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Venezuela e post-democrazia autoritario: Maduro è parte della soluzione, o del problema?

Prima di affrontare gli ultimi sviluppi in Venezuela, all’indomani delle elezioni presidenziali del 20 Maggio, partiamo dal titolo. Assistiamo sempre di più nel mondo a situazioni di crisi di egemonia delle classi dominanti, che vengono risolte nel seguente modo: mantenendo un involucro istituzionale formalmente democratico, ma forzandolo verso un meccanismo di verticalizzazione e concentramento del potere nelle mani di governi strettamente legati ai poteri di sempre, economici, finanziari, militari, religiosi etc.

di Angelo Zaccaria 

Gli strumenti concreti per realizzare questo son vari, e vengono diversamente dosati a seconda dei differenti contesti politici e geo-politici: invalidazione di candidati o interi partiti, rafforzamento degli esecutivi, sistemi elettorali maggioritari o truccati col fine di trasformare magicamente le minoranze di voti in maggioranze di seggi, riduzione della libertà di stampa e di espressione, la vecchia e cara repressione, utilizzo della leva giudiziaria e/o del conflitto fra diversi poteri dello stato per promuovere veri e propri colpi di stato di nuova generazione.

Quello che lega tutti questi processi, in un periodo di crisi e di cambiamento degli equilibri di potere globali, è la ferma intenzione di garantire la continuità nell’esercizio del potere, anche prescindendo dal consenso maggioritario delle popolazioni.

Ovviamente in Europa, culla della cosiddetta civiltà occidentale, queste cose vengono fatte con qualche relativo riguardo in più, ma neanche più di tanto: basti guardare ai casi di Polonia, Ungheria, ma anche di Spagna ed Italia. In questo ultimo caso basti riferirsi alla vicenda della controriforma istituzionale promossa dal governo Renzi ed incentrata su legge elettorale ipermaggioritaria ed abolizione del Senato, ma anche alle recenti ”forzature” del Presidente Mattarella per orientare la formazione del governo all’indomani del voto politico del 4 Marzo.

Basta appena andare verso le porte dell’Europa e già la musica cambia e non in meglio. Si veda il caso della Turchia ma anche di Israele, che pure si vanta di essere ”l’unica democrazia del Medio Oriente”. Ma veniamo al Sudamerica, notoriamente terra di grandi disuguaglianze, grandi ingiustizie, grandi ed eroiche ribellioni, grandi repressioni e colpi di stato.

Qui dopo la stagione tragica dei colpi di stato ed il ritorno alla democrazia formale nella maggior parte dei paesi della regione, si assiste ormai da vari anni ad un processo che punta, seppure attraverso strategie più sofisticate e meno cruente del passato, a sostituire i governi regolarmente partoriti dal gioco democratico, quando questi risultino in tutto o in parte sgraditi alle destre locali ed ai loro alleati internazionali, USA ed Europa in primis.

Mi limito ad una carrellata di noti esempi: Honduras, Paraguay, Brasile. Ma si potrebbe anche citare il Messico e l’Argentina, seppure questi ultimi due paesi non attraversino oggi l’esperienza dei ”golpe blandi” vissuta dai primi tre, ma piuttosto forme di governo autoritario e di limitazione della democrazia, peraltro legate sia alle rispettive storie che ai retaggi del presidenzialismo, dominante nella regione.

Per non parlare della Colombia, che nonostante gli accordi di pace siglati con le FARC, continua purtroppo a restare un mattatoio per dirigenti, militanti ed attivisti sociali e di opposizione: secondo dati ufficiali del governo sul periodo dal 2016 in poi, ne viene assassinato circa uno a settimana.

Tutto questo ha condotto giustamente l’ex presidente equadoriano Correa, a parlare di un ”nuovo Piano Condor” scatenato nella regione. Ed è proprio la Colombia, con i suoi oltre 2700 km di frontiera comune, che ci introduce al Venezuela. La stessa Colombia che, come se il resto già non bastasse, ha per bocca del suo presidente Santos, annunciato il suo imminente ingresso nella NATO in qualità di ”stato associato”.

Questa lunga premessa sul contesto globale e latinoamericano, mi è parsa utile, perché è esattamente in questo contesto, che non è proprio da Paese delle Fate, che si son svolte le ultime elezioni presidenziali del 20 Maggio in Venezuela.

Già in precedenti articoli su questo sito, si era argomentato che da almeno due anni e mezzo il Venezuela governato da Maduro, si va sempre più appiattendo ed integrando in questo processo generale di svuotamento ed involuzione regressiva della democrazia rappresentativa. Un processo esattamente opposto a quello prefigurato dal compianto Hugo Chavez: invece di superare in avanti i vizi e storture della democrazia rappresentativa, si regredisce verso forme di potere sempre più verticale e concentrato.

