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Non solo Superlega: il calcio-business è realtà da tempo

Tanto tuonò che piovve. A poco più di quarant’anni dalle parole pronunciate dallo storico Presidente dell’Ascoli, Costantino Rozzi, secondo il quale il futuro del calcio sarebbe ruotato intorno alla costituzione di un campionato di calcio europeo per club, capace di andare a regionalizzare quel che sarebbe restato della Serie A[1] (concetto poi ripreso dall’ex Presidente del Milan, Silvio Berlusconi[2]), ecco tornare prepotentemente a far capolino la possibilità, questa volta reale, di costituire una fantomatica Super Lega abile a concentrare tutto il gotha del calcio europeo in un’unica e selezionatissima competizione quasi del tutto privata dell’accesso meritocratico.

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Il mese di Aprile 2021 ha prodotto avvenimenti che hanno portato a un passo dal far segnare la seconda evoluzione dello sport più amato e seguito al mondo in qualcosa di diverso da come finora è stato conosciuto, tuttavia, prima di analizzare gli ultimi fatti, occorre fare un passo indietro.
 

Si potrebbe suddividere il periodo di vita del calcio in tre fasi ben distinte: una prima (quella della competizione puramente sportiva, potenzialmente definibile come Era Romantica), contestualizzabile tra gli albori della disciplina e la metà degli anni Novanta del XX Secolo; un seconda, fissata tra la seconda metà degli anni Novanta ed i tempi odierni (identificabile con la denominazione di Era dello Sport – Business) ed una terza che si aprirebbe proprio con l’avvio della nuova Super League e che potrebbe prendere il nome di Era del Business – Entertainment.

La prima di queste fasi si caratterizzò per l’ampia finestra temporale di maturazione e, sostanzialmente, si sviluppò senza mai perdere di vista il nucleo centrale della competizione sportiva ossia il gesto atletico. Essa vide il suo apice in concomitanza con lo svolgimento dei Campionati del Mondo di calcio del 1990, organizzati in Italia, successivamente ai quali una sequela di avvenimenti politico – giuridici impattò, come mai prima, sul gioco più bello del mondo.

Uno di questi avvenimenti, capace di destabilizzare equilibri cristallizzati da decenni, fu indubbiamente la caduta del muro di Berlino alla quale seguì la riunificazione tra Germania Ovest e Germania Est, ma, soprattutto, l’entrata nel calcio d’elite di una serie di società e di campioni fino a quel momento confinati alla porzione di territorio oltre il Muro.
L’allargamento del parco giocatori pronti a calcare i più famosi terreni di gioco d’Europa venne, tuttavia, ancora limitato da una serie di impedimenti di natura politica quali, ad esempio, la normativa del “3+2” in base alla quale alle società sportive fu permesso il tesseramento di non più di tre stranieri, oltre ad ulteriori due, purchè questi ultimi avessero militato in squadre del solito Paese, ininterrottamente, per 5 anni.
Una ulteriore limitazione riguardò la situazione lavorativa del calciatore in scadenza di contratto con il club d’appartenenza; fino al 1995 era consuetudine che lo sportivo potesse trasferirsi presso un nuovo club solo nel caso quest’ultimo si fosse impegnato al pagamento di un’indennità nei confronti del precedente.
 

Alla luce della nota “Sentenza Bosman” del 1995 queste due limitazioni vennero interpretate dalla Corte di Giustizia Europea come incompatibili con i criteri della libera circolazione, all’interno dell’area EU, riconosciuta ai lavoratori comunitari, consentendo al calciatore la libera gestione del proprio cartellino una volta scaduto il contratto che lo avesse fino ad allora vincolato ad una società; la sentenza permise anche ai club, sempre se facenti parte dei Paesi aderenti all’UE, di non essere più soggetti ad alcuna limitazione nel tesserare calciatori stranieri, purchè comunitari.

