Non a caso, già a partire dalla fine dell’800, il pensiero e la storia della Grecia antica sono stati sottoposti a reinterpretazioni e talora a stravolgimenti, proprio in quanto riconosciuti ricchi di istanze che potevano essere giuocate nella contemporaneità.
Il mito della grecità viene riscoperto, rivalutato e in qualche modo “trasformato”, perché ritenuto utile ai fini di una ridefinizione di quegli anni caratterizzati non solo da eventi bellici ma anche da innovazioni continue e criticità di carattere sociale, politico, economico, scientifico, tecnologico.
Tale dibattito, che vide tra i suoi protagonisti studiosi di estrazione diversa come il filologo W. Jaeger ed il filosofo O. Spengler, ebbe risvolti importanti almeno fino ai primi anni quaranta del novecento: nel secondo semestre invernale 1942 – 1943, presso l’Università di Friburgo, Martin Heidegger tenne infatti il suo corso sul poema parmenideo “Sulla natura”, i cui contenuti furono successivamente pubblicati con il titolo di “Parmenide”.
Per Heidegger, il poema parmenideo “finisce per diventare un pre-testo per addentrasi in questioni fondamentali della filosofia e interpretare il pensiero greco aurorale quale inizio e fondamento della civiltà occidentale” (Così, significativamente, Franco Volpi, nelle avvertenze del curatore al Parmenide di M. Heidegger, Adelphi edizioni, Milano 1999, pp.17-18).
Anche F. Nietzsche, che scrisse in un periodo storico caratterizzato da rapidi mutamenti sociali e scientifici, ebbe modo di occuparsi dei greci, in particolar modo in uno degli scritti che maggiormente segnarono il distacco del pensiero dal retaggio romantico shopenaueriano: “Umano, troppo umano”, opera che fu portata a compimento tra il 1876 e il 1879. Per il filosofo e filologo tedesco i greci incarnano lo spirito dell’uomo libero; di quell’uomo, cioè, che ancorché animato da una sorta di nomadismo intellettuale che lo porta ad appropriarsi delle varie istanze culturali appartenenti alle diverse popolazioni stanziate nel bacino del Mediterraneo, percorre strade sempre nuove senza curarsi del già conosciuto rappresentato dalla tradizione.
Come ha rilevato Salvatore Settis[1], “l’antichità fu intesa come serbatoio di exempla già nel medioevo […]. Ma l’enorme vitalità, etica e politica, prima che storica, del modello ‘classico’ implicito in quegli exempla ebbe allora per effetto di consolidare la nozione che il ‘classico’, dato che era buono da citare, doveva essere anche di per sé interessante da conoscere; e alla lunga di riportare la conoscenza dell’antichità greco- romana al centro dell’attenzione, facendo rinascere la storia dell’exemplum mediante un ritorno ai testi e ai monumenti. […] E’ opportuno concludere sottolineando che, anche in un contesto “globale” come quello sopra ipotizzato, il ‘classico’ greco-romano conserva almeno, rispetto ad ogni altra cultura storica, una peculiarità unica e irripetibile, che ne rende tanto più necessaria la conoscenza per intendere non solo i tempi lunghi della storia, ma anche gli elementi costitutivi della civiltà contemporanea, in particolare di quella di tradizione europea”; e ancora: “vale la pena di studiare il ‘classico’ greco- romano precisamente nella spola tra identità e alterità, e cioè sia perché lo sentiamo ‘nostro’, sia perché lo riconosciamo ‘diverso’ da noi; sia in quanto esso è intrinseco alla cultura occidentale e indispensabile a intenderla, sia in quanto ci apre la porta a studiare e comprendere le culture ‘altre’; sia perché serbatoio di valori in cui possiamo ancora riconoscerci; sia per quello che esso ha di irrimediabilmente estraneo”[2].
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