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Viaggio in Sudafrica: a Zonderwater 70 anni dopo

Elisa Longarato di Montebello (VI) è figlia di un prigioniero della Seconda Guerra Mondiale, il bersagliere Vittorio, deportato in Sudafrica, a Zonderwater, dall'esercito inglese.

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Capo di Buona Speranza

Nella primavera 2017 Enrico Fossati di Milano e la moglie Daniela lanciano l’idea di partecipare alla commemorazione del 70° anno dalla chiusura del campo e approfittare per vedere le bellezze del Paese. Così dal 31 ottobre al 15 novembre, Elisa e il marito Gianni, Enrico e Daniela e altri figli di POW (Prisoner of war) italiani, visitano la “Terra del Capo”.

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Pretoria Monumento a Nelson Mandela

CITTA' DEL CAPO

Alle 7.00 ora locale, si atterra a Cape Town: Filippo, la guida e Stephan, l'autista del pullman, sono ad accoglierli. E subito un panorama inusuale li attende: un'immensa distesa di baracche di lamiera, le “township”, quartieri impenetrabili ad alto tasso di criminalità abitati dai “coloured”, i neri ex vittime dell'apartheid. Ma non solo: sono abitati da molti profughi africani, in fuga dalle guerriglie e dai terroristi che insanguinano l'Africa sub sahariana.

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Zonderwater Paolo Ricci ed Elisa Longarato depongono corona di fiori al campo dei prigionieri di guerra italiani

Dopo avere cambiato gli Euro in Rand, la moneta locale, il gruppo parte per la Table Mountain, il complesso montuoso che domina la città. Dalla Table Mountain, vista sul Capo di Buona Speranza e sugli Oceani. “Ho riflettuto su cosa è cambiato per la storia con il doppiaggio del Capo, che si vedeva laggiù nella foschia”, scrive Enrico.

Dopopranzo visita alla Città, che ha una sua particolare personalità: edifici modernissimi e in stile coloniale, piante fiorite e chiese ovunque, di qualsiasi religione. La guida spiega che ogni struttura religiosa, per affrontare i costi di gestione affitta i propri spazi, così c’è una moschea con sotto il ristorante o una chiesa cattolica con annesso un locale dove si fa musica. Ovunque c'è gente al lavoro: ragazzi con pettorina blu e sacchettino in mano, raccolgono i rifiuti che gli passano gli automobilisti; quelli con pettorina arancione sono parcheggiatori a cui consegnare la macchina, poi imbianchini, muratori, bambini che tornano da scuola in uniforme ma spesso scalzi...

I mezzi pubblici sono usati solo da persone di colore, i bianchi si spostano in auto.

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Scuola primaria nello Swaziland

LA PENISOLA DEL CAPO DI BUONA SPERANZA

Andando verso la penisola del Capo è tutto un susseguirsi di baie come Clifton
Bay con una spiaggia meravigliosa e ville esclusive. Con un battello il gruppo va all'”isolotto delle otarie” nella Hout Bay: gli scogli sono affollati, le otarie o leoni di mare, salgono e scendono dalle rocce. Velocissime in acqua, goffe e lente a terra.

Sulla strada per il Capo, con la guida si parla dei neri: spesso sono molto gioviali, basta guardarli e diventi subito amico. Il loro saluto tipico è: “molo sissi = ciao sorella”, “molo butti = ciao fratello”. Si vedono anche alcuni rasta: essere rasta è una religione, spesso i ragazzi l'abbracciano per sfuggire alle gang, spiega Filippo.

Finalmente al Cape of Good Hope! Rocce marroni, onde gigantesche con schiuma bianca, raffiche di vento pazzesche! Scesi dal pullman e con una bella salita a piedi, il gruppo raggiunge il faro, il più alto del mondo.

Strada facendo, Filippo porta il gruppo a vedere la township di Khayelitsha, dove vive circa 1 milione di persone. E' un labirinto di viottoli in terra battuta, affiancati da baracche di lamiera, una appiccicata all'altra. C'è anche una scuola dell'infanzia: i bimbi vedendo i forestieri improvvisano cori e danze. Più avanti il mercato della township, dove si vende di tutto: interiora bovine e ovine, materiale elettrico e idraulico, frutta e verdura, pollame ucciso e spennato davanti ai clienti...

PRETORIA E PARCO KRUGER

Con un volo interno gli italiani arrivano alla capitale Pretoria, dove vedono un monumento molto importante per la storia del Paese: il Voortrekker monument, dedicato alle gesta dei primi coloni olandesi alla conquista del territorio, contro le difficoltà naturali e le tribù locali. Sempre a Pretoria si trova un'enorme statua in bronzo di Nelson Mandela a braccia aperte, in mezzo ad aiuole fiorite.

Da Pretoria in autobus si arriva al Parco Kruger, dove i visitatori a bordo dei fuoristrada possono ammirare le bellezze della savana, dalla flora particolarissima agli animali: impala, kudu, gli elefanti (giganteschi! afferma Enrico), poi zebre, giraffe, rinoceronti e con un colpo di fortuna, il leopardo! Ce ne sono solo mille nel parco.

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Cascate Vittoria

A ZONDERWATER, 70 ANNI DOPO

Ed eccoci a domenica 5 novembre, l’atteso giorno della cerimonia al campo di Zonderwater.

