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Corruzione | Il pentito Bisognano torna in carcere insieme a due carabinieri infedeli

Uno era collaboratore di giustizia, ma continuava a farsi gli affari "illeciti" suoi. Due erano carabinieri, ma amici e confidenti di un boss. Ora, si ritrovano tutti e tre dall'altro lato, quello dell'illegalità.

Carmelo Bisognano, ex capo dei mazzarroti, costola della sanguinaria famiglia dei barcellonesi in provincia di Messina, e due carabinieri della sua scorta sono finiti in manette per accesso abusivo al sistema informatico. Bisognano è a Rebibbia. I due "infedeli", Enrico Abbina e Diego Pistelli, invece ora sono ai domiciliari. 

 

I due militari dell'Arma controllavano per conto di Carmelino il barcellonese, Tindaro Marino, un imprenditore organico alle cosche, già condannato per l’operazione “Gotha”, con accessi abusivi al sistema informatico del Comando provinciale dei carabinieri di Rieti. Il rapporto di collusione tra Bisognano e i due militari è emerso nel corso dell’operazione “Vecchia maniera” del maggio del 2016. Gli inquirenti avevano scoperto che Bisognano dalla località protetta, per mezzo di Angelo Lorisco, aveva costituito una società e aveva iniziato l’attività di imprenditore, sotto mentite spoglie, grazie all’aiuto dell’imprenditore Tindaro Marino. Per tornare operativo, Bisognano tramite Lorisco aveva – secondo l’accusa – tentato di sottoporre a estorsione i membri della famiglia Torre, titolari di un’azienda. In cambio dell’aiuto economico di Tindaro Marino, Bisognano si era impegnato a fare dichiarazioni favorevoli a Marino, da usare nel procedimento di prevenzione patrimoniale pendente in appello.

Per questo capo di accusa, i pm Di Giorgio e Cavallo hanno chiesto l’archiviazione, al vaglio del Gip Monica Marino, il giudice che aveva disposto gli arresti di Bisognano.

Per l’intestazione fittizia e la tentata estorsione, la procura di Barcellona competente territorialmente, ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio, e il processo è ancora in corso di svolgimento. 

 

Il filone romano di "Vecchia maniera" 

 

Secondo il giudice per le indagini preliminari, Chiara Gallo, i tre «avevano trasformato i benefici e le garanzie di cui gode un collaboratore di giustizia in occasioni criminogene consentendo a Bisognano di proseguire nel proprio percorso criminale nonostante le limitazioni».

 

Invece di rispettare il codice di comportamento che impone una distanza fra sé e la persona da tutelare, Abbina e Pistelli si prestavano a spalleggiarlo, evitando di intromettersi durante conversazioni sospette, incontri riservati e missioni dubbie. Ma, soprattutto, fornendogli informazioni riservate. «Dalle intercettazioni emergeva — si legge nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip di Rieti Chiara Gallo — come Bisognano godesse di assoluta libertà di movimento in ragione dei rapporti particolarmente confidenziali intrattenuti con i componenti della scorta». Se i carabinieri l’abbiano fatto per soldi o altri favori non è ancora chiaro mentre si sa che ad aiutarli si sarebbe prestato anche un terzo collega, ora indagato, Domenico Tagliente.

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