A parte il facile confronto con una stagione che si è presentata come climaticamente difficile i 20 mesi vissuti pericolosamente dall’economia italiana hanno riportato la produzione del settore manifatturiero indietro di 100 trimestri (più della media UE) ovvero a livello del 1984!
La gravità della situazione italiana è un semplice raffronto con Francia e Germania che hanno perso rispettivamente solo 12 e 13 trimestri.
Per quanto riguarda l’indicatore reale del ricorso alla cassa integrazione, dai dati comunicati dall’INPS emerge che la gestione di cassa per il 2009 chiude sostanzialmente sugli stessi valori del 2008 (una riduzione di -0,7%), ma da gennaio a novembre l’effettivo utilizzo è del 61% del richiesto contro circa il 70% dello stesso periodo dell’anno precedente.

A dicembre i disoccupati erano 2.130.000 con un tasso dell’8,5% ma il dato perché il peggioramento (nell’ottobre 2008 la disoccupazione era al 7%) va proprio a danno dei giovani che hanno un tasso superiore di tre volte a quello complessivo! Sono proprio i giovani a pagare il prezzo più alto: uno su quattro è senza prospettive per il domani e non è in grado di emanciparsi dai genitori. I numeri dicono che a pagare la recessione sono stati: i contratti a termine (-229 mila solo nel 2009) con una contrazione del 9,4%, le collaborazioni a progetto 12,1% e quelle occasionali -9,9%, viceversa il popolo delle partite IVA ha ingrossato le proprie fila con un + 132mila pari ad un + 16,8%.
La chiave di lettura di questo ultimo dato è che, per contenere i costi del lavoro, si è verificata la sostituzione dei contratti flessibili con formule ancora più a basso costo.
Per il Direttore del CENSIS Giuseppe De Rita “i giovani di oggi, che sono più formati, più tecnologizzati, molto più aperti ad esperienze internazionali e che dovrebbero costituire il punto di forza per la ripresa” sono stati viceversa sottooccupati in una situazione strisciante di precariato che non dà prospettive. Appena avvertita la crisi , sono stati i primi ad essere espulsi dal mercato del lavoro e la stagnazione del nostro paese – sempre secondo il CENSIS – è anche in questa mancanza di prospettive per le sue generazioni più giovani. Nel 2008 l’Italia si è confermata al 13mo posto nella classifica Eurostat sul PIL procapite come potere d’acquisto e mantiene di fatto le posizioni 2006 e 2007 nonostante la crisi. Tuttavia le altre economie europee, Germania, Francia, Inghilterra e Olanda, sono sempre davanti al nostro paese esclusa la Spagna che non ci precede più.
In apnea
Il rapporto CENSIS usa questo termine che si addice molto bene alla nostra realtà. Secondo il CsC (Centro studi Confindustria) vi è stata una secca flessione del PIL che nel 2009 è sceso a – 4,7% mentre nel 2010 è atteso un aumento di +1,1% e nel 2011 un +1,3%, un recupero troppo modesto rispetto ai nostri competitor: Saranno necessari ben 8 anni perchè le imprese ritrovino i livelli perduti della produzione e 4 anni perché il paese torni ad incrementare il volume del PIL ai livelli antecedenti la crisi.
Sempre secondo CsC la Germania impiegherà 2 anni e mezzo, mentre la Francia già nella seconda metà del 2011 avrà compensato le perdite subite. A bruciare le tappe saranno invece gli USA che nel giro di un solo anno torneranno con il PIL a livelli pre-crisi. “La ripresa c’è, ma c’è anche la crisi” sono le parole del Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia a conclusione del seminario di dicembre del CsC per l’apertura dei lavori dello Studio “Italia 2015”.