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Siria: sette anni di cinismo

Nel 2013 Obama aveva minacciato di intervenire in Siria dopo che i governativi di Damasco avevano fatto uso di armi chimiche, ma papa Francesco era riuscito a dissuaderlo. Quattro anni dopo Trump ordinava di colpire la base aerea di Shayrat, come rappresaglia per l’uso da parte dei governativi siriani di agenti chimici. Ora Trump si ripete triplicando gli obbiettivi a poche ore dalla sua esternazione di voler disimpegnare i 2mila militari in Siria, ma questa volta con l’appoggio dei britannici e dei francesi.

Il presunto attacco chimico ha portato gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna a scendere in campo con i propri mezzi non limitandosi a dei reparti speciali o ad armare i curdi e le varie milizie. Trump schiera unità navali armate di missili “belli ed intelligenti”, fiancheggiato dai britannici e con i francesi impegnati a fare da comparsa. Un raid giustificato da Macron, davanti al Parlamento europeo con un laconico “sono intervenuti per difendere l’onore della comunità internazionale” e profetizzando per l’Europa una guerra civile.

Una dimostrazione di forza indirizzata a Damasco, ma che per interposta persona è la Russia il destinatario e ancor di più l’Iran, che è nel mirino di Trump e dell’israeliano Netanyahu, come dimostra il raid aereo di Israele del 9 aprile che, a differenza degli statunitensi, ha colpito senza avvertire nessuno e facendo vittime anche tra militari iraniani.

La fievole voce dell’Onu, per una via diplomatica, è rimasta inascoltata, anche quando l’OPAC (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) si era messa a disposizione per indagare sulla presenza di agenti chimici e le discussioni in seno della Lega araba non hanno avuto alcun effetto.

Sarà cinismo, ma si ha l’impressione che della popolazione siriana, vittima da sette anni di sofferenze, a nessuno dei contendenti interessa. Certamente non ai russi ed agli iraniani chiamati da Assad a difendere il suo potere più che il suo dominio. I Turchi, più che a spodestare Assad, sono impegnati nella caccia ai curdi, gli statunitensi cercano di addestrare ed armare i curdi ed alcune formazioni antigovernative, mentre i sauditi, con i paesi del Golfo, finanziano il variegato schieramento islamico. Sopra tutti - letteralmente - i raid aerei, di ogni schieramento, impegnati a scaricare bombe e bidoni chimici su scuole ed ospedali, oltre che su case e moschee.

Erdogan, dopo Afrin, esorta gli Stati Uniti a riprendere le armi date ai curdi e promette di restare a lungo in Siria minacciando di togliere ai curdi anche Kobane. In questa vera e propria caccia al curdo c’è l’indignazione dell'artista grafico Zerocalcare, che a Kobane ha dedicato una graphic novel, nel trovare l’Occidente “distratto” dopo aver festeggiato i curdi come eroi nella guerra ai fanatici daesh ed ora vengono abbandonati al loro destino.

I turchi sembrano impegnati ad occupare il nord della Siria, forse non è che un primo passo per un nuovo impero ottamano, i russi vogliono tenersi stretti la base navale Tartus sul mediterraneo e quella aerea di Hmeimim, mentre gli iraniani, con gli hezbollah, si sono insediati, minacciando Israele, sulle alture del golan.

Un recente rapporto di Save the Children sulla Siria è già obsoleto con vittime su vittime e profughi su profughi che continuano ad allungare l’elenco dopo Ghuta ed ora con Douma, i massacri continuano. 

Il conflitto siriano si muove anche nell’ambito della propaganda ed ecco che si discute a chi può convenire impiegare o fomentare voci sull’uso di agenti chimici sulla popolazione, mentre si minacciano, dopo una risposta “adeguata”, altre azioni militari non finalizzate a deporre Assad, ma solo ad impedire l’uso di agenti chimici ed ignorare il rapporto delle Nazioni Uniti dedicato alle brutalità commesse dal regime di Damasco.

I governativi stanno riconquistando le macerie della Siria senza lasciare spazio a tregue “umanitarie” ed all’apertura di corridoi per l’evacuazione, colpendo indiscriminatamente civili ed armati.

Una riconquista fatta di cannoneggiamenti e bombardamenti concepiti per radere al suolo ogni possibile rifugio, trasformando città prospere in spianate e gran parte del territorio siriano in un cumulo di rovine, come Aleppo.

Un campo di battaglia dove si fronteggiano, con eserciti ed armando milizie, i sostenitori di Damasco e di chi vuol spodestare al Assad. Un conflitto mondiale che rischia di non rimanere circoscritto, coinvolgendo oltre al debole Libano anche tutto il medio oriente in una nuova spartizione delle aree di competenza, come avvenne nel 1916 tra il diplomatico francese François Georges-Picot e il britannico Mark Sykes, dando luogo all’accordo Sykes-Picot, per le rispettive sfere di influenza in seguito alla sconfitta dell'impero ottomano nella prima guerra mondiale. 

Un trattato, quello franco britannico, redatto con righello e squadra, senza tener conto dei popoli oltre che di fiumi e montagne, ma che ha garantito per 150 anni un minimo di stabilità dell’area.

Era apparso sul The Guardian, in prossimità della rappresaglia, la riflessione di Simon Jenkins sulla possibilità che solo una vittoria di Assad metterebbe fine alla guerra civile in Siria – Only Assad’s victory will end Syria’s civil war. The west can do nothing – e con l'intervento militare occidentale si prolungherebbe la sofferenza della Siria.

Al quotidiano britannico si era aggiunto il suggerimento di Caroline Galactéros (colonnello nella riserva, direttore della società di intelligence strategica Planeting, direttore del gruppo di esperti GeoPragma) su Le Figaro con Pourquoi la France ne doit pas s'associer aux frappes en Syrie (Perché la Francia non deve aderire agli attacchi in Siria) per una posizione “pragmatica” dell’Occidente.

Dopo oltre sette anni di sofferenze per i siriani e di sperimentazioni diplomatico-militari si arriva alla conclusione che è meglio lasciare i siriani al loro destino?

Ma i venti di guerra sul Mediterraneo non può farci dimenticare della tragedia del popolo yemenita, vittima del conflitto iraniano saudita.

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