Ricordo solo alcuni snodi cruciali: esautoramento della Assemblea Nazionale eletta nel Dicembre 2015 e dominata dalle opposizioni; blocco del referendum revocatorio promosso dalle opposizioni contro Maduro; elezione di una Assemblea Costituente, preceduta dal rifiuto di tenere un referendum preventivo per deciderne la stessa elezione, Assemblea che più che elaborare una nuova Costituzione, ha di fatto soppiantato l’Assemblea Nazionale, Assemblea Costituente che è un organo monocolore pro-Maduro (grazie alla scelta di un sistema elettorale più dis-rappresentativo dell’Italicum di Renzi ed al boicottaggio del voto da parte antichavista); inabilitazione di candidati presidenziali potenzialmente competitivi; invalidazione di governatori antichavisti regolarmente eletti ma che rifiutano di giurare fedeltà alla discutibile Assemblea Costituente; modificazione delle date previste per le varie scadenze elettorali in funzione degli interessi del governo.

Tale concentrazione di potere non è giustificabile da nulla, nemmeno dalle ricorrenti pulsioni golpiste di una parte dell’antichavismo, peraltro controllate dal governo coi normali strumenti repressivi.

Chavez nel 2002 non subì le pulsioni, ma un golpe vero e proprio, e dopo non fece nulla del genere, anche perché lui consenso di massa ne aveva.

Anche le recenti elezioni presidenziali del 20 Maggio sono state boicottate da una parte significativa delle opposizioni, alle quali visto lo scenario è stato fornito su un vassoio d’argento il pretesto per farlo. Gli esiti del voto prefigurano la continuazione delle tendenze già in atto. Guardiamo ai numeri ufficiali pubblicati sul sito del CNE, Consejo Nacional Electoral.

Maduro risulta eletto con 6.248.864 voti, con un notevole stacco col secondo candidato più votato che ne prende 1.927.958.

Gli iscritti alle liste elettorali erano 20.526.978, la partecipazione al voto ha raggiunto il 46,07%, l’astensione ha sfiorato il 54%. Secondo questi dati Maduro sarebbe stato eletto col voto del 30,442% degli aventi diritto a votare. Intendiamoci, noi italiani che pure abbiamo un sistema parlamentare e non presidenziale, abbiamo eletto nel 2013 un Parlamento dove la maggioranza grazie alla quale ha governato Renzi e soci, rappresentava realmente circa un quinto del voto popolare degli aventi diritto. Potenza delle leggi elettorali-truffa.

Ma tornando al Venezuela, sono altre le comparazioni che voglio qui proporre. Maduro diventò presidente nell’Aprile 2013 perché sconfisse per un soffio, con un vantaggio di meno di 224.000 voti, Henrique Capriles Radonski.

Capriles, che nel 2013 prese 7.363.980 voti, cioè oltre 1.100.000 voti in più di quelli dichiarati da Maduro ora, non ha potuto partecipare a queste ultime elezioni presidenziali perché colpito da procedimento di inabilitazione con l’accusa di scorretto uso di fondi quando era governatore dello stato Miranda.

Se questo non bastasse, l’opposizione antichavista nelle ultime elezioni parlamentari del Dicembre 2015, raccolse 7.726.066 voti, cioè addirittura quasi un milione e mezzo di voti in più di quelli attribuiti a Maduro in queste ultime elezioni presidenziali.

Cosa ci vuole di più per ammettere serenamente almeno il dubbio che gli attuali assetti del potere costituito in Venezuela, ed anche i risultati di queste ultime elezioni, non rappresentino correttamente la vera geografia elettorale e del consenso nel paese? E questo lo dico prendendo per buone le cifre dichiarate dal CNE, e quindi mettendo da parte le denunce e le voci su brogli e alterazioni dei dati (www.aporrea.org).

Vediamo di concludere.
Posso assolutamente comprendere il fatto che in Venezuela la larga maggioranza dei movimenti e della sinistra di classe appoggino Maduro, seppure in modo spesso molto critico. Questo é peraltro confermato dal fatto che a queste ultime elezioni, il candidato presidenziale sostenuto dalla sinistra chavista anti Maduro, abbia preso appena 36.246 voti.

