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Alcune questioni per capire Grillo

Mi sarebbe piaciuto essere dalla parte di Beppe Grillo, delle sue denunce, delle sue proposte. Ma non pochi interrogativi mi si sono parati davanti, obbligandomi a riflettere, a pormi dei problemi.

Non ho tessere di partito dalla morte di Enrico Berlinguer e non è detto che ne debba avere per forza qualcuna. Anzi.

Dunque provo a mettere in fila alcune cose su cui mi interrogo:

1) Il dilemma partito-movimento. Noto una contraddizione tra il sistema sociale della rete che ha al centro il blog personale di Grillo, e il sistema istituzionale-parlamentare che rappresenta la diretta emanazione del primo. Trovo che siano due aspetti interconnessi di una condizione confusa nella quale ciò che è privato non dovrebbe avere legame alcuno con ciò che è pubblico e che riguarda gli interessi collettivi. Il movimento è tale finché mantiene il suo carattere socialmente diffusivo e non si materializza in una struttura di tipo istituzionale, quale è certamente una presenza in parlamento. In tal caso questa presenza di eletti per me rappresenta un partito che solo per capirci chiamiamo M5S, anche se i due termini, partito e movimento, come ho detto, cozzano tra di loro.

2) La contraddizione tra leader e movimento. Nel pensiero di Grillo-Fo-Casaleggio si tende a svuotare la figura del leader, per affermare la supremazia del movimento. È un errore di strategia enorme in quanto tutte le volte che i movimenti si sono incanalati nello spontaneismo, scorrendo come fiumi in piena verso il loro destino naturale, hanno lasciato dietro di sé solo macerie e fanghiglie. Basti pensare alle jacquerie contadine, ricorrenti nei secoli in Sicilia o in Francia, al tumulto dei Ciompi o alle rivolte napoletane ai tempi di Masaniello. Spesso dietro questi movimenti spontanei lasciati allo sbaraglio, si sono nascosti interessi sotterranei di classi privilegiate che, puntando sullo sfascio generale, hanno trovato alla fine il loro tornaconto, cavalcando la tigre delle carestie, della fame, del disagio e della miseria sociale. E non mi pare il caso, qui, che il M5S sia paragonato a Occupy Wall Street contro le banche e la borsa americane, o ad altri movimenti spontanei durati il tempo di una stagione, perché l’Italia non è l’America o la Spagna, ma un Paese nel quale la democrazia è andata degradando sempre più verso la sua dissoluzione. Ecco perché i leader positivi penso ci aiutino a essere artefici dei nostri destini. Il problema non è, dunque, che i movimenti sono ricchi e i leader sono falsi e corrotti, ma di fare in modo che i primi creino le risorse necessarie a costruire dei leader in grado di essere creativi e conseguenti con il patrimonio collettivo delle proposte. Cioè “il pensiero originale” nel quale, come dice Casaleggio, risiede “la possibilità del cambiamento”. Questa condizione non contraddice l’esistenza del leader positivo. Anzi, la rafforza perché ciascuno deve contribuire, con la sua creatività e facendosi interprete dei bisogni di tutti, a essere artefice del proprio destino. Altrimenti avremo comunità acefale, o come vuole l’attivista anarchico David Graeber, citato da Casaleggio, movimenti “leaderless, ‘senza leader’”. In realtà sappiamo, e nessuno può dire il contrario, che la negazione pretestuosa del leader, si fonda su una pratica che negli ultimi anni è servita a costruire dei leader che negando se stessi nell’ambito decisionale e politico-istituzionale, hanno di fatto favorito il loro essere leadership, ma senza responsabilità. Oscillanti tra la protesta di piazza e la loro assenza di scelta.

