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Cannabis light: a proposito dei negozi che vendono «fiori di canapa» e simili

di Enrico Fletzer

A proposito dei negozi (molti) che in italia vendono «fiori di canapa» e simili (*)

 

Olio di serpente? Ingenuo passatempo? Alternativa al tabacco?Ausilio terapeutico o semplice “materiale tecnico” non certo qualcosa di pericoloso, ripugnante o diabolico.

Farsi un’idea della canapa per quanto riguarda la dimensione del gusto e degli aromi di alcune delle oltre 4000 varietà presenti sul globo adesso è abbastanza facile. Basta andare dal tabaccaio o in certe osterie, aprire quel che vendono come “prodotto tecnico”, comprare le cartine, arrotolarle con un cartoncino senza coloranti e costruire il mitico Castello costituito dalla classica canna riempita con “la droga”. Il tutto preferibilmente senza il tabacco che è velenoso anche quando ingerito o masticato. Se si omette il tabacco si rischia però qualcosa dal lato combustione. Meglio utilizzare un vaporizzatore – alcuni consigliati dai medici se di buona qualità – diminuendo fino a quasi azzerare i rischi.

Gli effetti? Piuttosto scarsi ma rilassanti sono dovuti principalmente al Cannabidiolo dal momento che il vietatissimo THC è quasi assente con valori massimi dello 0,2% fino alle varietà elvetiche che viaggiano sotto l’1 per cento.

In effetti il classico “marocchino” – anche se spesso è pesantemente tagliato – appare un prodotto per alcuni versi più onesto. Anche se il mercato globale non lo rende certo più sano, l’economia di un milione di Riffiani dipende dal kif. Per la presenza delle mafie e di tagli, l’hashish venduto nelle strade europee non è sempre al top. Ma se dovessimo aiutare il popolo del Rif “a casa loro” allora dovremmo considerare come dall’economia del fumo dipenda appunto la vita di un milione di persone e dunque sarebbe auspicabile creare alternative legali. Alcune proposte in tal senso sono state discusse addirittura in Parlamento e anche Encod – ovvero la «Coalizione europea per politiche giuste ed efficaci sulle droghe» – propone un mercato equo e solidale.

Tutti questi discorsi però tacciono sulle qualità della cannabis usata come alimento che rientrerebbe nella tipologia light senza che ci sia peraltro ancora una regolamentazione dei cannabinoidi negli alimenti (ma lo stesso vale per i semi di papavero, il tabacco e last but not least, la Coca Cola). Parliamo del Thc ovviamente. Mentre a Ginevra si è scoperto ai primi di giugno come l’OMS – cioè l’Organizzazione mondiale della sanità – non avesse mai studiato la pianta e i suoi componenti.

Il Cannabidiolo è in effetti la grande scoperta della medicina moderna. Modula in effetti o addirittura deprime gli effetti del THC tanto che viene utilizzato in alcuni coffee shop olandesi per i pazienti che avessero fumato troppo e per calmare gli effetti spesso sgradevoli delle indigestioni (che passano senza danni ma al momento possono essere molto fastidiosi, in particolare per chi esagera con dolcetti alla cannabis). Il Cbd è un argomento di cui mi sono occupato recentemente per la traduzione di un testo scientifico: è universalmente riconosciuto come rimedio per le crisi epilettiche infantili ma anche in altri campi. Recentemente l’OMS se ne è occupata – appunto ai primi di giugno – decidendo di non sottoporre la sostanza a controlli, leggi, divieti. Il suo status è controverso per l’interesse della GW Pharmaceuticals e della Bayer che in Gran Bretagna sono riusciti a metter fuori mercato i numerosi produttori indipendenti di estratti che popolano il mercato e che comprendono molte ditte italiane.

Essendo la cannabis prodotta dai militari italiani a basso contenuto di Thc e con discrete quantità di Cbd risulterebbe più conveniente per i pazienti mescolare la light con quella olandese ad alta percentuale di Thc ottenendo un grande risparmio. Anche per queste ragioni la light non è ben vista dai farmacisti ma molto apprezzata dai tabaccai.

Un altro aspetto del fenomeno è celato ovviamente dai tanti misteri di stampo religioso e razzista che circondano questa pianta.

