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Disneyland finanziaria

di Mario Seminerio - © LiberoMercato

Come uno stillicidio, la stampa statunitense riporta ormai su base settimanale le evidenze aneddotiche della grande abbuffata di credito facile che ha portato il paese sull’orlo della bancarotta. L’ultima storia è quella, raccontata domenica dal New York Times, di Washington Mutual, la banca di Seattle che, al culmine della propria espansione, apriva sportelli al passo di una catena di fast food, ed i cui manager si impasticcavano di metamfetamine per reggere il passo delle domande di mutuo, accolte sulla base di una semplice autocertificazione di reddito e patrimonio. E’ un vero articolo di costume, quello del New York Times, il costume di un’epoca: insegnanti che dichiaravano lo stipendio di broker di borsa, baby sitter che millantavano il reddito di presidi di college, un giardiniere con reddito mensile di 12.000 dollari.

Persino il cantante folkloristico messicano, immortalato in un costume caratteristico, la cui foto è andata ad alimentare la pratica di credito. Bastava il numero di iscrizione alla Social Security e l’autocertificazione, ed i soldi piovevano copiosi. Oggi Washington Mutual, rilevata in settembre per 1,9 miliardi di dollari da JPMorgan ma di fatto grazie ad un’erogazione pubblica di 26 miliardi, si ritrova con crediti inesigibili per 11,5 miliardi di dollari, il triplo dell’anno precedente, dopo l’operazione-verità che ha fatto emergere una realtà fatta di denaro regalato e totale deserto di controlli. Ma, come spesso accaduto in queste spettacolari implosioni, l’ex capo-azienda, Kerry Killinger, defenestrato a settembre, si gode gli oltre cento milioni di dollari accumulati in anni di espansione aggressiva e basata sul nulla. Per lui nessuna revocatoria.

I vecchi azionisti, spazzati via dal salvataggio, sono pronti alla class action, ma solo ora che si sono scoperti poveri. Quando la banca regalava una crescita extraterrestre, con annessi dividendi e capital gain, a nessuno veniva in mente che potesse esservi qualche problema di crescita drogata. Anche nel senso letterale del termine, viste le abitudini dei suoi manager. I dipendenti sapevano ma non potevano ribellarsi, un po’ come accaduto da noi, alla periferia dell’impero, con mutui camuffati da piani di risparmio o derivati su tassi e valute venduti a piccoli imprenditori ed enti locali, creduli per colpa o per dolo. A Washington Mutual c’erano anche gli slogan: “Il potere del si”, e soprattutto “Una pratica sottile è una buona pratica”, cioè pochi dati a supporto dell’istruttoria di fido, invariabilmente destinata ad andare a buon fine. Un mutuo o un finanziamento non si negava a nessuno, ma proprio a nessuno.

E così, mentre oggi alcuni dotti politologi puntano il dito sui crediti agevolati erogati alle aree depresse ed alle minoranze, il cui tasso di insolvenza è invece rimasto costante nel tempo e del tutto irrilevante nel girone infernale dei subprime, ecco che la verità emerge inesorabilmente. Le minoranze erano coinvolte, ma non a seguito del Community Reinvestment Act o di qualche altra disposizione legislativa di pari opportunità. Spesso, i venditori di Washington Mutual (e degli altri prestatori), approfittavano della scarsa dimestichezza con l’inglese delle minoranze ispaniche per fare sottoscrivere contratti di mutuo del tipo ARM, Adjustable Rate Mortgage, una formula che applica un tasso iniziale molto basso (il cosiddetto tasso-civetta), ma dietro tale tasso accumula debito in conto capitale, in una giostra infernale fino al definitivo reset della rata, che si allinea al mercato su un debito nel frattempo lievitato oltre ogni limite.

