"Rendere umani gli esseri umani. Bioecologia dello sviluppo" è l’opera che riassume la vita professionale di un grande studioso polivalente: Urie Bronfenbrenner (www.erickson.it, 2010).

La tesi principale dell’autore è molto condivisibile: gli uomini contribuiscono a creare gli ambienti che regolano il corso del loro stesso sviluppo” e “i maggiori cambiamenti sociali che si stanno verificando nelle moderne società industrializzate possono aver alterato le condizioni che favoriscono lo sviluppo umano in misura tale che lo stesso processo capace di “rendere umani gli uomini” si trova oggi in pericolo” (p. 35).
Perciò anche chi fa ricerca “dovrebbe anzitutto osservare i problemi presenti nei propri contesti di vita quotidiana e usare quindi la realtà sociale come principale punto di partenza e fonte di ispirazione per nuovi e utili studi psicologici, sociali, pedagogici” (presentazione, p. 10). Bisogna però tenere presente che ogni ricerca è comprensibile solo con una visione sistemica inserita in “un preciso contesto storico-culturale; dunque l’osservazione troppo specifica, l’isolamento dei singoli fattori e la loro successiva generalizzazione possono essere fuorvianti” (p.10). Si devono relativizzare i vissuti personali con l’intero quadro bio-psico-sociale e si deve analizzare l’adattamento al cambiamento dei diversi ambienti sociali.
Ogni persona nasce come "Io" e si trasforma in un "Noi", “aperto non solo al tempo in cui il soggetto vive, ma anche alla storia che lo ha preceduto, e paradossalmente anche al suo futuro” se pensiamo al principio di responsabilità descritto da Hans Jonas (p. 10).
Comunque il libro è suddiviso in due parti: nella prima presenta “la natura della teoria e della ricerca bioecologica”, mentre nella seconda parte si affrontano le applicazioni concrete per “utilizzare l’ecologia dello sviluppo umano per migliorare la condizione umana” in famiglia e nella comunità. Bronfenbrenner ha sempre considerato gran parte della psicologia dello sviluppo come “la scienza del comportamento inusuale, di bambini posti in situazioni insolite, con adulti sconosciuti per il più breve tempo possibile” e ha sempre pensato che “solo esperimenti reali possono condurre a risposte veritiere” (1977). Quindi è preferibile studiare i bambini e i ragazzi a casa, a scuola e nella società.
Perciò questa pubblicazione è molto indicata a tutte quelle persone che in un modo o in un altro si occupano di educazione e di sistemi familiari e sociali, poiché si discute dell’interazione e interconnessioni sistemiche tra i diversi ambiti delle scienze umane: genetica umana, demografia, biologia evolutiva, psicologia cognitiva, sociologia strutturale, modellazione statistica, pedagogia e politiche sociali. Tutto è collegato a questo mondo: individui, famiglie, economia e società.
Un modello approssimativo dell’apprendimento potrebbe essere questo: il 40 per cento circa dei comportamenti viene assimilato dai coetanei e dagli amici, il 20 per cento dai familiari entro i venti anni di età (genitori, nonni e fratelli), un altro 30 per cento dalla scuola e il rimanente 10 per cento da un adulto importante, “vivo o morto” (preso dalla vita reale o dal mondo dei libri). E a quanto pare il problema principale dei maschi sembra essere il controllo dell’aggressività durante l’infanzia e l’adolescenza (e più tardi anche dell’avidità), mentre le difficoltà delle ragazze nascono nell’adolescenza e rientrano nei problemi di gestione della dipendenza e della sessualità (p. 167).
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