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Carcere: la vendetta della giustizia

Di Persio Flacco (---.---.---.38) 23 maggio 10:14

Strana teoria. La pena non è vendetta, altrimenti sarebbe affidata ai congiunti delle vittime, come si faceva prima che la civiltà giuridica evolvesse e affidasse allo Stato il compito di fare giustizia.
E infatti è lo Stato, attraverso un organo che amministra la legge, a comminare la pena dopo un processo nel quale gli imputati hanno diritto a difendersi.
E la pena si definisce in tal modo perché è una forma di afflizione impartita al colpevole, non una vacanza rieducativa.
Perché l’afflizione? Perché sia di ammonimento ad altri a non commettere gli stessi reati dei colpevoli, perché siano ammoniti che se lo fanno subiranno l’afflizione della perdita della libertà.

Dunque non si può dissuadere senza minaccia di afflizione: questo è ovvio, ed è umanamente comprensibile. E serve anche a dissuadere chi volesse farsi giustizia da sé. Perché è anche umano desiderare di togliere dal mondo chi ingiustamente e crudelmente ha tolto dal mondo chi ti è caro, ad esempio. O chi ha mandato in rovina te e la tua famiglia privandoti con la violenza e la sopraffazione del frutto dei tuoi sforzi.

Evitare che alla violenza si risponda con la violenza è compito della giustizia, altrimenti le basi della società sarebbero distrutte.
Certo, il carcere dovrebbe offrire quante più possibili occasioni di riscatto del colpevole, una condizione di vita quanto più lontana possibile dalla crudeltà gratuita, perché il reo abbia la possibilità di migliorarsi, di cambiare. Questo non rimedierà ai torti e ai delitti che ha perpetrato: i morti non torneranno in vita, le vite rovinate per sempre dal loro crimine non saranno mai sanate. Ma almeno la persona del reo avrà la possibilità di rinnegare ciò che era e ciò che ha fatto. Nessuno potrà mai sapere quanto sincero è il suo cambiamento, e infine solo le persone che egli ha offeso potranno perdonarlo. Ma questo non compete alla giustizia: è un fatto privato e personale, ad essa compete salvaguardare l’equilibrio sociale e la legge.
Così che i vecchi boss che si sono macchiati di mille efferatezze, che hanno offeso in mille modi la società e la civiltà, portano una colpa non solo verso le loro vittime ma verso la società tutta, e finché vivono quella colpa è viva. Nessuno ha il diritto di perdonarli in luogo della società.


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