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di Tommaso Battimiello lunedì 21 giugno 2010 - 0 commento oknotizie
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Blackout Italia, gli All Whites bloccano gli azzurri sul pareggio

 
Il Mbombela Stadium è di sicuro lo stadio più interessante di questo Mondiale. Circondato dal Kruger National Park, la grande struttura rettangolare si staglia delicatamente contro la vegetazione africana, senza maltrattarla e offenderla con le sue tonnellate di cemento.
 
Qui le grandi costruzioni non s’impongono prepotenti, con la forza della modernità, qui il ferro e l’acciaio devono scendere a patti con la tradizione. Qui si respira davvero l’Africa.
 
Le foreste che lo avvolgono sono il regno dei Big Fives, ovvero i cinque grandi animali del continente (il leone, l’elefante africano, il Bufalo, il Leopardo e il Rinoceronte Nero), l’omaggio, dunque, non poteva che essere agli animali, in un angolo di mondo ancora libero dall’industria nemica della natura.
 
Il tetto, che corre tutto intorno a coprire gli spalti, è sorretto da diciotto alti pilastri, innalzati in modo tale da rappresentare le giraffe, vere regine della savana. La rampa per raggiungere i posti a sedere è un enorme serpente che fagocita e sputa fuori gli spettatori dalle sue spire. Sui seggiolini si alterna il bianco e il nero, a rivestire gli spalti di un unico, lungo manto zebrato.
 
Lo stadio è, in sostanza, magnifico paradigma di quest’Africa, della quale sintetizza il legame con la tradizione e la natura, basi imprescindibili non solo per il passato, ma soprattutto per il futuro sviluppo del continente. Il complesso non è ancora terminato e, come l’Africa, ha l’aspetto di un cantiere ancora in corso.
 
E l’aspetto di un cantiere in corso ce l’ha anche l’Italia di questo Mondiale, che nel Mbombela Stadium ha affrontato gli All Whites della Nuova Zelanda. E’ come se Lippi avesse seguito, nel costruire la sua “nuova” nazionale, i principi su cui si poggia il Mbombela.
 
Il perno centrale della squadra è ancora il nucleo degli ex-campioni del mondo, la tradizione, a cui ha affiancato però forza fresche come Chiellini, Criscito, Pazzini, Marchisio e Montolivo. Quest’ultimo punto avrebbe dovuto rappresentare lo sviluppo che non danneggia la solida base, l’innovazione che va d’accordo con le colonne portanti.
 
 
Mbombela docet.
Se non fosse bastata la prima partita contro il Paraguay, l’1-1 con i neozelandesi dissipa ogni dubbio: c’è davvero qualcosa che non funziona. Non è questione di fortuna, di occasioni fallite, e non è nemmeno il destino avverso che concede troppo ad avversari immeritevoli.
 
Questo secondo pareggio stride come unghie sulla lavagna, e a questo punto ci si dovrebbe svegliare dal sogno dorato che aveva avvolto l’Italia, proteggendola da qualunque risultato negativo grazie al titolo di campioni del mondo, divenuto ormai l’unico motivatore a dispetto di tutte le brutte prestazioni. La coppa ormai è solo il talismano di mille incertezze.

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