L'Arab spring, e le insurrezioni che stanno scuotendo il mondo magrebino causando la caduta dei regimi, sono segnate dall'impatto dei social network e dalla nascita del giovane "popolo del web" arabo. La "piazza reale" e la "piazza virtuale".
We are people of the land.
(Tweet di un egiziano citato dal Washington Post)
In principio fu l'immagine ed essa era presso Twitter, prima ancora di arrivare sui media mainstream.
Ogni rivoluzione del secolo passato è stata fatta, oltre che rappresentata, anche (a volte soprattutto) dalle immagini, e il digitale non fa altro che adattarsi tecnicamente alla loro diffusione. Niente altro che un medium immateriale che ci invita a vivere un mondo simulato, dove tutto è costruito, favolato, inventato secondo i nostri bisogni. Con la differenza che scegliamo "noi", personalizzando i significati nel flusso di informazioni che ci invade non appena ci colleghiamo ad internet. L'estetica del realismo delle immagini è la stessa di sempre, più complessa forse, la cui "metafisica" del reale è sempre legata al tentativo di rappresentare la materia di cui sono fatti i sogni.
L'immagine del ragazzo che offre un fiore ai soldati ai funerali di Jan Palach nel 1968 (foto sopra), quella del muro di Berlino abbattuto a picconate dalla folla, dello studente che ferma i carri armati a piazza Tien An Men, della donna che ferma il SUV sul quale viaggia Ahmadinejad mostrandogli il dito medio; sono immagini che mediano e diventano rapporti sociali, diventano realtà, solo che oggi, a differenza di ieri, possono essere diffuse da chiunque attraverso il web, con un portatile o con un palmare.
La primavera araba è cominciata con una foto, scattata da un cellulare, di Mohammed Bouazizi, un ragazzo tunisino di 26 anni, laureato in informatica e disoccupato, che il 17 dicembre di un anno fa si diede fuoco per protestare contro le drammatiche condizioni di povertà in cui era stato ridotto dalla crisi economica. L'immagine, ritwittata migliaia di volte, fece da scintilla ed esplose come un frattale, entrò nel circuito del “moltiplicatore mediatico”, occupando le pagine online e cartacee dei giornali, entrò nei notiziari televisivi di tutto il mondo, irrompendo nell'immaginario dei giovani del mondo arabo.
Cosa abbia fatto sì che quella immagine digitalizzata, e non altre, quella spettacolarizzazione dell'invisibile sia diventata un simbolo, acquisendo un valore d'uso evocativo del desiderio di una rivoluzione, superando la logica piatta e bidimensionale dello schermo, della divisione in pixel, non può trovare spiegazione solo nel bisogno di proteggere i "valori umani" dalla barbarie (della macchina?). In Tunisia ed in Egitto c'era già un contesto che presentava i sintomi di una rivoluzione imminente, nel 2008 erano state sedate brutalmente le insurrezioni del distretto operaio di Gafsa in Tunisia, nella città egiziana di al-Mahalla al-Kubra c'erano stati una serie di scioperi del comparto tessile, e sempre nello stesso paese, nel 2005 alle elezioni svoltesi in un clima di violenze da parte della polizia, fin dentro i seggi elettorali, con accuse di brogli, i Fratelli Musulmani avevano ottenuto comunque lo storico risultato di 88 seggi, mentre nel 2004, un cartello di 300 intellettuali aveva dato vita al movimento Kifaya, nel quale si è sviluppata una importante e trasversale opposizione al regime di Mubarak. Prove generali di una rivoluzione che si è poi estesa in gran parte del mondo arabo.
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