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Dalla Cucca a Veronella invisibile

I componenti e i visitatori della famiglia Serego, che hanno fatto grande la Cucca e poi scomparire la Veronella…

Un nuovo libro del ricercatore di Cà Foscari, Giulio Zavatta, ha riportato l’attenzione sull’antico abitato di Cucca e gli illustri personaggi che vi sono transitati nei secoli, strettamente legati alle vicissitudini della famiglia Serego, nobili feudatari del luogo.

Perché “Veronella invisibile”? perché fino a inizio XX secolo quel Comune si chiamava Cucca: fu il sindaco Alberto di Serego, insieme alla Giunta e al Consiglio Comunale a chiedere il cambiamento del nome. Che venne autorizzato con Regio decreto il 23 gennaio 1902.

In teoria, da allora dovrebbe essere diventata invisibile la Cucca… e invece no.

Perché alla Cucca vi avevano vissuto o soggiornato nei secoli illustri o bizzarri personaggi, di cui l’autore Zavatta presenta una nuove informazioni

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Veronella invisibile - Giulio Zavatta

I personaggi della Cucca

Iniziamo con i due imperatori in visita alla corte dei Serego. Se è sicura la presenza di Carlo V nella notte tra il 4 e 5 novembre 1532 presso Alberto di Serego, è del tutto infondata invece quella di Massimiliano I nel 1509. Carlo V aveva al seguito almeno ottocento cavalleggeri e quattromila fanti, al suo fianco cavalcavano tutti i signori del nord Italia e le più alte gerarchie militari europee, tutti in abito da parata.

Zavatta immagina l’arrivo dell’imperatore di Spagna “in una delle giornate più corte dell’anno, probabilmente anche nebbiosa”, per cui furono procurate duecento “torze” e decine di mazzi di candele. L’arrivo di centinaia di soldati illuminati da vacue fiammelle, per la gente del posto probabilmente, fu più “impressionante che magnifica”, commenta l’autore. Uno scenario evocato da Ermanno Olmi, nel suo “Mestiere delle armi”.

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La Veronella e Giulio Zavatta a dx

Abbiamo quindi l’educazione “spirituale” del piccolo Federico Serego, figlio di Alberto. Una scelta inconsueta per un Serego, la famiglia era assolutamente filoimperiale.

Il conte voleva fare intraprendere al bimbo la carriera ecclesiastica e tramite il suo maestro fu ammesso alla presenza del vescovo Giberti a Verona. Aveva appena sette anni.

Il piccolo conte era andato in città per farsi un vestito nuovo di panno nero e portato difronte al vescovo, costui gli propose di farsi prete. Il fanciullo certamente non capiva cosa gli stavano macchinando attorno. Ma il precettore, con un’accorata lettera inviata al padre, lo salvò da un destino quasi segnato e Federico Serego non divenne prete, né da bambino né mai.

Il personaggio più inaspettato in una famiglia di militari come i Serego è sicuramente Bonifacio: da ragazzo venne educato a Roma, dove frequentò la sfarzosa corte papale del 1500 (ma fu tenuto a “stecchetto” dalla famiglia, per il soggiorno romano il giovine non aveva neanche i soldi per comprarsi le scarpe). Intraprese quindi “carriera diplomatica”, nelle più prestigiose corti d’Europa, come Praga e Madrid, dove si abbandonò alla vertigine del lusso.

La vita sfarzosa di Bonifacio a Praga era insostenibile per il padre Federico: gli servivano cavalli, servitori, vestiti e gioielli alla moda, se voleva figurare “da par suo”.

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Corte Grande vista da Fritz Burger e Giulio Zavatta

Altrettanto a Madrid, dove comprò decine di paia di scarpe (memore delle ristrettezze subite), rinnovò il guardaroba passando dalla moda mitteleuropea a quella iberica, si assicurò anche un palco “per vedere la caccia de tori”. Un nobile non poteva farsi mancare la corrida.

