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Differenti per lingua e non per razze

Ciascuno è meno straniero all’altro se ne condivide il codice linguistico. Le paure, le resistenze, le diffidenze si infrangono con la possibilità di dialogo.

In un recente ed ennesimo riafforamento del tema, genetista Luca Cavalli-Sforza ha demolito i fondamenti biologici del concetto di razza e d’altra parte esso era stato smentito già negli anni Sessanta dal genetista Richard Lewontin. Eppure, quando gli chiesero se lui credesse nella razza, la sua risposta fu: «Certo, le razze esistono». Salvo poi indicarsi la testa e aggiungere: «sono tutte quante qui». Faceva riferimento, ovviamente, all’immaginario culturale: l’unico “luogo” dove le differenze tra le diverse popolazioni umane vengono prese ancora sul serio.

Oggi sappiamo, biologicamente e antropologicamente, che parlare di razza come di qualcosa di non contaminato è un assoluto controsenso, perché nulla di puro esiste al mondo: tutto è misto, meticcio, ibrido. Animali, piante, lingue, popoli. Esistono, quindi, «gruppi etnici», storie di popoli, comportamenti e consuetudini culturali, non «razze». Questa costruzione può al massimo essere riprodotta nei discorsi da bar, ma in realtà è sorta in epoca recente per necessità politiche nel mondo coloniale, a giustificazione del trattamento riservato alle popolazioni africane deportate negli Stati Uniti per ridurle in schiavitù: il più potente motore della nuova economia coloniale doveva trovare nell’inferiorità razziale una sua compatibilità con le leggi della natura e della morale.

Le sorti del Novecento non sono state “magnifiche e progressive”, proprio perché il secolo è stato contrassegnato dai concetti di razzismo, di antisemitismo, di pulizia etnica e il secolo incipiente non sembra essere da meno.

Sebbene il concetto di razza non abbia alcun fondamento scientifico, la contrapposizione tra i popoli è sempre esistita, sebbene non si sia basata sul colore della pelle, sulla forma degli occhi, sulle misure e le proporzioni del corpo, bensì sulle differenze linguistiche.

La porta del cielo si chiude, si abbatte e genera la confusione di Babele: se per il 99,5% siamo tutti geneticamente identici, non così per la varietà linguistica grazie alla quale mappiamo e interpretiamo il mondo. Per diventare come Dio, l’umanità viene punita a vedersi diversa da sé e tale diversità passa da confini linguistici che diventano confini mentali.

Il primo esempio di questa differenza è narrato in un famoso passo della Bibbia in cui si racconta dello stratagemma che segnò l’esito della battaglia fra Galaad e Efraim, due tribù di Israele. Gli uomini di Galaad controllavano i guadi del fiume Giordano e, per individuare i loro nemici, ed impedire così che lo attraversassero, chiedevano, a chi dichiarava di non essere un Efraimita, di pronunciare la parola ebraica shibbolet. Gli Efraimiti, incapaci di pronunciare il suono sc, dicevano sibbolet e così venivano scoperti e quindi uccisi. Per la prima volta una differenza fonologica venne usata per diagnosticare la provenienza geografica e, conseguentemente, il nemico, l’altro da sé.

Barbaro, prima di significare “incivile”, era per i greci del V secolo a.C. colui che – soprattutto di provenienza orientale – non parlava greco, che si esprimeva in modo incomprensibile, come balbettando. Tale incomunicabilità generava una frattura e ancora oggi quando indichiamo la stirpe dei berberi (e la corrispondente regione della Berberia o Barberia) non facciamo che riprodurre il verbo greco barbarìzein “parlare come i barbari”. Tale atteggiamento si scatenerà anche contro altri popoli: per connotare negativamente i germani si dirà parlare ostrogoto e, quanto al mondo islamico, parlare turco, parlare arabo.

Un altro evento a noi geograficamente vicino, ebbe inizio in virtù di una differenza linguistica: a Palermo, il lunedì di Pasqua del 1282, sul sagrato della chiesa dello Spirito Santo, allora della funzione del Vespro, un soldato francese, col pretesto di una perquisizione corporale, mise le mani addosso ad una giovane nobile siciliana, accompagnata dal marito. In segno di reazione a quell’offesa lo sposo sottrasse la spada al soldato francese e lo uccise, dando così il via alla rivolta passata alla storia come i Vespri siciliani. Secondo un’antica leggenda, per individuare i francesi che tentavano di camuffarsi fra la popolazione, i siciliani, come i Galaaditi della Bibbia, ricorsero ad uno shibboleth: mostrando dei ceci (cìciri in siciliano), chiedevano di pronunziarne il nome. I francesi, tradendo la loro nazionalità, pronunciavano scisciri e così, una volta individuati, furono uccisi.

La lingua degli altri non è soltanto diversa è anche brutta, inadatta ad esprimere pensieri nobili, animalesca (il padre Bouhours diceva che i tedeschi ragliassero). Quando Cristoforo Colombo, tornando dal Nuovo Mondo, imbarcò alcuni indios scrisse sul suo diario di bordo che li avrebbe condotti in Spagna «perché apprendano a parlare». In realtà gli indios non erano muti, ma la loro lingua non aveva alcun valore. L’unica lingua capace di esprimere bellezza e ragione era lo spagnolo, così come affermerà pochi anni dopo Carlo V: la lingua italiana sarebbe stata fatta per parlare con le dame, il francese con gli uomini, lo spagnolo con Dio. I coloni olandesi che nel sec. XVII si insediarono per primi intorno al Capo di Buona Speranza diedero il nome di Ottentotti, che pare significasse “balbettante” (tedesco Stottern), alle tribù incontrate sul luogo. Ancora: gli olandesi nella seconda guerra mondiale smascheravano i tedeschi chiedendo loro di pronunciare il nome della cittadina di Scheveningen. E ancor oggi nel Lazio, chi mozzica le parole, in dialetto viene detto ‘nfrancësatë “infrancesato”, e in Abruzzo sfrancesà vuol dire “parlare in modo incomprensibile”, così come ‘ntodescà.

L’apprendimento delle lingue non è allora un modo per riunire la comunità umana e riscoprirne l’intima unità? Lo sanno bene i nostri emigrati, che attraverso l’uso fluente della lingua del paese d’arrivo sono riusciti ad integrarsi al meglio e ad abbattere il pregiudizio della diversità etnica o “razziale”.

 

Marina Castiglione, docente alla Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo

Questo articolo è stato pubblicato qui

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