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Commissione europea: un bilancio disastroso a dieci anni dalla grande crisi del 1999

Mentre infuria il dibattito sulla riconferma di Manuel Barroso alla testa della Commissione europea, si tende a dimenticare che quest’anno ricorre il decimo anniversario della dimissione collettiva della Commissione Santer, sullo sfondo di scandali di corruzione e cattiva gestione.

Per Newropeans, come per tutti coloro che si interessano al progredire della democrazia e della costruzione europea, al di là del caso Barroso, ciò che veramente importa è analizzare quello che è successo nel decennio che è seguito a quella crisi storica dell’esecutivo comunitario. Ed è su questo bilancio, oltre che sul modo in cui la Commissione ha reagito alla crisi economica mondiale, che bisognerebbe giudicare i cinque anni della commissione Barroso. I risultati sono desolanti. Mentre erano in molti, nella Commissione, come nelle altre istituzioni comunitarie e tra i partner dei diversi progetti e programmi europei, a sperare che la crisi del 1999 avrebbe dato il via a un vasto rinnovamento dell’esecutivo di Bruxelles, non si può far altro che constatare che dieci anni più tardi la situazione è in realtà peggiorata su tutti i fronti.

Si possono, infatti, identificare quattro grandi problemi evidenziati dalla crisi del 1999 e che avrebbero dovuto affrontare le commissioni di Romano Prodi e Manuel Barroso nei dieci anni appena passati, e cioè:
1. l’assenza di controllo politico sull’alta burocrazia della Commissione;
2.  lo sviluppo, negli anni Novanta, di una tolleranza verso la corruzione e la frode in seno all’istituzione stessa;
3. l’influenza crescente di operatori esterni sulla definizione e la conduzione delle politiche e dei programmi della Commissione.
4. la perdita del contatto con la realtà (sia quella dei cittadini in generale, sia quella dei partner operativi come i beneficiari dei programmi europei).

Dieci anni dopo, il bilancio è inappellabile: non solo nessuno di questi problemi è stato affrontato, ma la situazione relativa a questi quattro punti si è persino aggravata.

Tale conclusione è così illustrata:

Nel 1999, come scrissi allora, iniziò a svilupparsi qualcosa di completamente assurdo per un sistema definito democratico: i “politici” si stavano dimettendo per coprire i “burocrati”. La Commissione Santer, infatti, si suicidò per evitare che venissero condotte indagini ad oltranza sugli accordi stipulati da tanti direttori generali e da altri funzionari amministrativi senior direttamente coinvolti in casi di appropriazione indebita, frode, e pessime pratiche di gestione!

Le due commissioni successive non osarono mai affrontare l’amministrazione superiore della Commissione – un’amministrazione superiore libera da qualsiasi controllo politico – facendo perciò prevalere il sistema che provocò la crisi del 1999. In occasione di un incontro svoltosi nel 1998, a cui partecipò un gruppo di esperti che tentarono (invano) di mettere in guardia i partecipanti dalla tendenza che portò poi alla crisi del 1999, il commissario Anita Gradin, all’epoca responsabile del Controllo finanziario, ci disse spontaneamente che non poteva far niente per la questione dei direttori generali … lei era solo un commissario!


Dieci anni e due commissioni più tardi non è cambiato niente.

Il Parlamento europeo si darà da fare per nominare i commissari, quando in realtà dovrebbe pensare a esercitare la sua autorità sull’amministrazione superiore della Commissione (per esempio, mettendo fine all’immunità giudiziaria assoluta di cui godono gli impiegati statali europei, come già sostenuto nel programma di Newropeans).

Parlando di queste immunità giudiziarie assolute
, esse rappresentano parte di una sfida che non è mai stata affrontata nell’ultimo decennio: la tolleranza verso la corruzione e la frode all’interno dell’ istituzione stessa. La Commissione resta un’istituzione incontrollata dal punto di vista virtuale: l’OLAF [Ufficio di coordinamento per la Lotta Anti-Frode] e le altre UCLAF [Unità di Coordinamento della Lotta alle Frodi] sono gestiti dalla Commissione, e la Corte dei Conti europea possiede mezzi coercitivi in quantità piuttosto limitate. Il Parlamento mostra interesse solo per i fantocci (i Commissari, come il Commissario Verheugen confermato nel 2006) e il Consiglio fa di tutto per sottomettere e indebolire la Commissione (non si deve sperare che gli Stati Uniti si assumano le loro responsabilità, cosa che ha contribuito attivamente al declino generale). Non è necessario essere dei grandi esperti per immaginare quali possano essere le conseguenze di anni trascorsi senza alcun controllo per un’istituzione a cui erano state affidate decine di miliardi di Euro e che influenzava interi ambiti di leggi applicate a 500 milioni di persone. Anche se si considera questo, in dieci anni non è cambiato niente. In effetti, da allora nessun impiegato statale è mai stato accusato della crisi del 1999, né di qualcosa d’altro: se ci si basasse solo su questo criterio, la Commissione sarebbe un’istituzione perfetta con un tasso di criminalità interna pari a zero. Dopo dieci anni, questa bugia rimane ovviamente la norma.

