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Da dove vengono (e come vengono spesi) i soldi dell’Unione Europea

L’analisi del budget europeo mostra chi sono i paesi che danno un contributo maggiore alla UE e quelli che ne beneficiano di più.

di Gianluca De Feo

Ogni anno ognuno dei 28 paesi dell’Unione Europea contribuisce – in misura proporzionale alla propria capacità economica – al finanziamento del budget complessivo dell’Unione. Quest’ultimo rappresenta il fondo comune per il finanziamento degli apparati amministrativi, dei progetti europei ed extraeuropei, e delle spese dovute a eventi imprevisti. La maggior parte del budget viene redistribuita tra gli Stati Membri.

I contributi versati nelle casse UE si dividono in tre tipologie:

  • contributi nazionali in base al reddito nazionale lordo;
  • contributi provenienti da una percentuale dell’IVA;
  • le cosiddette “risorse proprie tradizionali”, cioè gli oneri doganali e le imposte sullo zucchero, raccolte dai singoli paesi (l’80% di esse viene trasferito all’UE, mentre il 20% è ritenuto dai singoli stati per coprire le spese di riscossione).

Oltre ai contributi vi sono altri tipi di ricavi: le imposte sui redditi dei funzionari europei; i contributi di paesi extra-UE che collaborano con l’Unione Europea su progetti di vario tipo; gli interessi sui ritardi nei pagamenti; le multe; i surplus degli anni precedenti. Il Regno Unito beneficia della cosiddetta “UK correction”, un accordo risalente al 1985 che permette ai britannici – mediante un meccanismo piuttosto complesso – di risparmiare ogni anno alcuni miliardi (nel 2016 quasi sei miliardi, nel 2017 poco meno di cinque) a discapito degli altri paesi che sono costretti a versare una quota per coprire il “buco” di bilancio.

Nel 2016 le entrate totali dell’Unione europea ammontavano a poco più di 144 miliardi di euro (di cui 112 provenienti dai contributi nazionali sulla base del RNL e dell’IVA), mentre nel 2017 sono diminuite di circa 5 miliardi. I contributi versati dall’Italia (15,7 miliardi nel 2016 e 13,8 nel 2017), Francia (21,1 miliardi nel 2016 e 17,9 nel 2017) e Germania (27,4 miliardi nel 2016 e 23,7 nel 2017) costituiscono quasi la metà dei contributi totali raccolti dall’Unione Europea negli stati membri. Una piccola parte di questi soldi è trattenuta dall’Unione Europea per fare fronte a eventuali circostanze impreviste (come i terremoti dell’Italia centrale avvenuti tra il 2016 e il 2017), mentre il resto viene redistribuito agli Stati Membri. Il budget annuale è proposto dalla Commissione Europea seguendo le direttive del “multiannual financial framework”, un piano settennale che definisce i settori di spesa e i tetti massimi da rispettare per ciascuno di essi, e che viene poi approvato dagli organi dell’Unione.

Nel 2016 e nel 2017 l’Unione Europea ha redistribuito rispettivamente 136,4 e 137,4 miliardi di euro. I tre macro-settori in cui è stata investita la maggior quantità di risorse sono quelli della crescita sostenibile per le risorse naturali (che comprende gli aiuti diretti per l’agricoltura e i fondi per lo sviluppo rurale, per cui sono stati spesi circa 57 miliardi l’anno), della coesione economica, sociale e territoriale (investimenti per la crescita e il lavoro e aiuti alle regioni meno sviluppate, per cui l’UE ha speso 37,8 miliardi nel 2016 e 35,7 miliardi nel 2017) e della competitività per la crescita e il lavoro (che comprende, tra gli altri, investimenti strategici, finanziamenti per le infrastrutture, fondi per ricerca e innovazione, e per cui la spesa complessiva è stata di 18,5 miliardi nel 2016 e 21,4 miliardi nel 2017). Da sole, queste tre voci di spesa pesano sul budget europeo per circa 113 miliardi all’anno.

Il meccanismo di redistribuzione implementato dalle istituzioni europee mira ad aiutare i paesi economicamente più arretrati. Se i finanziamenti europei destinati alle risorse naturali e alla competitività per la crescita e il lavoro sono distribuiti in modo più o meno omogeneo sul territorio europeo, quelli per la coesione economica, sociale e territoriale risultano chiaramente sbilanciati in favore dell’Europa orientale e – in parte – di quella meridionale. Nel 2017, la Polonia ha ricevuto quasi il quadruplo dei fondi assegnati alla Germania, il Portogallo circa 300 milioni di euro in più. Nel complesso (Italia a parte) i paesi del sud e dell’est Europa ricevono più di quanto versano nelle casse europee. In termini relativi, nel 2017 gli stati che hanno maggiormente beneficiato di questo meccanismo sono stati Bulgaria (+1,47 miliardi), Estonia (+471 milioni), Grecia (+3,74 miliardi), Lituania (+1,27 miliardi) e Ungheria (+3,14 miliardi), che hanno visto una crescita rispetto al proprio reddito nazionale lordo di più del 2% grazie ai fondi europei. Germania (-10,67 miliardi), Danimarca (-702 milioni), Austria (-933 milioni), Paesi Bassi (-1,39 miliardi), Svezia (-1,4 miliardi), Inghilterra (-5,35 miliardi), Francia (-4,57 miliardi) e Italia (-3,58 miliardi), i paesi che ci hanno “perso” di più, con un’incidenza sul reddito nazionale lordo che varia dal -0,19% dei Paesi Bassi al -0,32% della Germania.

La spesa in favore degli stati economicamente più avanzati risulta bassa, se non quasi irrisoria, a fronte di quella verso i paesi più in difficoltà, come quelli dell’ex blocco sovietico. Ma se per Germania, Italia e Francia i miliardi “persi” rappresentano qualche decimo di punto percentuale sul reddito nazionale lordo, per Ungheria, Polonia e Bulgaria si traducono in percentuali significative di reddito nazionale “aggiunto”.

Dai dati che abbiamo visto emerge quindi il carattere fortemente “redistributivo” del budget dell’Unione Europea. I contributi provenienti dagli Stati Membri finiscono infatti per pesare di più (sia in termini assoluti, sia in proporzione al rispettivo PIL) sui paesi più “benestanti”, mentre i trasferimenti – di vario genere, ma in gran parte orientati allo sviluppo – vanno ad avvantaggiare in modo estremamente evidente i paesi con un reddito nazionale inferiore.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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