ambiente per me, in certo qual modo, familiare, di fatti e usanze milanesi, come pure di realtà montane: per citare, Val di Sole, Ortles, Cevedale, Adamello, torrente Noce e rafting, una specie di bagno di conoscenze e consuetudini visive e di approccio diffuso, che mi è successo di concedermi nei tempi passati, l’ultima volta, nello scorso settembre, a Peio. Ideale consacrazione di variegati insiemi e colori di vita, ispirati, alla ver fonte, dalla mano di un unico autore. 

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