Nonostante l’impatto storico dei citati eventi destabilizzanti, ancora oggi risulta difficile far coincidere la fine della fase romantica con quei fatti; il vero momento di rottura andò a concretizzarsi, poco dopo, in concomitanza con la commistione tra Sport (con la S ancora volutamente maiuscola) e finanza. La prima società, almeno in Italia, a decidere di quotarsi a Piazza Affari fu l’allora Lazio di Sergio Cragnotti (1998); in quel preciso momento la fase romantica passò il testimone ad una nuova fase, quella dello Sport – Business (emblematico il linguaggio tecnico – finanziario usato dal Presidente Cragnotti per salutare l’entrata di una compagine calcistica nel mercato azionario: “la Lazio è una società che si offre al mercato con un indebitamento pari a zero ed è da due anni che realizza utili”[3]). Svelato, grazie alla parole di Cragnotti, il motivo dell’accostamento del termine business a quello di sport, occorre capire come tutto ciò andò a declinarsi: 1) attraverso l’istituzione di campionati nazionali passati dalle diciotto alle venti squadre e 2) attraverso l’avvento della nuova Champions League caratterizzata non più dalla presenza di una corposa fase ad eliminazione diretta (parzialmente archiviata già durante la seconda metà degli anni Novanta a favore di una ristretta fase a gironi), bensì da ben due fasi a gironi con contestuale allargamento del numero di squadre partecipanti non più circoscritto alle sole vincitrici dei tornei nazionali.

Queste due riforme generarono una sostanziale bulimia da calcio giocato che non si sarebbe mai più arrestata (l’attuale palinsesto televisivo prevede calcio giocato quasi sette giorni su sette), giovando più al fatturato di tutto l’indotto che non allo spettacolo sportivo vero e proprio (una delle accuse mosse alla costituzione della doppia fase a gironi fu quella di abbassare il livello qualitativo della competizione mediante l’inserimento di “squadre materasso”). Giocare un maggior numero di partite avrebbe significato la vendita di più biglietti, aste per l’assegnazione dei diritti tv più vantaggiose per i club ed, ancora, una maggiore possibilità di allargare il parco delle sponsorizzazioni. Tutto questo avrebbe così generato un interesse in potenziali investitori che, grazie alla quotazione in borsa delle altre società sportive che seguirono la strada tracciata dalla Lazio di Cragnotti, avrebbero potuto dar vita a vere e proprie “scalate” tipiche del mondo finanziario.

Questo primo terremoto non ebbe un impatto così rilevante dal punto di vista puramente sportivo, andando a creare una prima fase di euforia, specie per i tifosi, felici di vedere la propria squadra giocare più volte la settimana; ne seguì tuttavia, sempre per quegli appassionati il cui salario non cresceva di pari passo né con il costo della vita né con la possibilità di recarsi alla stadio con maggior frequenza, la necessità di abbandonare la casa fisica della propria squadra del cuore, sostituendola con un ben più comodo abbonamento a quelle pay – tv che, nel frattempo, si erano accaparrate i diritti esclusivi di trasmissione di tutte le partite da disputarsi. Per i grandi club la minore vendita di biglietti su singolo evento (specie all’interno di una competizione nazionale calata, anch’essa, qualitativamente) venne attutita dal maggior numero di partite giocabili, fattore che andò a ricadere sulle casse delle squadre di centro classifica ormai escluse dall’elite del calcio europeo, ancora più di prima, con l’avvenuta cancellazione della Coppa delle Coppe. La necessità di partecipare a competizioni continentali più strutturate (caratterizzate da un maggior numero di partite da affrontare rispetto al passato) costrinse i top team a maggiori investimenti sia nei salari dei calciatori sia nell’acquisto del cartellino di questi ultimi, andando così a generare un complessivo aumento delle spese che furono coperte attraverso le maggiori entrate derivanti dalla partecipazione alle competizioni allargate, ma anche attraverso la contrazione di nuovi ed imponenti debiti. Giunti a quel punto, alla pari di quanto avvenne nel mondo reale, anche quello del calcio venne costretto a dover fare i conti con la crisi economica partita alla fine del primo decennio del nuovo secolo e fu così che, seguendo parallelamente il concetto di austerità imposta agli Stati europei colpevoli dell’avere un troppo elevato debito pubblico, arrivò anche per il mondo del calcio l’equivalente contromisura denominata Fair Play Finanziario.

L’opinione di Aldo Giannuli sulla Superlega.