3) Il conflitto tra regole e caos. Per Grillo ci può essere un altro modo di stare insieme ed è quello di non avere regole. Credo che questo sia un suggerimento pericoloso. Per cui preferisco cartesianamente restare legato alle vecchie regole fino a quando non ho pronte quelle che dovranno sostituirle. Come il M5S mi aiuta a trovare quelle nuove? “Ogni soggetto mobile – scrive Grillo – si conquista lo spazio senza nessuna regola che limiti il suo spostamento. Si può e funziona”. E Casaleggio: “Senza regole vige comunque una regola, anche se è diversa da quella che noi conosciamo”. Credo che, pertanto, il problema che si pone la leadership del M5S (anche se viene negata) è di inventare nuove regole che funzionino meglio di quelle che abbiamo conosciuto. Ma la domanda che mi pongo è questa: come si vogliono trovare queste regole? Sperimentandole sul corpo vivo delle persone e dei loro bisogni? Penso che neanche il M5S lo voglia. Resta dunque insoluto il percorso politico che finora è stato quello errato dell’arroccamento su se stessi. Se questo non ci fosse stato avremmo un altro presidente della Repubblica e un altro governo rispetto a quello che immaginiamo possiamo avere.

4) La spettacolarizzazione della politica. Tutte le volte che Grillo si esibisce nelle piazze, cosa che non ho visto fare a Dario Fo e a Casaleggio, il comico dà prova di quanto egli consideri la politica come sorpresa, una disciplina per il merveilleux e lo stupore. Il dato mi è stato confermato dalla traversata a nuoto dello Stretto di Messina. Un tentativo di creare meraviglia che ha confermato i siciliani nella convinzione che tutti quelli che sono approdati qui lo hanno fatto per conquistarli, e quindi per un fatto ovvio e consolidato nei secoli. E i siciliani si sono sempre fatti conquistare, senza opporre quasi mai resistenza. Lo spettacolo per i siciliani è un fatto normale, visto che per loro il giuoco tra realtà e finzione è sempre stato una costante sociale.

5) La notizia è online, ma la verità è altrove. Per quanto il ristretto gruppo di teorici del M5S si sforzi di affidare alla rete e ai social network il compito di costruire un mondo nuovo, questo mondo non può che basarsi sull’organicità dell’uomo, sui suoi bisogni fondamentali. Nessuna realtà virtuale potrà mai superare il valore oggettivo di una comunità reale. Per cui è vero che se internet moltiplica all’infinito il numero delle informazioni che possiamo avere su un dato fatto, non per questo l’insieme di tutte le informazioni in nostro possesso, possono automaticamente essere tradotte in verità. A nessun uomo può essere sottratto il diritto-dovere di dubitare, di negare una verità dogmatica, di sospettare una torsione dei dati, di individuare una manipolazione, un rischio o di tentare di prevenirlo. Come è successo ieri sera dopo l’annuncio di Beppe Grillo che sarebbe arrivato a piazza Montecitorio in subbuglio. Notizia subito dopo disdetta. Improbabile mi pare poi che internet, con tutto quello che ci sta dentro, sia la fonte della verità. È vero il contrario, perché una cosa è la mera informazione e altra cosa è la verità, un fatto documentato, inoppugnabile, non opinabile, ma inscritto in una ricerca spesso solitaria e difficoltosa. Se così non fosse rischieremmo di confondere tutte le verità del potere, altrimenti note come ufficiali, come verità definitive. Cosa che nessun uomo di buon senso può accettare.

Non è vero, in ultimo, che le comunità di rete consentono meglio l’esercizio della democrazia. Più si è, più difficile è la partecipazione responsabile. L’aveva già notato Danilo Dolci che aveva espresso il suo giudizio negativo sul concetto di massa, che concepiva come un insieme di elementi informi, senza una direzione, senza una guida. Più si è, più viene meno il diritto alla parola finché la massa prende il sopravvento per irrompere hic et nunc senza prospettiva, senza confronto, senza soluzioni. In questa situazione la possibilità che ciascuno ha di scegliere la via migliore utilizzando le nuove tecnologie della comunicazione è vicina allo zero.

Sarebbe utile quindi discutere sugli assetti sociali e di gruppo per una politica alternativa a partire dai territori. Già alcune decine di migliaia di soggetti avrebbero difficoltà a interferire tra di loro, assumendo decisioni ampiamente condivise. In ogni caso nelle reti internet sono sempre pochi a decidere. Sui grandi numeri si può solo compilare un questionario precostituito, scegliere una rosa di nomi, aderire a un appuntamento o esprimersi su semplici domande. L’elaborazione creativa di cui parla Casaleggio, almeno a livello di un consistente gruppo territoriale, mi pare assai remota.

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