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Comandanti e comandati

Dopo il raduno di sabato scorso in piazza San Giovanni a Roma (nulla di eclatante, la questura parla di circa 50.000 persone...) i primi sondaggi pubblicati oggi indicano una crescita di tutti e tre i leader presenti sul palco.

C'è da chiedersi quali motivazioni spingano gli elettori a premiare tre partiti politici uniformati dalla mancanza di confronto reale con la loro base. Scartando i comizi, troppo facili all'adesione visto il tipo di incontro, non si segnalano in questi anni momenti di raduno degli iscritti o dei simpatizzanti, anche solo per avvalorare la leader conquistata in modi differenti ma tutti uniformati dal medesimo risultato: comando io.

Non solo riottosi ad accettare il dibattito con gli avversari in contradditori televisivi (da anni Berlusconi declina educatamente ogni invito, per la Meloni nulla salvo ammucchiate nei talk show, Salvini ha accettato per la prima volta un confronto televisivo vis a vis con Matteo Renzi pochi giorni fa), anche il contatto diretto con la propria base latita, sia nei modi che negli strumenti.

Di questo si vuole discutere in questo contesto: la mancanza reale di un confronto, dibattito, scambio di vedute, pareri con il proprio elettorato. Si gioca in casa, suvvia, cosa si può temere? Invece no. Congressi, segreterie, streaming: tutti termini oscuri alla destra italiana. Quindi cosa si può aspettare dal loro elettorato se non che seguano pedissequamente quanto affermato? Ad esempio durante la crisi di agosto era facilissimo distinguere i tweet ed i post prodotti dalla Bestia al servizio di Salvini da quelli dei veri elettori leghisti che, in molti casi, esprimevano forti perplessità circa l'eventuale (poi avvenuta) crisi di governo. Ed in quei gioni febbrili alcuni leghisti di spicco tentavano di proporre soluzioni, alternative e compromessi per scongiurare quanto poi accaduto. Consigli inascoltati e spesso neppure presi in considerazione: comando io e questo deve bastare.

Lo stile autoritario di Salvini si è comunque chiaramente visto nei mesi del governo gialloverde: il ministro dell'Interno comandava sui porti, sulle infrastrutture, sul lavoro, sulle pensioni, nei contatti con i sindacati e nei confronti dello stesso premier. Si può tranquillamente affermare che la medesima linea è tuttora, e non solo in passato, seguita da Berlusconi: decido io se si va in piazza o no e decido io chi sarà il prossimo leader della destra alle competizioni elettorali. la Meloni si adegua, anche se alcune precisazioni sui social di Crosetto (cofondatore di Fratelli d'Italia) possono far pemìnsare che tiri un'aria in parte diversa.

La nostra è una democrazia rappresentativa, d'accordo, ma aperta al dialogo ed al confronto, almeno al proprio interno. Sin dalla Prima Repubblica le posizioni dei partiti venivano decise nei congressi o comunque in altri momenti assembleari. Credo nessuno possa affermare che Bettino Craxi non avesse titolo a governare il PSI.

Quindi da democrazia rappresentativa si sta passando ad una democrazia obbediente? Sembrerebbe di sì. Ed in questo caso è ancora possibile chiamarla democrazia? L'elettore leghista è entusiasta dell'apertura al Sud della Lega? L'elettore moderato di Forza Italia esulta nell'avere Salvini come leader? Dilemmi che i leader si guardano bene dal presentare e soprattutto, nel domandare il parere dei loro votanti.

Credere, obbedire e votare: il nuovo slogan delle destre riunite.

Foto: Pixabay

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