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Ana Caram canta, suona e parla in sintesi della sua vita artistica al Cotton Club di Tokyo

A quasi 61 anni Ana (Lucia Ribeiro) Caram (Presidente Prudente, San Paolo, Brasile, 1 ottobre 1958) ha tenuto due concerti in due giorni – una stranezza poiché il locale, normalmente, prevede due set per ogni giornata – al Cotton Club, non particolarmente gremito, davanti ad un pubblico attento, appassionato e conoscitore della Musica Popular Brasileira (da qui in avanti MPB), quale è da sempre quello giapponese.

18 canzoni in 73 minuti, bis compreso, eseguite da sola, accompagnandosi con una chitarra elettrica Yamaha, che riproduce il suono di un’acustica. E’ brutta da vedere, con molte parti vuote, ma le è comoda da trasportare in aereo nei suoi frequenti spostamenti : infatti dopo Tokyo avrebbe suonato a Shangai prima di far ritorno a casa.

Utilizza con frequenza uno Scat elegante e canta sia in portoghese che in inglese. Si schernisce riguardo alla conoscenza della lingua anglosassone, in realtà è a suo agio, perché ha vissuto per parecchi anni negli Stati Uniti. Da quando, racconterà durante la serata, Paquito D’Rivera praticamente la lanciò nel 1988 invitandola a suonare assieme a lui ad Helsinki per il “Finland Sea Jazz” e alla Carnegie Hall di New York per il “JVC Jazz Festival”.

La scaletta si compone di classici della MPB, con autori come Antonio Carlos Jobim in primo piano, e di quattro brani originali , tre dei quali ispirati dal movimento religioso cristiano, al quale Ana si è convertita più di trent’anni fa, vale a dire la “Chiesa Avventista del settimo giorno”.

Il set inizia con “Voce vai ver” di Jobim e “Se è tarde me perdoa” di Carlos Lyra, uno dei veterani del Samba e della Bossanova. Già si percepisce la professionalità di Ana, la sua bravura nel cantare e suonare allo stesso tempo, improvvisando felicemente con uno Scat originale. Segue “Alagoas”, un titolo autobiografico di Djavan, nato a Maceiò, la capitale dello stato di Alagoas, armonicamente molto complesso e difficile da cantare, secondo le caratteristiche delle sue canzoni.

Uno standard plurinterpretato della Bossanova è “Wave”, seguito da “Caminhos cruzados”, entrambe di Tom Jobim. La seconda è una delle canzoni scritte da Jobim in coppia con Newton Ferreira de Mendonça nel periodo dell’esplosione della Bossanova, a partire dalla fine degli anni Cinquanta.

Subito dopo, “Upa neguinho” di Edu Lobo e Gianfrancesco Guarnieri. E’ un pezzo plurinterpretato, oltre che dall’autore, da stelle come Elza Soares, Elis Regina e Mina.

“A felicidade” segna un altro fecondo incontro nella MPB, quello tra Vinicius De Moraes (1913 – 1980) e Tom Jobim (1927 – 1994) e racchiude un po’ della saggezza del popolo brasiliano : la tristezza non ha una fine, la felicità sì.

Una delle canzoni più amate di Caetano Veloso, “Minha voz, minha vida”, viene interpretata da Ana con molto sentimento.

“Mais uma vez” è il primo dei quattro brani originali in scaletta. Ana dice di averlo composto, ispirata dal Giappone, mentre si stava preparando per il tour.

A questo punto la cantante rispolvera con gioia un brano antico, “O que vier eu traço”, scritto da uno dei principali compositori per la scuola di samba carioca Portela, Alvaiade, pseudonimo di Oswaldo Dos Santos, in coppia con Zè Maria. Il brano è contenuto nel disco “Rio after dark”(1989), inciso sulla scia del successo ottenuto in seguito alla tournee con Paquito D’Rivera, il quale si esibisce in un prezioso assolo di clarinetto. Ma ciò che sorprende, è che questo ‘Samba Cançao’, nella seconda parte viene riproposto ad una velocità più che raddoppiata ed Ana lo padroneggia senza alcun sforzo sia vocalmente che ritmicamente. Ricordo tra le molte versioni quella di Elis Regina e, in tempi recenti, quella di Paula Morelenbaum.

Giunge così il momento di ascoltare, una di seguito all’altra, tre canzoni, ispirate alla cantante dall’amore per Dio : “Pura luz”, “Oraçao” e “Deus sabe, Deus ouve, Deus ve”. Personalmente, a parte la prima, contenuta anche in “Blue Bossa” - un disco gustoso, nel quale la cantante riproduce l’atmosfera del Cool Jazz che si incontra con la Bossanova, ricreata per primo, all'inizio degli anni Sessanta, da Stan Getz - le altre due sono musicalmente molto distanti da quelle della MPB. Sono canzoni ‘militanti’, nel senso che Ana le compone per comunicare a chi la ascolta, quanto sia salvifico abbandonarsi con fiducia a Gesù Cristo.

Ancora uno Scat malinconico si insinua nelle note di “Triste”, ennesimo successo di Tom Jobim.

Un’altra perla da “Blue Bossa” è “Leva-me pra lua”, versione soffice e sognante di “Fly me to the Moon”. E’ un brano del 1954 di Bart Howard, che inizialmente si intitolava “In other Words” e che fu interpretato da numerosi cantanti affermati, anche se la versione di maggior impatto sul pubblico rimane quella di Frank Sinatra, con quel modo di cantare imperioso e superbo che sovente infastidisce l’ascolto.

L’ultima canzone di Jobim proposta è “Agua de beber”, contenuta in “Sunflower time”, un disco di successo prodotto in Giappone nel 1996. E’ una versione arrangiata da Bluey Maunick Licer, del gruppo di Pop-Jazz “Incognito”. Suoni elettrici e liquidi, selezionati con intelligenza, conferiscono un’aura totalmente diversa a quella che solitamente si respira ascoltando la versione di parecchi artisti della MPB (mi vengono in mente Joyce e Toninho Horta)

Il recital si conclude con “Tristeza”, un Samba che conosce oltre 210 interpretazioni, ma che in origine, era il 1963, fu l’ultima composizione di Haroldo Lobo (1910 – 1965), scritta assieme a Nilton de Souza (1936 – 2018), il quale, grazie al successo ottenuto, fu conosciuto popolarmente come Nilltinho “Tristeza”.

Per il bis, doveroso, la cantante sceglie un’altra insidiosa canzone di Djavan, “Serrado”, superando con esperienza i numerosi ostacoli disseminati sia nel percorso strumentale che in quello vocale.

Affiorano applausi convinti, meritati, soprattutto quando un musicista, che si esibisce in completa solitudine, riesce a non far cadere mai, nemmeno per un momento, la tensione emotiva accomulata.

Foto: Yuka Yamaji

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