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Atletica: aggrappati a Tortu

Ormai sono trascorsi addirittura 16 anni dall’ultimo Oro iridato (G. Gibilisco, Salto con l’Asta, Parigi 2003). In quest’arco temporale (e temporalesco) l’Italia dell’Atletica leggera ha subìto una drastica e progressiva involuzione, per un malessere che negli ultimi anni è andato cronicizzandosi in maniera molto marcata. 

Ogni edizione dei Campionati del Mondo la concludiamo mestamente, con quello zero nella casella dei Titoli conquistati che ormai sta diventando una sorta di marchio di fabbrica, anzi, per essere più precisi, un marchio d’infamia che ci sta contraddistinguendo in maniera sempre più imbarazzante. Dopo ogni Mondiale siamo convinti d’aver toccato il fondo, ma purtroppo ogni volta ci dobbiamo ricredere, perché quell’abisso in cui siamo precipitati sembra non conoscere il punto più depresso. Duole dirlo, ma pare proprio che col tempo gli azzurri abbiano smarrito nel loro DNA i geni che sino agli anni Novanta li conducevano a rivaleggiare gomito a gomito con il patriziato dell’Atletica. Basti pensare ai Pietro Mennea, Alberto Cova, Maurizio Damilano, Sara Simeoni, sino a giungere a Fiona May, Fabrizio Mori e Stefano Baldini, per tacere di tanti altri signori della pista, che per decenni avevano tenuto in auge il nostro buon nome, sfoderando prestazioni superbe ed a volte persino storiche. Insomma, la retromarcia attuata dagli azzurri negli ultimi due lustri (in cui faticano persino a centrare una Semifinale) appare per certi versi incomprensibile. Pochissime Nazioni nel corso della loro storia sono transitate dalla gloria all’oblio in un lasso di tempo estremamente ridotto. L’alibi della prepotente avanzata del terrificante “uomo nero” non regge, in quanto anche vent’anni fa gli atleti africani la facevano da padrone nelle gare di corsa, e l’Italia riusciva ugualmente a farsi onore (basti pensare che a Goteborg ’95 ci piazzammo al 3° posto nel medagliere!), svettando nelle specialità in cui i neri non erano competitivi. E poi questa scusante dovrebbe valere anche per nazioni come Germania, Polonia e Giappone, che magari non saranno delle super potenze, ma che riescono ugualmente ad intrufolarsi ai banchetti di Corte, sfruttando diligentemente quei pochi pertugi lasciati dai soliti statunitensi, kenyani, giamaicani ed etiopi, e da tutte le altre delegazioni aventi in dote atleti di sangue africano (come Gbr e Francia). Tanto per citare qualche esempio, se anche in Qatar le gare di corsa, dalla velocità alla Maratona, sono state appannaggio dell’Africa o comunque di atleti di origini africane, non altrettanto si può dire di competizioni come i 400hs, dove si è imposto il norvegese K. Warholm per il secondo Mondiale consecutivo, mentre nelle due gare di marcia uomini si sono registrate due vittorie giapponesi, ma potremmo continuare menzionando tante altre specialità, dal Lancio del Disco (1° posto per un rappresentante della Svezia) al Lancio del Martello (Polonia), sino a giungere al Salto in lungo donne (Germania). Insomma, tutte le potenze storiche dell’Atletica, malgrado l’aumento esponenziale dell’indice di difficoltà, riescono ancora a rimanere sulla breccia, e l’Italia è l’unica che stenta a mantenersi su livelli accettabili, vivendo ogni rassegna iridata come l’approssimarsi dell’ultimo respiro. Anche il primo Mondiale disputatosi in terra araba ha rasentato l’indecenza, raccogliendo un misero Bronzo (senza nulla togliere al valore dell’impresa di Eleonora Giorgi nella Marcia 50km, che invece merita un bell’applauso) ed un’infinità di risultati mediocri o comunque non in sintonia con le attese riposte in una delegazione che era chiamata al riscatto, e che invece ha stampato la fotografia del periodo pietoso che sta vivendo il movimento italiano, con l’unica vera eccezione rappresentata dalla promessa numero uno dello sport nostrano, rispondente al nome di Filippo Tortu, che a 21 anni ha raccolto un più che confortante 7° posto nella gara regina della velocità, i 100 metri, eguagliando lo storico piazzamento di P. Pavoni ai Mondiali ’87, stabilendo un 10’’07 che lascia ben sperare per il futuro. Per la cronaca l’atleta delle Fiamme Gialle, è stato l’unico bianco presente nella Finale, e questa la dice lunga sulla portata dell’impresa del talento azzurro, a cui l’intero movimento è costretto ad aggrapparsi per non precipitare nella Fossa delle Marianne delle aspirazioni e dell’onore. La gara è stata vinta, com’era da copione, dalla giovane stella statunitense C. Coleman con uno dei migliori tempi all time, 9’’76, davanti al campione uscente J. Gatlin (37 anni e non sentirli). Fra le vittorie più significative citiamo quella dell’altro americano N. Lyles nei 200 (19’’83) e dell’etiope M. Edris nei 5000 (bissato l’exploit di due anni fa), mentre nei 10000 si è aperta ufficialmente la successione al trono di M. Farah, con il successo dell’ugandese J. Cheptegei.

Alberto Sigona

Foto: Pixabay

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