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Faraone d’Italia. Il comportamento della Protezione Civile in Abruzzo

Quando mi soffermo a pensare all’evoluzione della nostra vita e di quella di tanti personaggi, più o meno illustri, con cui ho avuto rapporti ultimamente, mi tornano alla mente tre versi del "divino" Dante.

"Non è il mondan romore altro che un fiatoDi vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,E muta nome perché muta lato".

Così è nel nostro Paese il Dipartimento della Protezione Civile. Esso, infatti, vola da un evento all’altro per mantenersi sempre sulla cresta dell’onda e per restare sempre sotto i riflettori degli organi di informazione. Non interessa se l’evento a cui partecipa possa essere di natura calamitosa o mondana. Non ha alcuna importanza. Anzi, il camaleontico adattamento alle esigenze del caso ne aumenta il prestigio e l’apparenza.

Così, tra i rifiuti, la melma delle alluvioni, le macerie del terremoto, gli avvenimenti mondiali del G8, dei Giochi del Mediterraneo, di eventi sportivi nazionali, le visite del Papa, il percorso capitolino della Formula Uno, organizzazioni di “rappresentanze” nazionali ed internazionali, coordinamento delle partecipazioni alle mondanità locali e comunitarie, è nato un dipartimento ciclopico, enorme, dai poteri politici, economici ed amministrativi indefinibili.

All’apice di questa enorme piramide non poteva essere collocata una personalità eccezionale, dalla mente acuta, dallo sguardo pacato, dall’atteggiamento indifferente, con lo scettro del comando in una mano e con il pugno di ferro nell’altra. Quest’uomo è, e non poteva essere diversamente, il “Faraone d’Italia”, ossia, l’attuale condottiero onnipotente della Protezione Civile.

Egli non conosce ostacoli. Non vi sono leggi che possano arrestare o deviare la sua marcia. Non vi sono Ministeri e Ministri che possano rifiutare o condizionare le sue richieste economiche. Non è obbligato a rendicontare spese o a rendere conto delle scelte effettuate. Non vi sono organi di controllo, come la Corte dei Conti, che possano passare sotto la lente di ingrandimento i conti delle entrate e delle uscite. Solamente gli “Organi Celesti” lo potranno sottoporre al giudizio finale del suo Impero, ma, solo alla fine, quando i giochi sono ormai tutti fatti. Sarà una semplice formalità di rito.

Tutto ciò, però, non basta. Non è sufficiente per dare il giusto lustro al Faraone ed al suo impero. Occorre provvedere, con la massima urgenza, a creare una struttura più snella, più rapida nelle azioni d’intervento e di spesa; libera dagli intrecci burocratici, con ampie facoltà di scelta dei fornitori di servizi; svincolata dalle pesanti norme di legge, con assegnazione di ingenti disposibilità economico – finanziarie e, soprattutto, senza controlli di alcun genere.

In parole povere, occorre provvedere alla creazione di una Società per Azioni, alla quale affidare la totale gestione dell’immenso impero della Protezione Civile, con tutti i benefici previsti e non previsti dalle vigenti normative e con poteri assolutamente illimitati. Naturalmente, il disegno di legge, in itinere, porta già l’indicazione dei tratti somatici del personaggio a cui affidare la conduzione di questo immane tesoro, con i più ampi poteri di vita o di morte di coloro che oseranno intralciare, in ogni modo, la illuminata gestione del “Faraone d’Italia”.

In questi nove mesi di presenza della Protezione Civile sul territorio ho dovuto constatare, con estrema franchezza, che la macchina operativa della Protezione Civile ha operato bene nei primi due/tre mesi in piena fase di emergenza. Non era facile gestire una situazione eccezionale per numeri e portata come quella vissuta. Non si possono fare rilievi di sorta. Nei restanti sette mesi, ho dovuto rilevare però delle forti carenze organizzative, soprattutto in fase di gestione dei vari "fallimentari" censimenti della popolazione e ancora non si hanno numeri sull’autonoma sistemazione o sui danni economici di questo terremoto. Come giusto corollario di una situazione già critica di per sé è arrivata l’espropriazione dei pubblici poteri, questa volta non dovuti alla prepotenza del “Faraone”, ma all’assoluta debolezza delle figure istituzionali locali.

