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Banche, tra Grande Trasformazione e sovrana imbalsamazione

Due giorni fa, secondo indiscrezioni giornalistiche provenienti da Bloomberg, si è appreso che Unicredit inserirà nel nuovo piano quadriennale 2020-23, che sarà presentato a fine anno, un taglio fino a 10 mila posti di lavoro, oltre ad una riduzione del 10% dei costi operativi. Forse complice il gran caldo, la reazione dei sindacati è stata piuttosto sopra le righe. Molto rumore per nulla o segno dei tempi per un settore in ristrutturazione permanente?

Probabilmente entrambe le cose. Il commento del segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, è stato: “se queste indiscrezioni saranno confermate, stavolta si fa a cazzotti e se serve useremo altro“. Ora, non vogliamo sapere cosa sarebbe quell'”altro”, che non suona comunque benissimo, anche al netto della cosiddetta dialettica delle relazioni sindacali. Quello che lascia ancor più perplessi, dell’intervento di Sileoni, sono alcuni concetti successivi:

Manovre di questo tipo sono operazioni di sciacallaggio, tutte a danno del personale, di una banca che pretende di fare affari in Italia senza tener conto del contesto sociale del Paese.

Non è chiaro che significhi ciò. Forse “il contesto sociale del paese” vuol dire che l’iniziativa privata va sospesa sino a nuovo ordine e gli organici devono essere congelati, o meglio imbalsamati? Peraltro, ieri abbiamo sentito l’abituale canzoncina del vicedirettore di Radio24, a ricordare come il capo azienda di Unicredit, Jean Pierre Mustier, sia francese (parbleu), e quindi serve capire se e come Unicredit vorrà restare in Italia. In precedenza, mesi addietro, il direttore del quotidiano di Confindustria aveva ritenuto di vergare un editoriale in cui invitava il governo italiano a restare vigile perché, in caso Unicredit non fosse riuscita a comprarsi Commerzbank (secondo boatosintermittenti), sarebbe finita accoppiata ai francesi di Société Générale. Mai sia che i francesi ci portino via la seconda banca del paese, in effetti. Potrebbero portare i risparmi italiani nella Valle della Loira, impedendone la “canalizzazione” verso titoli di stato ed altre amenità, no?

Al netto di questo abituale ed ormai logoro folklore sovranista, ci sono alcuni dati da considerare. In primo luogo, che il settore del credito verrà sempre più modificato da innovazione e digitalizzazione, che renderanno ridondanti interi segmenti dell’attuale popolazione aziendale. Ribadire, come fa Sileoni, che la popolazione bancaria è passata in alcuni anni da 360 mila a 280 mila persone, non autorizza a chiedere medaglie al valore ma è la presa d’atto dei profondi cambiamenti in atto nel settore. Serve ad assai poco puntare i piedi per preservare la natura labour intensive delle banche, in sintesi.

Quanto ai numeri di Unicredit, alla fine sarebbero 2.500 persone in uscita l’anno, tutto entro il fisiologico turnover della banca. Un’accelerazione verrà da Quota 100 o (eventualmente) dall’utilizzo del fondo di solidarietà settoriale, da rifinanziare. Ma il fatto che una banca in salute decida di ridimensionare gli organici fa parte delle eventualità della vita, e questo i sindacalisti lo sanno perfettamente.

Le banche si confrontano con due grandi minacce (oppure opportunità, a seconda dei punti di vista): oltre alla profonda trasformazione tecnologica ed alla diffusione del Fintech, che rischia di erodere quote di mercato disintermediando le banche anche con l’azione esercitata dalla direttiva PSD2, occorre considerare i bassi tassi d’interesse, che picconano implacabilmente i margini.

Nel fantomatico piano industriale di Unicredit pare si preveda una crescita dei ricavi di solo l’1% in aggregato, e ciò renderà inevitabile l’azione sui costi. Certo, si potrà pensare a sviluppare i ricavi da commissioni, auspicabilmente non mettendo le mani in tasca ai clienti ma come genuina contropartita della fornitura di servizi a valore aggiunto. Ma quello che oggi pare acquisito è che la persistenza di debole domanda di credito e tassi molto bassi è destinata a corrodere i bilanci delle banche, se non affrontata strategicamente in modo vigoroso e radicale.

L’occupazione nelle banche potrà quindi aumentare, con lo sviluppo di una serie di attività aggiuntive, ma nella prima fase non potrà che ridursi, e anche di molto; invocare il “contesto sociale del paese” pare tanto un logoro dispositivo retorico, prima di iniziare a negoziare.

Se a Unicredit accade questo, pensate a quello che accadrà alla pletora di banche italiane di seconda e terza fila. Quelle con i leggendari “legami col territorio”, ad esempio; al netto delle declamazioni, qui parliamo di entità schiacciate dai costi e con problemi di sviluppo dei ricavi ancor maggiori rispetto alle consorelle maggiori.

 

Pensate ad esempio a Carige: ipotizziamo che il suo salvataggio, per mano del sistema bancario, abbia successo. A voi pare fisiologico che il settore bancario italiano, così come espresso dal Fondo interbancario di tutela dei depositi, debba diventare (come potrebbe accadere) il padrone di una banca? Non vedete la concentrazione dei rischi? Da dove trarrà gli utili, questa banca controllata dalle banche? Facendo loro concorrenza spietata, ammesso e non concesso che ne abbia le forze, anche al leggendario “livello locale”?

Voi sapete che il rapporto costi-ricavi di Carige eccede il 90%? Sapete che da quella banca dovrà uscire molto personale? E sapete che altrettanto accadrà a tutte le altre banche italiane, qualcuna delle quali finirà come Carige e lo ha già scritto in faccia? Che facciamo, invochiamo “il contesto sociale del paese” per impedire loro di affrontare un cambiamento inevitabile riproducendo lo schema Alitalia, quello dell’ossimorica decomposizione da imbalsamazione?

No, non sarà affatto semplice, ristrutturare il settore bancario italiano. Né sarà indolore per i contribuenti, temo. Ma, contrariamente a quanto vi dicono e diranno, non esiste alternativa, perché la tendenza è globale. E non potrete consolarvi dando la colpa a francesi e tedeschi, questa volta, perché anche loro sono nelle stesse condizioni.

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