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Come si è passati, in Medio Oriente, da semplici villaggi a grandi imperi con struttura piramidale? L’incontro tra genetica e archeologia ci permette di capirne di più.

Come si è passati, in Medio Oriente, da semplici villaggi a grandi imperi con struttura piramidale? L'incontro tra genetica e archeologia ci permette di capirne di più.

di Anna Romano

Il periodo del Calcolitico, più noto ai profani come Età del Rame, è di grande interesse per gli archeologi. Rappresenta l’anello di congiunzione tra il Neolitico, in cui la società era caratterizzata da una semplice struttura egualitaria basata sull’agricoltura, e l’Età del Bronzo, l’età delle entità statali con società complesse.

La diffusione degli strumenti di analisi genetica anche in campo archeologico può essere utile per cominciare a rispondere, come hanno provato a fare gli autori di un articolo pubblicato su Nature Communications, studiando resti trovati in Israele, per capire i cambiamenti avvenuti nella regione storica del Levante.

I loro risultati hanno mostrato una varietà genetica che evidenza l’incontro tra popoli distanti migliaia di chilometri, dalla quale hanno ipotizzato episodi multipli di spostamento delle popolazioni del Nord, che hanno determinato il cambio culturale della popolazione. Una spiegazione che però potrebbe risultare un po’ semplicistica nell’ottica storica.

Il periodo storico lungo due millenni (all’incirca da V al IV millennio avanti Cristo) coperto dal Calcolitico racchiude la risposta a una domanda di grande interesse per storici e archeologi: come si passa da semplici villaggi con poche differenze sociali tra gli individui a grandi imperi con fortissima struttura piramidale e una complessità sociale moderna ed economicamente interconnessa?

Un DNA ben conservato

I ricercatori israeliani e americani hanno condotto uno dei più ampi studi genetici su un unico sito archeologico, grazie alla sua ricca disponibilità di resti: oltre 600 corpi rimasti a lungo sepolti nella grotta di Peqi’in, nel Nord della regione, scoperta per caso durante una ricostruzione stradale nel 1995. E, con i resti umani, hanno rivisto la luce una grande varietà di manufatti e ossari decorati con immagini simboliche e rappresentazioni antropomorfe. Alcuni di questi oggetti sono tipici della regione; altri suggeriscono invece l’influenza di culture geograficamente distanti. La datazione al radiocarbonio ha suggerito che la grotta sia stata usata come luogo di sepoltura per tutto il tardo Calcolitico.

Il DNA era particolarmente ben conservato, probabilmente grazie alla bassa temperatura all’interno della grotta e alla crosta di calcare che si è formata sulle ossa, proteggendole dall’atmosfera circostante. Lo spiega in un comunicato il professor Hershkovitz, uno degli autori dello studio, aggiungendo che comprendevano resti della parte petrosa dell’osso temporale, che preserva il materiale genetico.

È stato quindi possibile utilizzare alcuni resti per sottoporli agli esami di next-generation sequencing, la tecnologia che permette di sequenziare genomi anche molto grandi, come quello umano, in tempi ristretti. I risultati dell’analisi hanno evidenziato la presenza di tre ceppi di diversi: alle popolazioni locali se ne sono mischiate due provenienti da regioni molto distanti, ossia l’Anatolia del Nord e l’Iran. E questi ultimi hanno portato con sé alcune caratteristiche genetiche particolari, come quelle associate al colore azzurro degli occhi. Il risultato è una popolazione omogenea dal punto di vista genetico, differente rispetto a quelle già analizzate del Neolitico e dell’Età del Bronzo.

Spostamenti di popolazioni?

Gli autori suggeriscono che la spiegazione della mescolanza derivi da episodi multipli di spostamento delle popolazioni del nord (Anatolia e Iran) che avrebbero portato in Israele, insieme alla varietà genetica, una cultura diversa. Quella che più tardi avrebbe fatto esplodere la metallurgia. Una serie di migrazioni, insomma, che spiegherebbero perché i Calcolitico israeliano sia così diverso dal periodo precedente. Ma il modello descritto è forse un po’ troppo semplice.

“A mio avviso, questa è una non-spiegazione: è evidente che nel Calcolitico israeliano, come in tutto il Vicino Oriente, esplodono i contatti inter- e sovra-regionali; la società aumenta di complessità, e con essa i contatti umani e lo scambio genetico”, commenta a OggiScienza Alessandra Gilibert, archeologa specializzata nel Vicino Oriente antico e professoressa associata all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove insegna Archeologia del Levante.

“Ma la migrazione rappresenta una spiegazione semplicistica dei contatti umani. Per postulare un cambiamento strutturale dovuto all’apporto di nuove popolazioni ci vuole di più che l’arrivo di una nuova metallurgia e la presenza di più ceppi nel DNA, perché questi si possono spiegare anche con altri modelli, più semplici e probabili degli spostamenti delle popolazioni, come una circolazione aumentata di individui, che però avvenga a tappe, una sorta di “staffetta genetica”.

Le migrazioni possono sicuramente avvenire, ma sono solitamente più rare e lasciano tracce molto evidenti che mancano nel Calcolitico d’Israele. Questa interpretazione sembra ricadere nel modello antiquato secondo cui ogni cambiamento culturale è determinato dall’arrivo di un nuovo popolo, laddove è molto più ragionevole aspettarsi che un cambiamento d’importanza epocale sia determinato da molti fattori diversi”. Inoltre, lo studio non indica le ragioni per cui questi movimenti di popolazione sarebbero dovuti avvenire.

Genetica e archeologia, un rapporto giovane

Forse, riflette la professoressa, manca ancora, nella ricerca, l’unione delle competenze tra due campi di studio, la genetica e l’archeologia, che si sono incontrati solo in tempi relativamente recenti.

“Il nuovo grandissimo apporto quantitativo di analisi genetiche su dati antichi e tentativi di ricostruzione genetica della storia, che hanno avuto un grande incremento anche solo negli ultimi anni e si sono susseguiti con ritmi molto serrati, sono sempre molto interessanti nei risultati ma non sempre adeguati all’analisi storica, perché manca ancora una collaborazione attiva per l’interpretazione dei dati”, commenta Gilibert.

D’altra parte, è anche facile comprendere quanto possano significare duemila anni di storia in termini di generazioni e spostamento dei geni: uno studio immane. Un campo di grande fascino e contributo fondamentale, quindi, ma probabilmente ancora da perfezionare per stabilire le dinamiche e le relazioni complesse che hanno caratterizzato il Calcolitico del Levante.

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Questo articolo è stato pubblicato qui

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