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Uccisioni e sparizioni: come gli stati hanno tradito i difensori dei diritti umani

Quando, nel 1998, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione sui difensori e sulle difensore dei diritti umani, la comunità internazionale s’impegnò a proteggere e riconoscere l’importanza del lavoro di queste persone.

Un rapporto di Amnesty International dimostra invece come occuparsi di diritti umani continui a essere un’attività estremamente pericolosa: nei due decenni trascorsi dal 1998, almeno 3500 difensori e difensore dei diritti umani sono stati uccisi o fatti sparire da attori statali e non statali.

Secondo l’organizzazione non governativa Frontline defenders, solo nel 2016 sono stati uccisi nel mondo almeno 281 difensori e difensore dei diritti umani, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Il numero reale è probabilmente assai più elevato, dato che molte delle vittime possono non essere state identificate come tali.

I motivi alla base dell’accanimento contro i difensori e le difensore dei diritti umani sono molteplici. Alcuni sono presi di mira a causa della loro occupazione (come nel caso di avvocati, giornalisti o sindacalisti), altri per opporsi a potenti attori che violano i diritti umani, altri ancora per aver condiviso informazioni o per aver aumentato la sensibilità sulle questioni relative ai diritti umani.

Molti rischiano di essere attaccati per quello che fanno e per ciò che sono: ad esempio, coloro che difendono i diritti delle donne, o delle lavoratrici del sesso o ancora delle persone Lgbtiq; oppure coloro che difendono i diritti dei popoli nativi e di altre minoranze; o infine coloro che operano durante i conflitti o all’interno di comunità che sono nella morsa della criminalità organizzata o di repressioni violente.

Se i motivi di questi attacchi possono variare, l’obiettivo comune è ridurre al silenzio coloro che si ergono contro l’ingiustizia o che sfidano interessi potenti. Questo silenzio, insieme all’impunità di cui beneficiano i responsabili, produce un effetto raggelante all’interno di comunità più grandi, erode lo stato di diritto e diffonde il messaggio che i difensori e le difensore dei diritti umani possono essere attaccati senza conseguenze.

Invece di difendere chi difende i diritti umani, molti leader nel mondo li mettono in pericolo attraverso campagne diffamatorie e la manipolazione del sistema giudiziario o etichettandoli come soggetti contrari agli interessi nazionali.

Per questo, nell’ambito della sua campagna “Coraggio”, Amnesty International sta sollecitando tutti gli stati a dare priorità a riconoscimento e alla protezione dei difensori e delle difensore dei diritti umani. Le autorità statali devono appoggiare pubblicamente il loro lavoro e riconoscere il loro contributo all’avanzamento dei diritti umani. Inoltre, devono prendere tutte le misure necessarie per impedire ulteriori attacchi nei loro confronti e portare alla giustizia i responsabili attraverso indagini e procedimenti giudiziari efficaci.

Ma, soprattutto, i governi devono affermare pubblicamente che le violazioni dei diritti umani nei confronti dei difensori e delle difensore dei diritti umani non saranno tollerate.

Chi volesse conoscere da vicino chi sono e cosa fanno i difensori e le difensore dei diritti umani in un paese come l’Honduras potrà incontrare Martin Gomez Vasquez e Margarita Pineda Rodriguez, dell’associazione MILPAH – Movimento indipendente degli indigeni Lenca di Lapaz, in Italia fino al 10 dicembre.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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