Tale decisione, per quanto sensata, ampliò ulteriormente le differenze tra i top team e le squadre dotate di una minore potenza economica; se società come Inter, Milan e Juventus potevano godere di grandi patrimoni e di bacini di tifosi particolarmente ampi, cosa dire delle squadre di centro – bassa classifica costrette sia a rispettare l’austerità sia ad aver visto venire meno le entrate da ticketing a causa della svalutata Serie A a venti squadre?
L’ampliamento di tale divario economico generò la fine del punto di forza della Serie A e cioè l’equilibrio; si pensi a come, dal 2002 ad oggi, solo tre squadre (Inter, Milan e Juventus) siano state capaci di vincere uno scudetto, mentre nei due decenni precedenti a vincere, oltre alle tre prima citate, furono squadre storicamente meno quotate come Lazio, Roma, Sampdoria, Napoli e Verona. Mai in Italia si erano visti periodi così dominanti come quello imposto dall’ultima Juventus, capace di vincere ben nove titoli consecutivi dal 2012 al 2020.

Questa concatenazione di eventi ci porta al presente ed alla decisione dei più importanti club europei di dare vita alla cosiddetta Super League, una competizione che, fuori dalle frasi di circostanza già pronunciate degli aderenti, altro non farebbe che polverizzare gli ultimi elementi di interesse caratterizzanti le competizioni nazionali, inondando le già ricche casse dei club europei più quotati grazie anche ai finanziamenti promessi della banca d’affari JP Morgan[4]. Tale svolta segnerebbe la seconda evoluzione del calcio, quella che determinerebbe la fine dello Sport – Business in luogo del Business – Entertainment(i cui primi sintomi iniziarono ad avvertirsi con lo svolgimento dei Mondiali di calcio del 1994 negli Stati Uniti, oltre a quelli del 2002 in Giappone e Corea del Sud, fino all’assegnazione della massima competizione mondiale ad un Paese finanziariamente dotato, ma storicamente poco legato alla storia del calcio, come il Qatar). A seguito di questa autentica rivoluzione la competizione sportiva vera e propria godrebbe di una rilevanza inferiore (quasi secondaria), con gli euro – match, tutti trasmessi in tv, che andrebbero ad assumere le caratteristiche di un prodotto tipico dell’intrattenimento, magari ben fatto, ma privo della tradizionale epicità, delle proprie radici, di romanticismo e di tutto ciò che dalla fine dell’Ottocento fino ad oggi ha sempre caratterizzato questa disciplina; si parlerebbe, dunque, di un prodotto utile solo ad essere consumato.

Quanto appena descritto si concretizzerebbe con il venir meno dell’elemento caratterizzante il calcio pre – business: quella rarità degli incroci tra le squadre più quotate d’Europa tale da generare un contorno epico all’evento (qualsiasi appassionato di calcio vissuto tra gli anni Ottanta ed i Novanta ricorderà il sonoro 5 – 0 con il quale il Milan di Sacchi sconfisse il Real Madrid, ma difficilmente, tra qualche anno, ci si ricorderà allo stesso modo del 3 – 0 rifilato nella Primavera del 2017 dalla Juventus al Barcellona, per il semplice motivo che, a causa del formato moderno della Champions League,le due compagini si sono incrociate quattro volte negli ultimi sette anni).

Se con la Super League la svalutazione dell’epicità, figlia della saturazione, dovesse acuirsi ancor di più (e lo stesso potrebbe dirsi per la recentemente costituita Nations League per Nazionali) ci si dovrebbe chiedere il perché di questa nuova competizione: per la sola necessità dell’avere maggiori ricavi, dunque maggiori soddisfazioni per quegli azionisti, divenuti esclusivamente investitori disinteressati al risultato sportivo (diversamente da quanto avveniva con la figura dei Presidenti/tifosi), ansiosi di veder spartiti notevoli dividendi, come peraltro dimostrato dalla impennata avuta dalle azioni della Juventus successivamente al comunicato inerente la costituzione della Super League[5]. Per questi stessi motivi, negli ultimi anni, le grandi società hanno pensato di “aggredire” nuove fette di mercato fino a quel momento scarsamente prese in considerazione (da qui le amichevoli estive in terra americana ed asiatica, andando ad esse ad immolare la preziosa preparazione fisica pre – stagionale, fino alla scelta estrema di trasmettere una partita della Serie A alle 12:30 al fine di rendere il prodotto appetibile all’interno del territorio orientale).