L’influenza delle lobby e la costante intrusione di attori esterni coinvolti nella gestione dei programmi non sono stati messi in dubbio. Nessuno si fa ingannare dalle procedure cosmetiche legate alla trasparenza delle lobby (questo riguarda anche il Parlamento europeo): le lobby possono dire tutto quello che vogliono, come vogliono… un vero programma di trasparenza e controllo.

Ultimo ma non per questo meno importante, se l’immagine della Commissione era già deteriorata all’epoca della crisi del 1999, oggi la situazione è di gran lunga peggiore, dal momento che non ha più alcuna immagine. La Commissione è completamente scomparsa dall’immaginario politico dei cittadini europei, ed è stata messa in secondo piano dal Consiglio europeo, che ha fatto tutto il possibile per migliorare questa tendenza. La nomina di presidenti mediocri a capo dell’istituzione ha permesso alla tecnostruttura di Bruxelles di realizzare il suo sogno più segreto: restare nell’ombra, lontano dai problemi che comporta un’azione alla luce del sole (più o meno come è successo nel 1999). Per quanto riguarda i partner operativi, in particolare i numerosi beneficiari del programma dell’Unione Europea (università, associazioni, PMI, autorità locali…), la Commissione è riuscita a decimare i suoi numeri (come si vede dalla diminuzione dei partecipanti all’Erasmus) e ad allontanarne tanti, soprattutto i più dinamici. Uno dei motivi di questa ottima riuscita è stato precisamente il modo in cui le amministrazioni superiori europee hanno “dirottato” gli effetti seguiti alla crisi del 1999. Lungi dal rafforzare i controlli interni, la Commissione è stata veloce nel moltiplicare le coercizioni burocratiche esistenti tra i piccoli beneficiari dei fondi dell’Unione Europea: inflazione burocratica, onnipotenza esercitata da uffici di controllo incompetenti, procedure interminabili … tutte queste scelte hanno letteralmente distrutto buona parte del centro della società civile transeuropea che stava iniziando ad emergere alla fine degli anni ’90, indirizzato verso altre fonti di finanziamento i giocatori più dinamici, dando invece molto spazio a imprenditori possessori di valide infrastrutture amministrative che non necessariamente proponevano progetti validi, o comunque progetti. Ma questo importa poco alla Commissione. Una volta, quando lavoravo a Lussemburgo presso la Corte dei Conti, un mio collega mi disse: “Quello che importa a Bruxelles non è il progetto o la qualità del suo servizio, ma sapere se la sua scheda finanziaria è compilata correttamente”. Con un’ambizione storica come questa, non c’è da stupirsi del motivo per cui i beneficiari del programma dell’Unione Europea sono progressivamente diventati il gruppo più importante all’interno della Commissione e nei suoi metodi operativi… invece di andare a rappresentare un aiuto leale, come sarebbe logico. Tutto questo riassume lo stato attuale della legittimità politica della Commissione: inesistente!

Dieci anni dopo la profonda crisi che ha colpito la Commissione, resta il fatto che non è stata affrontata nessuna delle cause principali della dimissione collettiva del potere esecutivo europeo; la situazione è infatti peggiorata ulteriormente, creando le condizioni per un isolamento crescente della Commissione, che ora si ritrova completamente tagliata fuori dalle realtà socio-politiche (anche un semplice controllo rappresenta un contatto con la realtà) e poco preoccupata del potere e dei privilegi della propria amministrazione superiore. Affinché il programma proposto dalla prossima Commissione possa essere politicamente affidabile, esso dovrebbe contemplare queste quattro sfide. Sappiamo già che Manuel Barroso non lo farà. Ma in ogni caso è bene non illudersi: poiché gli stati membri sono responsabili di questa scelta e così poco lungimiranti da ritenere vantaggioso avere una Commissione e un Presidente deboli, nessun altro candidato farà la differenza, avendo visto nell’ultimo decennio che la Commissione non può essere rinnovata dal suo interno.

Per tutti quelli (me compreso) che sanno che un’Unione Europea democratica ha bisogno di un potere esecutivo legittimato e dinamico per affrontare le sfide comuni legate alla crisi sociale ed economica, alla crisi meteorologica, alla crisi di governo globale, l’unica soluzione è quella di agire su scala europea e nazionale, sia all’interno che all’esterno delle istituzioni europee, permettendo così a tutti di contribuire all’origine di un cambiamento radicale che avverrà nel 2014 nella struttura e nei mezzi di nomina del potere esecutivo europeo, nel controllo del suo modus operandi e della sua gerarchia, e nella definizione di priorità quinquennali per l’Unione Europea.

Si potrebbe dire che è un programma vasto… Ma siamo veramente liberi di scegliere senza dover sacrificare l’Europa o la democrazia, o addirittura entrambe?

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