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Ultime novità sulla riforma del sistema di legalità

Cominciamo dalle dichiarazioni del Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso in occasione delle celebrazioni per l’anniversario della strage di Capaci: «E’ difficile dialogare con chi ti prende a schiaffi. Con chi considera i magistrati matti, utopisti, antropologicamente diversi, persino un cancro da estirpare... ». Insomma la Magistratura non può proprio dialogare con un governo che, ormai è chiaro a tutti, ha trovato nei Pubblici Ministeri “di sinistra” il capro espiatorio cui attribuire tutti i propri errori, le proprie carenze, i propri insuccessi. In effetti le opinioni politiche, fra i Pubblici Ministeri, non v’è motivo statistico perché siano diversamente distribuite rispetto a come lo sono fra i Magistrati Giudicanti o fra i Notai o fra gli avvocati e così via; insomma ve ne saranno di destra come di sinistra come di centro e così via. Forse la loro particolarità è quella di entrare in contrasto con gli inquisiti, premier compreso, facendo il loro mestiere secondo legge. Lo stesso accade allo stopper con il centrattacco della squadra avversaria, a lui destinato per la marcatura; e quest’ultimo, quando perde il duello, spesso e volentieri strilla come un matto, implorando l’ammonizione dell’avversario ed asserendo di essere stato spinto a terra, anche se non è vero.

Passiamo quindi alla successiva dichiarazione del ministro Alfano che ha indicato in conferenza un biennio come necessario per l’avvio della riforma del sistema di legalità. Stranamente il termine coincide con la fine naturale della legislatura in corso. Insomma, tregua sino alle prossime elezioni. E qui non è chiaro perché si debba attendere la prossima tornata elettorale su un argomento così pressante per i cittadini (ovviamente non per gli strilli del premier, di cui solitamente poco o nulla importa all’italico popolo, bensì per l’ormai acclarato diffondersi dell’ingiustizia nella società a causa di gravi discrasie del sistema di legalità). Insomma non è chiaro a tanti perché l’intera legislatura debba essere andata persa dal punto di vista di questa essenziale riforma, di cui non si è neanche mai parlato se non in misura marginale, essendosi affrontati quasi solamente i problemi giudiziari del premier, abbastanza distanti ed estranei rispetto alle ingiustizie sociali.

Quanto sopra, però, darà ampio tempo per parlare dell’argomento, ove si voglia considerare la democrazia in termini di riflessione pubblica come «governo per mezzo del dibattito», un’idea alla cui promozione diede un notevole contributo il filosofo John Stuart Mill. Ed è proprio questo che vuol fare il vostro cronista, partendo da questa domanda: come deve essere un magistrato ?

Orbene, quel che conta del magistrato è la posizione: deve essere terzo ed indipendente rispetto gli argomenti che tratta. Come? Ce lo ha detto Rosario Livatino, il giudice-ragazzino ucciso dalla mafia nel 1990, in una passo fedelmente riportato nel saggio La giustizia è una cosa seria di Gratteri e Nicaso :

«L’indipendenza del giudice non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma è anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella indisponibilità a iniziative e ad affari, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione e il pericolo della interferenza».

Bellissimo; ma quanto lontano dalla realtà, con l’attuale sistema di regole che dilata oltremisura i processi e costringe ad un uso massiccio di giudici non togati? Quanto lontano dalla realtà con l’attuale frammistione fra Magistratura Giudicante e Magistratura Inquirente, con quest’ultima assolutamente non terza nell’incidere nella valutazione di qualunque imputato per ovvie ragioni, appunto, di posizione? Quanto lontano dalla realtà, con l’attuale sistema di gestione della Magistratura da parte del C.S.M., che definire corporativo è un eufemismo? Quanto lontano dalla realtà per l’assoluta indifferenziazione di carriera, di incarichi e di retribuzione fra magistrati di gran valore (esistono sempre i Falcone ed i Borsellino!) e magistrati che apertamente ed impunemente violano persino la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948?

Forse è questo un punto su cui si potrebbe aprire una pubblica discussione; ma dovrebbe venir meno il problema dei “P.M. di sinistra”, quello rilevato dal dottor Grasso.


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Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.94) 27 maggio 2011 16:12

    un interessante esempio di come la politica non debba per forza inficiare la riforma della giustizia è dato dal dialogo editoriale tra Carlo Nordio e Giuliano Pisapia (In attesa di Giustizia - Dialogo sulle riforme possibili) i quali, pur partendo da posizioni ideologiche differenti e distanti, trovano molti punti di contatto sulle riforme da attuare per migliorare il sistema Giustizia.

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