«Durante il discorso per la fiducia, Silvio Berlusconi si è candidamente auto-accusato di aver pilotato l’appalto per i lavori del Ponte», ha dichiarato Ignazio Marino, membro Pd della Commissione Igiene e Sanità del Senato. «Una piena confessione di illegittimità per aver compiuto una discriminazione, almeno indiretta, nei confronti delle imprese europee, per di più resa di fronte al Senato della Repubblica».
Marino ha chiesto l’intervento della Commissione europea per ottenere «chiarimenti rispetto alla violazione della libertà di concorrenza». «Sarebbe inoltre legittimo – aggiunge il parlamentare - che le imprese escluse chiedano il risarcimento del danno subito, ma a pagare dovrebbe essere Silvio Berlusconi e la sua confidenza con l’illegalità e i provvedimenti ad hoc, non tutti gli italiani».
Sulla vicenda sono intervenuti pure i senatori Roberto Della Seta e Francesco Ferrante. Annunciando la presentazione di un’interrogazione e di un esposto alla magistratura, i parlamentari del Pd chiedono all’Unione europea e alla magistratura di «accertare rapidamente se davvero il governo italiano si è reso autore o complice di quello che è a tutti gli effetti un reato». «È già surreale che il “liberale” Silvio Berlusconi si vanti di aver contribuito a violare le regole sulla concorrenza», affermano Della Seta e Ferrante. «È decisamente penoso che lo faccia per difendere un’opera del tutto inutile rispetto all’arretratezza drammatica del meridione in fatto di mobilità, e che costerebbe a tutti i contribuenti svariati miliardi di euro».
Alcune anomalie che avevano caratterizzato l’assegnazione del mega-appalto per il Ponte, erano già state denunciate nel maggio 2005 dallo stesso Roberto Della Seta. «È una gara per modo di dire», commentò l’allora presidente di Legambiente. «Il ritiro di tutte le imprese straniere a proposito delle due offerte presentate dalle cordate Astaldi e Impregilo è un campanello d’allarme sulla fallacità del progetto sia dal punto di vista finanziario che da quello ambientale e geologico. Falsati i costi, sottovalutato l’impatto ambientale, scappate le imprese straniere, l’unica certezza che resta è la stangata sulle Ferrovie dello Stato di 100 milioni di euro l’anno per i prossimi trenta anni».
Quello che aveva più sconcertato della gara per la scelta del general contractor era stato il vorticoso mutamento nelle composizioni delle due grandi cordate d’imprese in corsa per i lavori, registratosi nello spazio di pochi mesi. Nell’associazione temporanea guidata da Impregilo, risultata vincente, erano sparite ad esempio l’impresa francese Vinci, numero uno mondiale del settore delle costruzioni (che pure aveva il 20% delle quote del raggruppamento al momento della sua costituzione nel giugno 2004), e la statunitense Parsons, definita dai manager Impregilo come «l’operatore con le maggiori competenze a livello mondiale nella progettazione e realizzazione di ponti sospesi».
Nella cordata a guida Astaldi si era invece verificato l’abbandono della società spagnola Necso Entrecanales Cubiertas, della giapponese Nippon Steal Corporation e delle italiane Pizzarotti Parma e Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna (quest’ultimo in palese conflitto d’interessi con la coop-figlia CMC di Ravenna, “concorrente” in associazione con Impregilo). A dire il vero, nell’aprile 2005 anche un’altra impresa spagnola, Ferrovial Agroman SA, aveva comunicato il proprio ritiro dalla gara del Ponte, ritenendo il progetto, così come proposto, «troppo rischioso dal punto di vista finanziario». Un mese dopo Ferrovial era tuttavia rientrata nella cordata a guida Astaldi, accrescendo la propria quota nell’ATI al 35%, dietro la capofila, ma avanti le italiane Maire Engineering, Vianini Lavori, Grandi Lavori Fincosit e Ghella.