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Def, nota di aggiornamento. Vado pazzo per i piani ben riusciti di Padoan

Dalla Nota di aggiornamento al Def, illustrata in notturna da Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, senza slides e con alcuni buchi relativi al “negoziato” con la Commissione Ue, emerge un sostanziale ottimismo del governo sulla crescita per il 2017, posta a 1% del Pil, un valore “deviante” rispetto alle previsioni dei centri ricerca pubblici e privati (ricordiamo ad oggi l’inquietante 0,5% del Centro Studi Confindustria e lo 0,8% di Prometeia). Il governo prende atto che anche per quest’anno il rapporto debito-Pil non scenderà. La caccia al fattore avverso porta rapidamente alla scoperta del colpevole, ma la capacità di autocritica continua a latitare.

Premesso che manca il dettaglio di tutto, e di conseguenza valuteremo per esteso quando disporremo di quello, in particolare delle previsioni di crescita per componenti del Pil, il ministro Padoan ha ritenuto di doversi lamentare per l’inopinato rafforzamento dell’euro contro dollaro nell’ultimo anno, a conferma del fatto che in questo paese c’è sempre un evento esterno che si frappone tra noi e la felicità. Non ricordiamo simili chiavi di lettura quando, lo scorso anno, il doppio shock positivo di crollo di cambio e prezzo del greggio hanno spinto (si fa per dire) la crescita italiana. Né abbiamo sentito Padoan ricordare che quest’anno stiamo emettendo debito al rendimento medio dello 0,55% (grazie, Mario), e che malgrado ciò non riusciamo a ridurre di un’unghia il rapporto debito-Pil.

Oltre alla nota asimmetria tra meriti e demeriti, Padoan ha imputato alla deflazione il mancato calo del rapporto debito-Pil. Può starci, per carità. Secondo il governo, tale rapporto è aumentato nel 2016, passando dal 132,3% al 132,8%, ma nel 2017 scenderà al 132,2%. Dove l’abbiamo già sentita, questa? Interessante il fatto che stanotte Padoan abbia orgogliosamente affermato che

«Il programma di privatizzazioni va avanti, è stato rallentato per la volatilità particolarmente elevata quest’anno dei mercati finanziari. Non stiamo con l’acqua alla gola, non vogliamo svendere. Abbiamo un sentiero che continuerà nel 2017» (Ansa, 27 settembre 2016)

Ottimo, concordiamo. Anche perché è da sempre che sosteniamo che, se dobbiamo portare a casa spiccioli attraverso cessione parziale di aziende conglomerate complesse come Poste, meglio non fare nulla. Il problema è che Padoan non è sin qui apparso un bravo previsore, considerato che la volatilità sui mercati c’è da inizio anno, come potrebbe cogliere chiunque buttasse un occhio all’andamento del nostro indice azionario (volatile e cedente) ma anche anche all’Euro Stoxx 50 (volatile e stazionario, di fatto). Padoan però è un ottimista, quasi quanto il suo premier:

L’Italia “ha un debito molto elevato e ci siamo impegnati a cominciare a farlo scendere, a cominciare dal 2016” quando “scenderà di meno di 1 punto grazie agli introiti delle privatizzazioni”. Così il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan alla registrazione di Porta a Porta sottolineando che il debito quest’anno scenderà però “meno di quanto ci si aspettava per colpa non nostra ma perché manca l’inflazione. Con il 2% di inflazione e l’1,5% di crescita reale la dinamica del debito sarebbe assolutamente sotto controllo e non avremmo problemi di compatibilità” con le regole Ue (Ansa, 7 giugno 2016)

Con una crescita nominale del 3,5% potremmo vivere di rendita, caro ministro. Ma come direbbero a Roma, se avessi cinque palle sarei un biliardo. A giugno, quindi, Padoan vedeva rischio-deflazione ma riteneva di poter piegare il rapporto debito-Pil grazie alle privatizzazioni. Il successivo andamento dei mercati (che tuttavia era in atto da inizio anno) lo ha convinto a non buttare soldi nello sciacquone delle “privatizzazioni”. Peccato che, solo un mese prima di pronunciare questa valutazione con annesso “piano B”, il ministro vaticinasse un trionfo dietro l’angolo:

Il debito italiano “si è stabilizzato, è riconosciuto da tutti e non potrà stare fermo per molto tempo, comincerà a scendere molto rapidamente“: lo ha detto il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Rispondendo a chi gli sottolineava la differenza di vedute con la Commissione Ue, che prevede una discesa solo dal 2017, Padoan ha spiegato che “rispetto a qualche mese fa l’inflazione in Italia si è rivelata molto più bassa di quella attesa e quindi la crescita nominale, che determina la dinamica del debito, è molto più bassa. Il fatto che l’Italia continui a prevedere nel 2016 l’inizio della discesa debito “dipende da una diversa valutazione che noi facciamo in tema di privatizzazioni, rispetto a quella delle istituzioni internazionali” (Ansa, 25 maggio 2016)

Quando si dice la sfiga: un debito pronto a scendere “molto rapidamente” e che non scende a causa della deflazione, che manda a pallino l’audace costruzione di un anno addietro di questi tempi. Però noi avevamo le privatizzazioni nella manica, il nostro piano B. E anche lì, il destino cinico e baro ha colpito. Un popolo che lotta a mani nude contro le avversità, gli italiani. Stanotte Padoan ha anche spiegato il segreto del rimbalzo della crescita italiana nel 2017. Tale crescita sarà

[…] “soprattutto conseguenza delle misure che saranno inserite in legge di bilancio”, con le quali “saranno scongiurati gli aumenti di tasse” con la sterilizzazione “di 15 miliardi di clausole di salvaguardia”. “In base alle nostre valutazioni si tratta di misure che permetteranno un guadagno di crescita non irrilevante” (Ansa, 27 settembre 2016)

Se le cose stanno in questi termini, abbiamo inventato il moto perpetuo: minacciamo consistenti aumenti Iva, le stime di crescita si riducono (perché incorporano gli effetti depressivi dell’aumento), poi facciamo deficit per evitare che l’aumento di imposte indirette si produca, e la crescita (prevista) rimbalza. Risciacquare e ripetere. Il moto perpetuo, in pratica. Bello, sarebbe.

A parte queste amenità, il deficit-Pil 2017 sarà al 2%, a cui si dovrà aggiungere uno 0,4% di una tantum per migranti e sisma, se i negoziati con la Commissione andranno nel verso giusto. In tal modo sostituiremo l’una tantum della flessibilità con altra, diversa ma dagli stessi esiti. Il punto resta quello: quale è la qualità di questo deficit, ai fini della crescita di lungo periodo? Noi una risposta ce l’avremmo, ma non vogliamo influenzarvi.

Aggiornamento – Ecco la Nota. Spigolando, si nota che, nel quadro programmatico (cioè le “martellate” date dal governo allo scenario inerziale, quello tendenziale), l’indebitamento strutturale in rapporto al Pil potenziale resta invariato nel 2017 all’1,2%, mentre nel tendenziale il 2017 avrebbe visto una posizione fiscale restrittiva per lo 0,6%. Si conferma, pur se lievemente ammorbidito nel quadro programmatico, il mini boom dell’avanzo primario, che nel 2019 dovrebbe toccare il 3,2% di Pil (mah…), e di conseguenza contribuire ad abbattere il rapporto debito-pil al 126,6% in quell’anno. Sarà. Il Pil nominale è atteso crescere, nel programmatico, di 1,9% nel 2017 per poi schizzare del 3% nel 2018. Il punto è che performance analoghe le avevamo viste sulla carta del Def dello scorso anno e di due anni addietro. Il governo resta molto self-confident sulla bontà del suo intervento “correttivo”, come dimostra lo scarto tra quadro tendenziale e quello programmatico riferito alla domanda interna al netto della variazione delle scorte: da +0,5% a +1,2%, imputabile al mini-boom degli investimenti (da +1,5% del tendenziale a +3,2% del programmatico). Una previsione che si rinnova ogni anno ma, a differenza della liquefazione del sangue di San Gennaro, il miracolo sinora non si è compiuto. Aver fiducia in sé e nei propri mezzi è tuttavia fondamentale.

Foto: Palazzo Chigi/Flickr

 

Su una spinta a crescita 2017 dello 0,4%, (da tendenziale a programmatica) lo 0,3 viene dalla cancellazione degli aumenti Iva. #mah

Questo articolo è stato pubblicato qui

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