Lisa Sanders è una giornalista che ha scoperto l’amore per la medicina ed è diventata medico internista alla facoltà di medicina della Yale University School. Questa donna straordinaria è anche uno dei consulenti della famosa serie televisiva "Dr. House".
“Ogni paziente racconta la sua storia. L’arte della diagnosi” (Einaudi, 2009), è il libro di questa professionista eclettica che scrive sul New York Times Magazine, nella rubrica mensile Diagnosis. Questa pubblicazione è una vera e propria autopsia della classe medica ed è “eccitante perché il processo di svelare il mistero della malattia di un paziente è un magnifico esercizio investigativo, complicato ma ricco di soddisfazioni. Importante perché ognuno di noi, un giorno potrebbe essere quel paziente. Più ne sappiamo del processo diagnostico, più saremo in grado di capirlo e favorirlo” con le nostre risposte più adeguate (p. 21).
Infatti, poiché il potere del medico risiede nella sua abilità a trovare il tempo per fare le domande giuste al momento giusto, “è molto più importante sapere che tipo di paziente ha la malattia, che non che tipo di malattia ha un paziente” (William Osler). Nel colloquio l’attenzione deve dispiegarsi senza pregiudizi, cioè senza chiusure cognitive premature, e bisogna annotare tutti i dettagli e le anomalie che si presentano in un paziente: in eccesso o in difetto. È questo il primo passo per affrontare “un esame clinico razionale” (David Sackett, fondatore della medicina EBM, basata sulle prove di efficacia).
Come affermato da Salvatore Mangione l’esame obiettivo del corpo del paziente insieme all’approfondimento continuo della semeiotica medica, cioè lo studio dell’insieme dei segni e dei sintomi percepibili dai sensi umani (vista, udito, tatto), rimane ancora oggi una delle migliori metodologie di indagine scientifica: guida il medico nel suo ragionamento e riduce “la scelta dei test a quelli che hanno maggiori probabilità di fornire risposte utili, risparmiando tempo e denaro e a volte salvando anche delle vite” o evitando le complicanze più gravi (p. 87).
Però anche le visite mediche hanno i loro limiti: auscultare i polmoni raramente aiuterà il medico a confermare la presenza della polmonite, mentre una visita cardiologica può essere attendibile quanto un ecocardiogramma per rilevare problemi alle valvole (Steven McGee). Inoltre la riduzione dei tempi di permanenza dei pazienti in ospedale ha fatto diminuire la possibilità di apprendere questo genere di arte medica agli studenti e agli specializzandi, e “in confronto alle risposte fredde fornite dalla tecnologia, l’esame obiettivo appare primitivo, intimo, perfino invadente. Anche quando il malato è disponibile e consenziente, condurre un simile esame è psicologicamente scoraggiante per il medico” (p. 73).
Comunque molte ricerche concordano nell’indicare che “una buona anamnesi (il processo e l’intervista che raccoglie le informazioni sul paziente) permette ai medici di prescrivere un minor numero di esami e di visite specialistiche, senza maggior dispendio di tempo. Anzi, sembrerebbe che una buona anamnesi possa perfino abbreviare la visita. Inoltre, il paziente è più soddisfatto, si attiene con maggiore scrupolo alla terapia prescrittagli, i sintomi si risolvono prima e le cause legali sono meno frequenti” (p. 31).