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Arvo Part, "Musica Selecta"

(2CD, Ecm New Series)

Per festeggiare l’ottantesimo compleanno del compositore Arvo Part, Manfred Eicher, il produttore esecutivo dell’etichetta ECM, ha voluto creare una compilazione di suo gusto, ovviamente lungi dall’essere esaustiva per sintetizzarne la carriera, dedicata ad una delle stelle del sofisticato marchio tedesco. Anche perché l’incisione di “Tabula rasa” nel 1983-84 segnò l’inizio delle ‘New Series’. Non solo Jazz moderno, a volte nuovo, a volte già sentito, comunque contraddistinto da un suono inconfondibile. Si dà il via, e con quale titolo!, alla musica contemporanea di qualità. Anche perché in quest’era digitale le etichette di genere sembrano, se non scomparse, destinate a scomparire. Non si intravvedono, nel campo artistico, novità significative, stimolanti, capaci di dar vita a nuove correnti, di creare nuove scuole. Arvo Part sembra portare qualcosa di nuovo, di diverso, anche se collegato all’antico. Riesce ad essere ascoltato con attenzione da una numerosa fetta di pubblico, in un’epoca in cui tutto sfugge o dura, talvolta, lo spazio di un mattino.

Arvo Part nasce l’11 settembre 1935 a Paide, in Estonia, non ancora repubblica indipendente, piccola parte dell’immenso impero sovietico. Inizia il suo percorso musicale a Tallinn dove lavora per la Radio estone, scrive musica per il cinema e la televisione (1958-1967) e contemporaneamente studia pianoforte e composizione al conservatorio di Tallinn con Heino Heller (1887-1970), diplomandosi nel 1963. Il lavoro in radio gli consente di ascoltare molta più musica di quanta il regime sovietico consentisse allora nel suo paese. Come tanti compositori della sua generazione, Part ha scarso accesso a quello che accade nella musica dell’Europa occidentale. Eppure è il primo a utilizzare il metodo dodecafonico in ‘Nekrolog’(1960), la prima partitura per orchestra che inaugura la sua fase sperimentale. Oltre a ricorrere a tecniche seriali, a cluster e ad elementi aleatori, sviluppa anche la tecnica del collage, componendo su brani preesistenti (un esempio, “Collage uber B-A-C-H” del 1964), accanto a frammenti di citazioni di altri autori e a tecniche compositive antiche, come il Canone, che comparirà di frequente nelle opere successive. Durante un lungo periodo di silenzio (all’incirca otto anni), si dedica allo studio del canto gregoriano, della musica medievale e rinascimentale, ponendo le basi, al suo rientro in scena, per la definitiva scelta stilistica, annunciata da un pezzo per pianoforte solo (“Fur Alina”), il primo ad essere composto con la tecnica del ‘tintinnabuli’. Ecco come Part spiega il suo metodo : “Lavoro con pochissimi elementi, una voce, due voci. Costruisco con i materiali più primitivi, con l’accordo perfetto, con una specifica tonalità. Tre note di un accordo sono come campane. Ed è perciò che chiamo questo tintinnabulazione”. Dunque, nel Tintinnabuli ci sono due voci dominanti : la principale , o ‘voce tintinnabulare’, canta o esegue un arpeggio o la triade tonica, mentre la seconda compie un movimento diatonico e progressivo. Lessicalmente, è una parola estone-latina che ricorda il risuonare e il confondersi dei suoni di campana. E’come ricreare in vitro uno spazio acustico risonante, come quello di una chiesa vuota, nella quale fluide melodie e strutture armoniche statiche creano un’immagine fuori dal tempo, oggettivata al pari delle icone bizantine. E’nelle icone infatti che trovano una sintesi tratti metafisici, non-umani (l’acherotipo) e l’anonima, ma sensibile rilettura dell’artista. 

Passando all’ascolto, la sequenza scelta da Manfred Eicher alterna 16 brani più e meno conosciuti del repertorio del compositore devoto alla Chiesa Ortodossa, e potrebbe spingere quanti ancora non lo conoscono a voler sentire per intero, almeno alcuni degli 11 dischi da cui sono tratti : Arbos, Tabula Rasa, Alina, In Principio, Kanon Pokajanen, Te Deum, Adam’s Lament, Litany, Orient&Occident, Miserere, Lamentate. L’unica traccia inedita selezionata è ‘Most Holy Mother of God’, interpretata dall’Hilliard Ensemble, ma non inserita in “Officium Novum”, il secondo lavore del quartetto inglese assieme a Jan Garbarek.