In un continente dove tutti i poteri forti giocano sporco, ed anche molto sporco, ed in un paese con tassi di criminalità inferiori solo a Honduras e Salvador, e dove significativi settori dell’antichavismo sono aggressivamente golpisti, violenti e collegati al paramilitarismo colombiano, posso comprendere che i militanti politici non possano prescindere dalla ricerca prioritaria della salvaguardia della propria incolumità e sopravvivenza fisica. Non intendo dire che questo sia l’unico motivo di certe scelte fatte dai movimenti di base chavisti, ma certo é uno dei motivi importanti. In altre parole, posso comprendere che la sinistra di classe venezuelana applichi la ben nota logica del ”male minore”, e pur fra tanti mugugni preferisca Maduro ad un governo di destra, perché ritiene che tale scelta le dia maggiore agibilità politica.

Quello che invece comprendo meno, è che l’appoggio a Maduro, neanche critico ma sperticato, venga espresso da aree politiche italiane, che pure aspirano dichiaratamente a costruire un nuovo soggetto politico, di classe ma anche popolare, nonché orientato a competere anche nella arena elettorale.

Queste forze in Italia accettano la tesi dello stesso Maduro, la quale attribuisce tutti i problemi del Venezuela, dalle difficoltà economiche allo stesso calo di voti ed aumento della astensione, alla ”guerra economica” scatenata dalla destra interna e dai suoi alleati globali. Questa guerra certo esiste, ma in un paese dalle enormi risorse come il Venezuela non avrebbe avuto questi effetti, se ad essa non avesse partecipato anche parte della classe dirigente Madurista, sia civile che militare, sotto forma di inefficienze, sprechi e soprattutto corruzione. Inoltre si conceda il fatto che almeno parte del calo di consensi a Maduro provocato dalla ”guerra economica”, sia stato compensato e controbilanciato alla grande dalla totale mobilitazione di tutte le risorse dello stato venezuelano, a sostegno della sua nuova elezione a presidente.

Ma la ragione più vera e profonda del sostegno totale tributato a Maduro da alcune aree politiche in Italia, deriva dalla convinzione che eventuali limiti o contraddizioni vadano messi in secondo piano, di fronte alla forte valenza socialista ed antimperialista delle politiche di Maduro. In realtà quello del Venezuela è un modello originale ed ibrido, che ancora mantiene le politiche sociali che avviò Chavez, ma dove ancora prevale nella economia il settore privato, e dove resta centrale lo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie in consorzio con le multinazionali, che però ora sono anche cinesi e russe. La stessa alleanza venezuelana con Russia, Cina, Iran ed ora anche Turchia, mi porta a pensare più che all’antimperialismo, ad una politica nazionalista e di difesa della sovranità. Per carità, legittima, ancor piu’ in una regione devastata dalle “interferenze” degli USA come il Sudamerica, ma chiamiamo le cose col loro nome.

Inoltre un’altra ragione profonda del sostegno totale a Maduro, in parte deriva da una concezione della ”rivoluzione”, dove il tema del consenso di massa e della egemonia vengono ritenuti secondari. In altre parole: quel che conterebbe é la conquista o il mantenimento del potere statale. Garantita questa base poi il consenso arriverà, o con le buone o con le meno buone. Per carità, anche in questo caso il problema resta chiamare le cose col loro nome: siffatta concezione più che al ”socialismo del ventunesimo secolo” prefigurato da Hugo Chavez per la Patria Grande latinoamericana, somiglia un tantino al socialismo reale del ventesimo secolo.

Surreale invece l’obiezione secondo cui chi critica Maduro sarebbe succube di una concezione liberale, occidentale ed eurocentrica della democrazia. A me pare il contrario. Maduro tuttalpiù incarna una versione originale delle ultime frontiere della deriva post democratica nel mondo: governi sempre più forti ed a prescindere dalla base di consenso. In altre parole, il “modello Maduro”, é parte del problema, e non della soluzione.

Concludo con due domande. Chi nell’Italia del 2018 manifestasse, prendendo spunto dal Venezuela, una cultura politica di questo tipo, può aspirare a costruire un soggetto politico-elettorale nel contempo di sinistra, di classe e popolare? Io la vedo davvero dura.

É possibile mantenere aperta in Italia una libera discussione su questi temi, proseguendo nello stesso tempo a sostenere i movimenti di base bolivariani, denunciando il golpismo di parte della opposizione interna ed il progetto di investire anche il Venezuela col nuovo ”Piano Condor” evocato da Correa, e contrastando qualunque piano di intervento militare esterno contro il Venezuela comunque mascherato ??.. Io continuo a credere di si.

Angelo Zaccaria, 11 Giugno 2018
angzac@yahoo.it

Questo articolo è stato pubblicato qui

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