 L’istituzione di questa nuova competizione continentale determinerebbe, perciò, una maggiore attrattiva per quei capitali stranieri che se da un lato, in questi anni, hanno salvato varie società di calcio in grave situazione economica, dall’altro si sono dimostrati incapaci di comprendere le peculiarità e le unicità di quegli ambienti cittadini e metropolitani, gravitanti attorno alle proprie rappresentative, contraddistinti da campanilismi storici ed elementi folkloristici (a riprova di ciò fu Churchill a riconoscere negli italiani un popolo capace di andare alla guerra come fosse una partita di calcio, vivendo, al contrario, una partita di calcio come se fosse una guerra).
Oggi si parla di squadre di calcio non più come simboli territoriali, bensì come brand utili a veicolare in nuovi mercati i beni (o i servizi) prodotti dall’azienda (spesso una multinazionale) che abbia acquisito la maggioranza delle quote di proprietà della società sportiva; ancora peggio sarebbe il caso dell’acquisizione di una società di calcio con l’unico scopo di andare a “ripulire” un’immagine poco green friendly della propria azienda, associandovi il logo del club.
Di quanto poco interesse per la salvaguardia delle competizioni nazionali abbiano sia le più importanti società calcistiche coinvolte nel progetto della Super Lega sia i vari broadcaster lo dimostra il trattamento subito dalla Coppa Italia negli ultimi decenni. Una competizione che, per evidenti motivi televisivi, ha concesso alle squadre più forti di scendere in campo solo a partire dalle fasi finali del torneo e, per di più, giocando i turni precedenti alle semifinali rigorosamente in casa, in modo da favorire semifinali televisivamente più attese e quindi pubblicitariamente più appetibili.
A tal proposito in uno speciale dedicato a Diego Armando Maradona e condotto da Gianni Minà, pubblicato in vari dvd da La Gazzetta dello Sport circa quindici anni fa, il da poco scomparso “Pibe de oro” raccontò dello sconforto provato, nei suoi ultimi anni vissuti a Napoli, nel sentirsi trattato non più come uomo – calciatore, bensì come uomo – investimento. Le parole di Maradona anticiparono quello che il calcio sarebbe di lì a poco divenuto: un insieme di uomini visti come assets (appunto investimenti/risorse umane suscettibili di valutazione economica) per chiunque avesse sentito la necessità di diversificare il proprio portafoglio di investimenti, decidendo indifferentemente o di sponsorizzare il singolo atleta oppure di acquisire quote di proprietà di una società di calcio.

In conclusione, è necessario prendere in considerazione le parole espresse dal Presidente del Real Madrid, Florentino Perez, secondo il quale la Super League sarebbe utile a “coprire le ingenti perdite dovute alla crisi[6]. Che il Presidente di uno dei più importanti club calcistici al mondo parli di “crisi”, a fronte degli attuali ed esorbitanti salari riconosciuti ai propri campioni nonchè dell’annuale e costosissimo calciomercato, dovrebbe far indignare chiunque la parola crisi (da un punto di vista sanitario, economico, lavorativo e psicologico) la stesse realmente vivendo sulla propria pelle.
In questa fase pandemica si è molto parlato di un’auspicabile redistribuzione del denaro attraverso un sistema fiscale improntato ad una maggiore progressività; allo stesso modo, dando credito alle parole pronunciate da Perez in merito alla ingenti perdite patite dalle società di calcio, sarebbe auspicabile iniziare a valutare una redistribuzione, in favore dei club minori, di una buona parte dei più elevati salari riconosciuti ai vari campioni posti sotto contratto, attraverso l’introduzione di un equo salary cap.