La cerimonia è stata organizzata da Emilio Coccia, presidente del “Zonderwater Block ex Pow Association”: per l’Italia erano presenti il Console generale, l’ambasciatore Donnici, il rappresentante di Onorcaduti, molti carabinieri. Molte autorità erano presenti anche per il Sudafrica. La Messa è stata celebrata dal Nunzio Apostolico Arc. Peter Bryan Wells.

“Del discorso del Sig. Coccia, mi è rimasto impresso un passaggio: “Qui in Sudafrica, i prigionieri italiani, sconfitti e laceri, risorsero spiritualmente e dettero prova che il prodotto di 3000 anni di civiltà non poteva essere obliterato da una guerra perduta”, racconta Elisa Longarato. “Ero commossa quando ho deposto la corona a nome della Associazione Zonderwater Italia insieme a Paolo Ricci, 97 anni, l’unico ex pow rimasto in Sudafrica. Il Nunzio Apostolico ha benedetto le tombe dei caduti, mentre un elicottero faceva cadere dal cielo petali di fiori sulle sepolture. Stava suonando il “Va pensiero”, lo abbiamo ascoltato con gli occhi umidi…”

Il giorno dopo, i discendenti dei prigionieri sono tornati a rivedere il sito dove hanno sofferto padri e nonni. Parte del campo oggi è un carcere e i lavori di manutenzione sono svolti da alcuni detenuti.

“Abbiamo visitato il museo, dove sono conservati lettere, libri e quaderni della scuola del campo, oggetti e arredi in legno costruiti dai pow” riprende Elisa. “In seguito abbiamo visitato la chiesetta dell’ospedale, su territorio del demanio italiano, e poi al centro di Cunninan a vedere l’ex Circolo ricreativo degli ufficiali: il salone è adornato di 8 affreschi dipinti da pow italiani, molto belli”.

Infine Pietermaritzburg, il campo di smistamento dei deportati. “Accompagnati da Franco Muraro, custode del sito, abbiamo visto la chiesetta dei pow, in pietra ruvida sbalzata con lo scalpello: erano bravi lavoratori gli italiani! Sono ancora visibili le fondamenta dell’infermeria dove furono ricoverati molti prigionieri, il cippo e le tombe dei 651 italiani periti nel naufragio della Nova Scotia. Le salme sono state ricomposte da Franco Muraro ed Emilio Coccia, un gesto pietoso impagabile”.

Franco Muraro, è molto legato ai luoghi della memoria. Ai complimenti per l’ottimo stato di Pietermaritzburg ha risposto: “Lo faccio con passione, per dimostrare cos’è la civiltà italiana”. Egli ha origini vicentine, tra Arzignano e Montebello, da 48 anni vive in Sudafrica, dove possiede una “farm” specializzata nella coltivazione di canna da zucchero.

LA SCUOLA IN SWAZILAND

Filippo la guida, inventa un diversivo per i viaggiatori: visitare una scuola che si trova sul percorso. Dopo avere ottenuto l'autorizzazione dal Preside, il gruppo entra in una classe mista di alunni di 6/7 anni. Gli italiani si siedono nei banchi insieme ai ragazzi, che entusiasti ridono a crepapelle quando i turisti cercano di leggere qualche parola nella loro lingua. In un'altra aula si tengono lezioni di cucina, ricamo e cucito. Poi visita alla cucina: una tettoia con enormi pentoloni di ghisa sul fuoco di legna. E il pranzo? Sul prato!

“Alla fine, tante foto ricordo con i bimbi che non ci lasciano andare!” commenta Enrico. “Erano bimbi poveri, ma sempre sorridenti!” gli fa eco Elisa.

“In seguito abbiamo visto un altro villaggio, con capanne in muratura, assi e tetto in paglia, arredate con stuoie in terra, mobili di assi di legno inchiodate, taniche di plastica per l'acqua. Vivono molto all'aperto, fanno cucina in comune” ricorda Elisa. “Erano molto poveri, con vestiti laceri. Gli abbiamo portato cibo e giocattoli, invece avevano bisogno di abiti”.

CASCATE VITTORIA

Le Victoria Falls sono nello Stato dello Zimbawe. Dall'hotel si parte per un primo giro in elicottero sulle cascate dello Zambesi. Il fiume è larghissimo, le cascate sono enormi, anche se il corso d'acqua è ad appena 1/3 della sua portata, essendo ancora nella stagione secca.

La grande massa d'acqua, cadendo nell'abisso, genera una nuvola bianca che sale a oltre 1600 metri di altezza, ed è visibile da una distanza di 40 Km. “Mosi-Oa-Tunya”, il Fumo che tuona, le Cascate Vittoria. Da un lato il salto è circa 70 m, dall'altro più di 100, scrive Enrico.

Il giorno dopo, il gruppo va in pullmino e poi a piedi alle cascate: il sentiero corre lungo il fronte della cascata lunga oltre un chilometro e mezzo, divisa in cataratte impetuose che si tuffano a picco, nei punti maggiormente esposti all'acqua bisogna indossare impermeabili e cappelli, ma si esce bagnati fradici!

RITORNO A CASA

Il 15 novembre il gruppo torna a casa: dallo Zimbabwe a Johannesburg, poi a Francoforte, quindi chi a Milano, chi a Roma e altri a Verona, come Elisa.

“E' stata una gioia condividere le sensazioni provate con uno splendido gruppo, rimarranno per sempre nel nostro cuore!” salutano Elisa ed Enrico. “Perciò abbiamo scritto un diario, per non perdere nemmeno un attimo di questa esperienza”.

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