In queste circostanze, normalmente, si tende ad impiegare le intelligenze locali, gli operatori economici del posto per dare una mano alla ripresa dell’economia locale. Invece, guardate e giudicate liberamente da soli che cosa realmente è avvenuto. Fornitori e imprese appartenenti a territori extraregionali. Maestranze provenienti da tutti i territori nazionali ed extracomunitari. Scarsamente impiegata la manodopera locale. Utili, redditi e tasse, relative ai lavori effettuati, trasportati a piè pari in altre Regioni, senza alcuna ricaduta diretta e indiretta sul territorio. L’economia locale ancora non offre opportunità di lavoro e di ripresa. Questo, però, non è un compito che possa minimamente interessare la mente del “Faraone”. Eppure, anche se in minima parte, il tesoro economico di cui dispone esce anche dalle tasche dei contribuenti aquilani e dei cittadini dei Comuni del cratere sismico.

Molti stentano a credere. Pensano che le disponibilità finanziarie impiegate in questa ed in altre circostanze catastrofiche e meno catastotriche provengano da ben altre fonti, da possibili riserve economiche dello Stato, da eventuali tagli effettuati sui vari capitoli di spesa. No. Escono sempre e solo dalle tasche dei contribuenti e, quindi, anche dalle nostre.

Stanislavskij ebbe la capacità di succintare in un suo aforisma le incredulità della gente, gli atteggiamenti dei protagonisti delle varie sceneggiate politiche, intellettuali, singole e collettive: “Per coloro che non sono capaci di credere, ci sono i riti; per coloro che non sono capaci di ispirare rispetto da sé, c’è l’etichetta; per coloro che non sanno vestirsi, c’è la moda; per coloro che non sanno creare, ci sono le convenzioni e i cliché. Ecco perché i burocrati amano i cerimoniali, i preti i riti, i piccoli borghesi le convenzioni sociali, i bellimbusti la moda e gli attori le convenzioni teatrali, gli stereotipi e un intero rituale di azioni sceniche”.

Detto questo, non mi sento di dover esprimere totale positivo apprezzamento per l’operato della Protezione Civile che, tra l’altro, nella gestione ha navigato nell’oro, in un’ampia disposibilità di fondi, di mezzi e di uomini che, in gran parte, hanno offerto una bella immagine scenografica.

Il mio personale ringraziamento, invece, voglio rivolgerlo a quella istituzione che con pochi mezzi economici e con personale non decorosamente remunerato, ha saputo lasciare sul territorio testimonianze morali, sociali, di affetti, di operosità, di abnegazione, di professionalità ingegneristica nella difficilissima opera di messa in sicurezza di molteplici edifici, operando in silenzio, senza sceneggiate, in pieno rispetto del dolore dei cittadini e della memoria di coloro che sono restati sotto le macerie del sisma. Questa istituzione, vanto della Nazione, alla quale personalmente e a nome di tutte le comunità del cratere noi tutti esprimiamo gratitudine, è rappresentata dal Corpo dei Vigili del Fuoco, accorso da tutte le sedi della Nazione con assoluta ed estrema abnegazione, operando, quasi sempre, ai limiti della umana sicurezza.

Non vorrei andare oltre. Non vorrei scavare in un terreno ricco di utili statistiche, di proiezioni catastrofiche, di calcoli della spesa e delle possibili vittime umane per non allarmare la pubblica opinione. Sarà bene, però, che i contribuenti sappiano che queste analisi esistono e che le stesse sono servite non tanto per apportare possibili ripari ai guasti e danni apportati all’ambiente ed ai territori per gli indiscriminati inurbamenti, ma, solo ed esclusivamente, per tracciare le linee guida atte alla costituzione di una immane SpA che, inevitabilmente, farà la fortuna di pochi, la splendida carriera di qualche “Faraone” e la pesante disgrazia dei contribuenti.

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