Le denunce di Maurizio Bolognetti contenute ne “La peste italiana. Il caso Basilicata. Dossier sui veleni industriali e politici che stanno uccidendo la Lucania” (Reality Book, pp. 160, € 14,00). La Prefazione di Carlo Vulpio.
La Basilicata (o Lucania) resta, nell’immaginario collettivo italiano, una regione meridionale anomala. Piccola, poco abitata, senza criminalità, con splendide località storiche (i Sassi di Matera) e naturali (i due mari, l’interno selvaggio). Incontaminati.
Tuttavia, già da tempo LucidaMente, attraverso i servizi del proprio redattore Andrea Spartaco, aveva evidenziato che, disgraziatamente, il panorama lucano non è così roseo, né, tantomeno, “pulito”.
Il libro di Maurizio Bolognetti La peste italiana. Il caso Basilicata. Dossier sui veleni industriali e politici che stanno uccidendo la Lucania denuncia il business petrolio, la commistione tra politica e autorità che dovrebbero tutelare l’ambiente e la salute pubblica, tra controllori e controllati, la rovina di un intero ambiente, con fosche ricadute sulla salute pubblica (impressionante è l’incidenza di tumori, tra le più alte dell’intero Paese).
Il combattivo giornalista Carlo Vulpio ha redatto la Prefazione al libro. Ne pubblichiamo di seguito un ampio brano.
Un giornalista del Financial Times, di recente, ha scritto che la Basilicata è bella. Il giorno dopo, un po’ tutti, dall’ineffabile presidente della Giunta regionale lucana ai soliti giornalisti nostrani “copia e incolla”, hanno cominciato a ripetere come pappagalli che la “Basilicata è bella”.
Questa affermazione è falsa. Perché la Basilicata non è bella. È bellissima. Dire che è bella, anziché bellissima, ne sminuisce il valore, ne mortifica l’importanza, ne “normalizza” la vita. Che non è una vita qualunque. Ma una vita sconosciuta, ancora tutta da raccontare. Non perché sia una vita segreta, ma perché raccontarla è semplicemente rischioso.
La vita della Basilicata – sia detto anche a beneficio di quel cronista del quotidiano inglese al quale non sarà stato fatto mancare Aglianico di ottima qualità – non è l’oleografico idillio di gastronomia, clima e paesaggio, più i lucani brava gente. Questa immagine è una crosta, spacciata per quadro d’autore. La vita della Basilicata, di oleografico, ha solo l’oil vero e proprio, il petrolio, la cui estrazione e continua ricerca sta riducendo la regione a una groviera, e la sta impoverendo, perché la sta spremendo come un limone, la sta svuotando e la sta facendo ammalare. In superficie, questa regione appare diversa da com’è diventata: è come se avesse fatto uno sforzo sovrumano, nonostante tutte le prove e le violenze subite, che le ha permesso di conservare ancora i lineamenti della sua passata gioventù.
Ma dentro, sotto, dietro, la Basilicata è una regione spenta, rassegnata. Sembra aspettare la fine dei secoli e così sia. Non c’è da meravigliarsene, d’altra parte. Una regione con 131 piccoli comuni e nemmeno seicentomila abitanti – ricca di acqua, di gas, ora anche di petrolio, con le montagne innevate e il mare caldo, le campagne generose di grano, viti, ulivi e colture pregiate – è un luogo perfetto dove creare un feudo, in cui pochi signorotti comandano e tutti gli altri ubbidiscono, subiscono, o nel migliore dei casi si adeguano. Proprio quello che è accaduto a questa regione.
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