Il consumatore ma anche il curioso dovrebbe essere in grado di capire sostanzialmente come le infiorescenze della canapa (di cui esistono oltre 4000 varietà divise in sub-specie indica, sativa e ruderalis) contengono una infinità di cannabinoidi di cui i più importanti sono Thc, Cbd e Cbg e una infinità di terpeni, paragonabili agli olii essenziali, come limoneni e molti altri che anch’essi interagiscono con le proprietà psicoattive del Thc tanto che certe varietà di cannabis da droga con componenti analoghe di Thc e Cbd hanno effetti più sedativi (stone) o più euforizzanti (high).

Per dire in breve che il gusto della cannabis parimenti a quello del vino è oggettivamente e soggettivamente percepibile. Sono ormai comuni e per ora legalissime sedute di degustazione di varie tipologie o strain di cannabis light anche se questi prodotti non sono venduti – a differenza di quanto avviene in Svizzera e in Austria, ma anche nella proibizionistica Francia – come prodotti da fumo, con le consuete diciture sulla dannosità della combustione ma come “materiale tecnico” privo di ogni possibile utilizzo inalatorio o di ingestione.

Che questi prodotti siano spesso più cari di prodotti con effetti più marcati presenti sul mercato nero viene spiegato con il fatto che per ottenere un prodotto di qualità bisogna prestare particolare cura alla coltivazione e all’essiccazione.

Basti pensare come gli stimati 8 milioni di brasiliani che fumano maconha psicoattiva la importano dal Paraguay dove l’erba viene lasciata a marcire sul terreno umido. Un prodotto decisamente di scarso valore e di poca spesa per i ricchi brasiliani che hanno investito in questo prodotto al di là del confine.

Il valore di una pianta di cannabis può variare quindi moltissimo: dai pochi centesimi alle decine di migliaia di dollari dei baobab cresciuti all’aperto e in piena legalità nella California del Nord.

I costi di produzione e di vendita sono simili in tutte le varietà quando la qualità e la salute del consumatore sono al centro del business.

L’apertura di migliaia di posti di lavoro, la normalizzazione ulteriore della pianta sono sicuramente fenomeni positivi. Certamente anche pungolante la possibilità di ulteriori aperture e di un movimento antiproibizionista all’altezza dei tempi che per ora manca.

Un amico del Gabrio ha recentemente scritto come con la possibile messa fuori legge della cannabis light sarebbe finalmente suonata l’ora per i protagonisti di quella che lui definisce sostanzialmente una grande truffa. Una affermazione che non condivido. Anche perché è tutta la narrativa sulla canapa che è vittima di una grandissima truffa a partire dalle leggende sugli “Assassini” per finire all’utilizzo del termine marijuana dalla grande stampa statunitense per introdurre forme di discriminazione razziale e sociale passando per Nixon e per finire con le promesse della soluzione militare all’italiana.

Del fenomeno light (che vede coinvolti anche un comune amico e organizzatore della Million marijuana march di Roma) sarebbe in effetti più giusto evidenziare gli aspetti positivi che quelli negativi. La polemica sulla canapa leggera ha visto fronteggiarsi sul sito italiano di millionmarijuanamarch.info un altro comune amico che produce infiorescenze della varietà dioica ungherese Kompolti in alternativa a quelle un po’ più care di Luca Marola, militante radicale e fondatore del Canapaio Ducale di Parma che del fenomeno è divenuto il principale esponente e testimonial. Scontro fra produttore e produttore che ricorda il volgare problema di chi ce lo avrebbe più lungo se non fosse che nasconde la vecchia polemica contro i Radicali che dura ormai dal febbraio 2014 e che paradossalmente li ha ulteriormente legittimati – ahimè – come unici o quasi rappresentati politici antiproibizionisti con un certo senso della realtà. Altrimenti vinceranno come al solito quelli che “ce l’hanno più lungo”. I cazzoni e/o gli speculatori a me risultano come al solito uniti nella mistificazione e nel prosperare sull’ignoranza. Uniti a chi confida nell’ennesimo olio di serpente di farwestiana memoria.

(*) Se nulla sapete – possibile? – di questi negozi che dal 2017 spuntano ovunque date un’occhiata all’ultimo numero del settimanale «Internazionale» che, sotto il titolo «Il fiore senza legge che tutti vogliono», riprende un articolo di Elisabetta Povoledo per «The New York Times» [db]

LA VIGNETTA – scelta dalla “bottega” – è di Vincenzo Apicella: un auspicio che anche qui è ampiamente condiviso. Per inciso ieri a Roma si è svolta la 18esima edizione della «Million marijuana march» (vedi l’immagine qui sopra).

 

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