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di Lucio sabato 5 febbraio 2011 - 0 commento oknotizie
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Destabilizzare per stabilizzare

La storia dell’umanità non segue un percorso uniforme e lineare, cioè un andamento progressivo caratterizzato da corsi e ricorsi, come asseriva il filosofo napoletano Giambattista Vico. Al contrario, lo sviluppo storico si svolge attraverso una dialettica tra tendenze e forze contrastanti, che innescano cicli violenti e balzi rivoluzionari che non sempre procedono verso un miglioramento e un progresso del genere umano. Gli esempi non mancano, ma per rendersene conto basterebbe riflettere sul funzionamento del potere e sui meccanismi di riproduzione dei rapporti di forza, a cominciare dai rapporti di comando e subordinazione tra le classi sociali, che sono il vero motore della storia.

Nel 1800 la reazione antigiacobina dell’assolutismo monarchico fu crudele e sanguinaria, incarnata dallo spirito codino e sanfedista dei regimi dispotici che ripresero a regnare dopo la Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna nel 1815: i Borboni, lo Stato Pontificio, gli Asburgo, i Savoia (che erano tra le dinastie più retrive ed oscurantiste dell’epoca). Oggi lo spirito codino e liberticida è più subdolo e strisciante, assume atteggiamenti solo apparentemente morbidi e indolori, l'oltranzismo forcaiolo si traveste in forme più sfumate e sfaccettate, ma ciò non significa che il potere politico (e quello economico, che agisce dietro le quinte e decide realmente) non sia altrettanto efferato.

A dirla tutta, la natura reale del potere economico e politico nel mondo contemporaneo è tendenzialmente “rivoluzionaria” e “conservatrice” insieme, nella misura in cui il tratto distintivo e dominante del sistema capitalistico è quello di un movimento costantemente teso verso un’azione destabilizzante in senso conservatore, è una sorta di “rivoluzione permanente” programmata e indotta dall’alto, che mira a preservare e rafforzare l’ordine costituito. In questa ottica, le forze eversive che esercitano un ruolo di egemonia e di repressione, non sono di destra ma di centro, in quanto il potere si colloca per definizione, per indole e vocazione al centro degli schieramenti politici.

La chiave di lettura è riassumibile nell’antico adagio “divide et impera”, come insegnavano gli antichi Romani, padroni di un vasto impero, cioè “destabilizzare per stabilizzare”: in sintesi la “formula magica” della cosiddetta “strategia della tensione”, un’arma applicata più volte e mai dismessa, sempre pronta all’uso in quanto funzionale per autorizzare interventi antidemocratici e restrittivi, avallando la conservazione del potere. E’ sufficiente creare un facile e comodo pretesto per scatenare la repressione. I processi “rivoluzionari”, cioè repressivi, possono essere determinati dall’occasione di una crisi innescata dall’alto, quindi dal sistema stesso. E’ quanto sta accadendo nell’attuale momento storico, segnato da una recessione economica internazionale che non è contingente ma strutturale, e che non a caso incoraggia le tendenze più eversive e reazionarie, generando un fenomeno di terzomondizzazione dei rapporti di lavoro e degli stili di vita all’interno delle società capitalisticamente più avanzate dell’occidente.


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