Tutto cambiò alla morte del genitore, quando i fratelli maggiori lo richiamarono a Verona. Tornò a casa nel 1599, si preparò una dimora di campagna in Belfiore, nel Palazzo Moneta, dove forse non abitò mai. Dalla città dell’Arena scomparve nel 1600, senza lasciare traccia. Il quarantenne Bonifacio sarà tornato al lusso delle sue corti, magari sotto mentite spoglie?

Quindi Andrea Palladio: tormentato il suo lavoro di architetto alla Cucca. All’epoca della progettazione di edifici per le proprietà Serego nella bassa veronese, Palladio non aveva ancora pubblicato il trattato “I quattro libri dell’architettura”, quindi le sue proposte progettuali innovative dovevano essere puntualmente spiegate ai committenti e insegnate alle maestranze. Tutto ciò era ancora più difficile quando ci si trovava lontano dai luoghi dove lo stile palladiano era già in voga.

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Crollano le barchesse di Andrea Palladio in Corte Grande

Comunque nel 1565 la costruzione delle barchesse alla Cucca era in atto, le capriate lignee erano costruite e tecnicamente perfette, tanto da essere riferimento ancora oggi (le poche superstiti) della tipologia “palladiana”.

Sul progetto della villa i Serego non si risolsero e lo accusarono pure di avere lavorato “alla nicolota”. Palladio, chiamato a progetti più sicuri in Venezia, abbandonò la Cucca.

La abbandonò per sempre: nel 1570 vennero dati alle stampe i “Quattro libri”, ma della villa e delle barchesse di Corte Grande non lasciò traccia. Un edificio consegnato alla “damnatio memoriae” per secoli, fu il Burger a ridarle luce nel 1908.

Ma chi era questo personaggio? Fritz Burger era uno storico di Monaco di Baviera, studioso del Rinascimento italiano. Il fato, il destino, lo collega al nostro Giulio Zavatta?

“Sono stato per la prima volta a Veronella 12 anni fa e non c’era molta segnaletica per arrivare a questo paese nella bassa veronese” esordisce nel volume l’autore. “Il cambio del nome nel 1902, dalla Cucca a Veronella, causò non poca confusione. Molti cercavano l’antica Cucca alla Veronella alta, un sito poco lontano. Chissà come avrà fatto allora a trovarlo Fritz Burger, che nel 1908 decise di conoscere Palladio “sui luoghi di Palladio”. Dalla Miega, frazione a una decina di km dalla Cucca, dove il Palladio lavorò a un’altra villa dei Serego, Burger riuscì ad arrivare alla barchessa di Corte Grande, probabilmente per un “errore giusto”: attraverso strade fangose di campagna fatte in bici e con la macchina fotografica al seguito, cercava l’antica Cucca dei conti Serego e vi trovò la nuova Veronella del sindaco Serego. Ma il sito era quello: si affacciò al portone, vide due lunghi bracci di barchesse classicheggianti. Non si curò della villa padronale del 1700 e dei resti del castello: puntò l’obiettivo sugli annessi agricoli. Veronella divenne visibile”.

Era ciò che al Burger interessava, il rapporto del Palladio con i suoi luoghi: “Il Vicentino è alla continua ricerca di espedienti per abbracciare il paesaggio circostante con i suoi luminosi porticati”, scrisse nel raro volume “Die villen des Andrea Palladio”, stampato a Lipsia nel 1909.

Oltre un secolo dopo, sarà Giulio Zavatta a dimostrare con certezza che quei lunghi bracci di barchesse alla Veronella ex Cucca, sono davvero opera di Andrea Palladio.

Un finale non scritto?

 “Veronella invisibile” è un libro di ricerca storica, ma che si legge come un romanzo, con avidità, con il gusto di chiedersi e scoprire come “andrà a finire”…

Un finale speriamo non scritto, che allontani il degrado e la definitiva sparizione delle barchesse della Cucca. Spetta ancora ai Serego quali proprietari e alle istituzioni, quali tutori del bene pubblico, evitare che Veronella ritorni invisibile.

Il volume è arricchito dalle immagini di Riccardo Varini, uno dei maggiori fotografi italiani di paesaggio. Anche egli, con l’obiettivo, ha fissato una Veronella invisibile agli occhi di molti.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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