E’ difficile esprimere una preferenza per un brano, piuttosto che per un altro. Il primo CD si apre con “Es sang vor langen Jahren”, ossia i versi iniziali di un poema dello scrittore tedesco Clemens Brentano (1778-1842), “Der Spinnerin Nachtlied”. Eccellenti gli interpreti : Gidon Kremer, violino, Vladimir Mendelssohn, viola, Susan Bickley, contralto. C’è lo spirito del tempo antico che non tornerà più, una dolcezza malinconica espressa dagli archi. Le pause ben collocate, le dinamiche sonore, la qualità del suono. Il suono, il luogo da cui e il modo in cui viene emesso, costituisce uno dei punti fondamentali nel metodo di lavoro di Part, che cura i particolari con meticolosità estrema. Il brano successivo è quel ‘Fur Alina’(1976), che segnò il ritorno alla ribalta del compositore. Poche, singole note al pianoforte da parte di Alexander Malter, pause, suoni mantenuti fino al silenzio. La sensazione, a tratti, di un carillon o di melodiche gocce di pioggia. Un brano quasi di musicoterapia, che tranquillizza, consente a chi è teso di prendere respiro, a chi è in preda allo sconforto di pensare che ci sia qualche cosa per cui valga la pena di continuare il mestiere di vivere. Oppure, si scoprono delle cose dentro di sé, che prima non riuscivano ad affiorare. In “Mein Weg”, per 14 archi e percussioni, interpretato dalla Tallinn Chamber Orchestra, diretta da Tonu Kaljuste, uno dei fedelissimi collaboratori di Part, c’è la campana in primo piano, così gradevole perché riporta all’infanzia di molti, quando la vita ecclesiastica, ma non solo, era regolata dai rintocchi delle campane. Un suono familiare in una società non ancora prigioniera della tecnologia. La leggiadrìa degli archi, che si fermano, riprendono in un lento crescendo e colpiscono, per così dire al cuore l’ascoltatore, è la caratteristica di “Silouans Song”. Non serve aggiungere altro. Ognuno saprà trovare un buon motivo per continuare ad ascoltare una musica senza tempo, attuale oggi, come ieri o domani.

“Fratres” è il primo dei due brani inseriti tratti da “Tabula rasa”, l’album uscito nel 1984, che diede il via alla feconda produzione “New Series”. E’ stata scelta la versione per violino e pianoforte : Gidon Kremer e Keith Jarrett, che per una volta almeno evita di emettere il consueto birignao orgasmico. La cadenza iniziale di Kremer lascia senza fiato, crea un clima di angoscia, che scompare grazie all’entrata del piano con una semplice nota. La seconda versione in ‘Tabula Rasa’ è affidata a 12 violoncellisti della Berlin Philarmonic Orchestra. Dura quasi lo stesso tempo (poco più di 11 minuti), ma la delicatezza ed il timbro dei violoncelli suscitano sensazioni differenti. Il secondo titolo è il breve ‘Cantus in memoriam of Benjamin Britten’. E’ un bravo che mette i brividi. Gli archi si intersecano, mentre la campana sullo sfondo sembra un segnale funebre, per ricordare un compositore, di cui Part ammirava l’inusuale purezza della sua musica, simile a quella delle ballate di Guilleme de Machaut.

Tra i 5 brani corali contenuti, spicca il Magnificat, tratto da “Te Deum”. Le voci dell’Estonian Philarmonic Chamber Choir, diretto da Kaljuste, esprimono la religiosità ascetica del compositore, capace di dare ai testi antichi una nuova, brillante, musicalità. “Festina lente”, dal “Miserere”, è dedicata dall’autore ad Eicher. Il titolo è l’adagio latino, “affrettati lentamente”, scelto dal celebre umanista, tipografo, editore rinascimentale Aldo Manuzio (1450-1515), che dal 1502 divenne il suo motto per identificare, insieme al simbolo di un delfino attorcigliato ad un’ancora, le sue opere. Forse Part ha visto in Eicher il produttore illuminato che lavora con intelligenza, riflettendo su che cosa valga la pena di editare. ‘Musica Selecta’ si conclude con “Da Pacem Domine”, per coro misto ed orchestra. E’ un brano che rievoca polifonie antiche e invece è sempre lui a scriverle. Part, che riesce a trasmettere sensazioni partendo dal passato. In questo caso, una tristezza venata di speranza per la vita dopo la morte, di cui non si sa niente, ma che forse è la vita vera che attende ogni essere umano.

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