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Damien Hirst: quest’arte è un macello

L’inglese Damien Hirst continua a massacrare animali nelle sue esibizioni feticistiche e da obitorio, grazie anche al sostegno di critici poco attendibili: squallore e follia nell’era postmoderna

 


Scandalo alla Tate Gallery di Londra, dove il recidivo Damien Hirst, capofila degli Young British Artists, ha causato – involontariamente si spera – la morte di migliaia di farfalle, liberandole in un ambiente angusto, fra spettatori drogati dalla sua “arte”, che le hanno calpestate e schiacciate con la massima noncuranza. Cosa c’entri tutto questo con l’arte è un mistero che sarebbe bene qualcuno cercasse di svelare, ma sarebbe ancora meglio che si ponesse fine a queste performance.

 Hirst è quello che mette gli animali in formalina, facendo concorrenza agli imbalsamatori, ma non certo a chi, bene o male, cerca ancora di fare arte vera. Che il fenomeno artistico sia in realtà quasi scomparso e che questa eclisse venga adeguatamente rappresentata da certe esibizioni è un dato di fatto che fa il gioco di un certo mondo ipocrita e volgare, che pensa solo ai soldi e ai feticci.
Le esibizioni di Hirst vengono commentate in Italia in vari modi, fra cui quello singolare di qualche guitto intellettuale, particolarmente laborioso e disastroso sul piano logico. L’arte starà anche poco bene, grazie al relativismo che ci perseguita, ma non è che debba essere buttata necessariamente in vacca, come fa quel pazzo scaltrissimo di Hirst. Francesco Bonami, critico d’arte, è il cantore al quale qui si allude. Costui, infatti, ha daffermato: «Chi critica Hirst getta al macero un secolo di arte moderna». Il nostro “critico” non ha letto evidentemente il testo – fondamentale, per capirci qualcosa fra Astrattismo, Dadaismo, Informale e via dicendo – del filosofo francese Jean-François Lyotard, intitolato "La condizione postmoderna" (Feltrinelli) e pubblicato nel 1979. 

Lyotard, nel testo citato, invita a riflettere sull’operato “muscolare” e parzialmente irrazionale del XX secolo, con l’arte a rimorchio. Il protagonismo artistico di questo secolo è stato, secondo il filosofo francese, superficiale e presuntuoso, soprattutto privo di un riferimento veramente attendibile. Lyotard afferma – ed è impossibile non essere d’accordo con lui, se si possiede un minimo di dignità – che è ora di risvegliarsi e che è possibile farlo attingendo alle risorse intellettuali e morali presenti, grazie al cielo, nell’animo umano. Sostenere Hirst significa non avere per niente a cuore la sorte dell’uomo, significa considerarlo un essere da niente.

Grave è che la Tate Gallery perda tempo, energie e credibilità per supportare un fenomeno da baraccone come Hirst e che lo qualifichi come evento “artistico”. Siamo in un mondo in crisi di valori come non mai, ma non è il caso certamente di sottolineare questa condizione con manifestazioni che la peggiorano, ridicolizzando qualsivoglia tentativo di ripresa. Il valore principale può diventare l’uomo in sé: con esempi quali quelli offerti da Hirst e soci, e con gli appoggi offerti da istituzioni prestigiose, ciò non appare proprio possibile. Esiste, dunque, una realtà di cui vergognarsi, senza mai stancarsi di farlo.

 

Le immagini: una foto dell’artista inglese Damien Hirst (autore: Luke Stephenson; fonte: www.flickr.com), la sua celebre opera The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living, che consiste in uno squalo tigre immerso nella formaldeide (autore: Agent001; fonte: Sony-Ericsson) e la copertina de La condizione postmoderna di Jean-Francois Lyotard (edito in Italia da Feltrinelli).

 

Dario Lodi

(LucidaMente, anno VII, n. 83, novembre 2012)

Questo articolo è stato pubblicato qui

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