Tutto il mondo del calcio dovrebbe tentare di uscire insieme da questa difficile fase, non lasciando nessuna realtà nelle retrovie, tuttavia la Super League non agirebbe in tale direzione andando ad allargare ulteriormente il divario sportivo tra poveri e ricchi, sancendo la fine di una storia plurisecolare.
Come prevedibile, all’annunciata nuova competizione continentale, sono seguite giornate contraddistintesi per le dure prese di posizione da parte dell’UEFA, della politica, ma soprattutto della gran parte degli addetti ai lavori e di coloro senza i quali tutto ciò difficilmente si potrebbe realizzare: i tifosi. Il fronte comune eretto in difesa dello status quo si è ulteriormente rafforzato a seguito della decisa presa di posizione, contraria alla Super League, da parte dei principali club franco – tedeschi; da una parte il blocco teutonico, capeggiato dal Bayern Monaco, ha sottolineato la ferma volontà di salvaguardare i modelli nazionali (specie il proprio, caratterizzato da attivi di bilancio e dalla corposa partecipazione societaria da parte di quei tifosi che hanno realmente a cuore la prestazione sportiva), dall’altro il Presidente del Paris Saint Germain, Nasser Al-Khelaïfi, che non avrebbe potuto dirsi che contrario a tale progetto in virtù della delicata, e già criticata, assegnazione della prossima FIFA World Cup al suo Paese, il Qatar.

Non ci si illuda però: questa immediata e quasi globale levata di scudi, al netto del citato scarso interesse mostrato dall’asse franco – tedesco, altro non rappresenterebbe che la risposta dei meno ricchi (da non confondersi con i più poveri) a quest’atto di forza espresso dai più ricchi; trattasi, perciò, sempre ed esclusivamente di un conflitto di natura economica non costituito, come alcuni invece avrebbero sperato, in difesa degli originali valori rappresentati dalla disciplina. A riprova di ciò la stessa UEFA, dopo aver mostrato il bastone (le possibili sanzioni contro le società “separatiste”) ha prontamente mostrato la carota, concretizzatasi nella volontà di rendere le prossime competizioni continentali, da svolgersi sotto la sua egida, ancor più economicamente vantaggiose per le squadre capaci di qualificarvisi.
Di fronte ai malumori generati dalla costituzione della Super League,ed in seguito alle concessioni promesse dalla stessa UEFA, le società fondatrici della nuova competizione non hanno potuto fare altro che rinunciare al proprio progetto, tuttavia aver disinnescato la Super League non porterà all’archiviazione di un modello più ampio, quello del business – entertainment, che continuerà inesorabilmente ad avanzare. Si commetterebbe, infine, un grave errore nel pensare di circoscrivere questo fenomeno, collaterale alla globalizzazione, al solo mondo del pallone, poichè esso potrebbe, in futuro, essere applicato ad ogni altro settore del mondo sportivo. La stessa Olimpiade, madre dello sport agonistico, potrebbe un giorno veder perduta la propria caratterizzazione fatta da atleti in competizione e rappresentanti la propria Nazione di appartenenza; il processo in atto potrebbe addirittura essere capace di andare ad archiviare, prima dal lato sportivo che da quello politico, l’era degli Stati – Nazione, elevando il concetto di “cittadinanza del mondo” ed andando a determinare una nuova formula olimpionica fatta da singoli competitori, senza più alcuna appartenenza geografica, in gara per se stessi e per quegli sponsor che risulterebbero determinanti per l’iscrizione alla massima competizione sportiva di sempre.


[1] https://www.sportmediaset.mediaset.it/calcio/la-profezia-di-costantino-rozzi-a-lungo-andare-avremo-un-campionato-europeo-con-le-big_31196917-202102k.shtml

[2] https://www.corrieredellosport.it/news/calcio/2021/04/19-80941460/superlega_una_storia_infinitadi_progetti_minacce_illusi_e_traditi

[3] https://www.repubblica.it/online/sport/quotazione/olimpico/olimpico.html

[4] https://www.lastampa.it/sport/calcio/2021/04/19/news/super-league-tra-certezze-e-proteste-jp-morgan-ufficializza-la-sua-partecipazione-oggi-riunione-dei-club-di-serie-a-1.40170944

[5] https://www.money.it/azioni-juventus-balzo-oltre-10-per-cento-superlega

[6] https://www.sportmediaset.mediaset.it/calcio/florentino-perez-la-super-league-al-posto-della-champions-soluzione-alla-crisi_31205179-202102k.shtml

 

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