E’ una specie di sogno americano trasformatosi in credito: la “ricerca della felicità” attraverso un mutuo, concesso senza fare troppe domande. La versione deformata della “Società dei proprietari” di cui il presidente George W.Bush è andato (anche giustamente) fiero negli otto anni del suo mandato. Ecco tornare il mito dell’eccezionalismo americano, quel “we deserve” (ce lo meritiamo), che si è declinato in una gigantesca truffa, durata almeno un decennio. Truffa su cui il regolatore bancario federale ha chiuso entrambi gli occhi. Alan Greenspan, titolare di quel ruolo, ha preferito professare la propria fede nei credit scoring automatici, i punteggi di credito che avrebbero garantito l’equilibrio del mondo e del capitalismo finanziario d’America. Vale la pena riprodurre integralmente quanto da egli dichiarato l’8 aprile 2005, durante una delle sue oracolari audizioni al Congresso, quelle il cui testo veniva vivisezionato dagli analisti, moderni aruspici pronti a dare il via libera a nuove raccomandazioni di acquisto:

“Con questi avanzamenti nella tecnologia, i prestatori si sono avvantaggiati dei modelli di credit-scoring ed altre tecniche per concedere credito in modo efficiente ad un più ampio spettro di consumatori. La diffusa adozione di questi modelli ha ridotto i costi di valutazione del merito di credito dei debitori, ed in mercati competitivi le riduzioni di costo tendono ad essere trasferite ai debitori. Mentre un tempo si sarebbe semplicemente negato il credito ai richiedenti marginali, i prestatori sono oggi in grado di valutare in modo molto efficiente i rischi posti dai richiedenti, e di prezzare il rischio in modo appropriato. Questi miglioramenti hanno condotto alla rapida crescita dei prestiti subprime; infatti, oggi i prestiti subprime rappresentano circa il 10 per cento di tutti i mutui in essere, rispetto all’1-2 per cento di inizio anni Novanta”.

Parole profetiche: tutto calcolato, in senso letterale. Bernie Madoff o Washington Mutual, fa poca differenza: si è trattato di una gigantesca truffa, ordita da una élite di manager che rispondevano ad un sistema di incentivi perversi, difendendone la conservazione con una pioggia di denaro di lobbying su Congresso e regolatori. E se qualcosa iniziava a scricchiolare, nessun problema: c’era la Fed con il suo credito lasco e le sue motivazioni di rischio sistemico da contrastare con ogni mezzo, il nuovo mantra di un’unica e gigantesca catena di Ponzi di cui di Bernie Madoff è stato solo l’ultimo dettaglio, il più eclatante e visibile. Anche in questo caso, nessun controllo della Sec: un revisore ottuagenario che vive una dorata pensione al tepore della Florida, un contabile prestanome che da solo controlla un gigante della consulenza, lavorando da un mini appartamento di quattro metri per sei. E’ il sogno americano dell’eterna primavera finanziaria, i giorni di pioggia erano stati aboliti, la Dichiarazione di Indipendenza finalmente realizzata su questa terra, la felicità raggiunta. Una gigantesca Disneyland a cielo aperto, che a noi che da sempre amiamo l’America ed i suoi miti di autorealizzazione e responsabilità individuale fa un’enorme tristezza mista a rabbia.

Errori da inadeguata modellizzazione del rischio, da assenza di idonea regolazione, da comportamenti esplicitamente fraudolenti, da relazione tra principale ed agente, hanno interagito fino all’esito finale della bancarotta d’America. Quello che è peggio, è che la crisi non ha distrutto solo le infrastrutture finanziarie, ma soprattutto il fondamentale patrimonio intangibile dell’architettura informativa del mercato, su cui poggia la fiducia degli investitori. Fino a quando tale fondamentale fiducia sarà stata ripristinata, con un nuovo profilo di regolazione, ma anche con la rinascita dell’etica degli affari e dello “spirito del capitalismo” di cui scriveva Weber, il sistema continuerà ad operare in un limbo, e ben al di sotto del proprio potenziale.

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