Lasciati alle cure della loro nonna, in un paese devastato dalla guerra, due gemelli iniziano l'apprendistato della vita e della crudeltà. Per non soccombere, per non dimenticare, descrivono ogni giorno in un grande quaderno, il bilancio dei loro progressi e la lista dei loro misfatti.
In un susseguirsi di fatti tranquillamente orribili, "Le Grand Cahier" (Il Grande Quaderno) ci narra senza preamboli, senza un pizzico di sensibilità, una favola incisa sull'infelicità della guerra e del totalitarismo, ma è anche un vero romanzo dominato dall'humour noir.
Il testo di Agota Kristof è nel contempo terribile e buffo. L'humour è senza dubbio l'ultima sua risorsa. Descrive la guerra attraverso gli occhi dell'infanzia. Due ragazzini che bramano di sottomettere il loro dolore, il caldo, il freddo, la fame. Ogni cosa che potrebbe raggiungerli nel profondo, uno sfuggire al loro stesso "male".
Questo primo romanzo è pubblicato nel 1987, ed è stato oggetto di numerosi adattamenti teatrali, l'inizio di una trilogia senza fiato, a cui segue: "La Prova" e "La Terza Menzogna". ("Trilogia della città di K", Einaudi)
Agota Kristof nasce nel 1935 in Ungheria e fugge dal suo paese di origine nel 1956 dopo che l'insurrezione nazionale è stata schiacciata; approda a Neuchâtel (Svizzera). Spesso ha dichiarato che costruiva le sue storie mentalmente, in quegli anni in cui era occupata nel lavoro ripetitivo della fabbrica di orologi.
Stranamente decide di non scrivere in ungherese, forse è solo un modo per esorcizzare l'esilio, adottando una seconda lingua già in età adulta, ma che le porta comunque il vantaggio di essere immediatamente letta nel posto in cui ella ormai da tempo, vive. La difficoltà del francese le mette un limite che la spinge ad addomesticare la parola senza manipolarla, cercando un significato quasi primitivo capace di lasciare intatto l'elemento poetico che caratterizza una buona parte dei suoi racconti.
Elias Canetti, sebbene per motivi diversi e ovunque egli si trovasse, prediligeva sulle altre quella che considerava la sua prima lingua: il tedesco. Dà un'interpretazione davvero splendida nella "Coscienza delle parole" e uno spessore a quel sentimento dell'estraniarsi dal luogo e dalle vicende vissute, un sentirsi costantemente altrove in una sorta di "Heimat" perduta, da cui trarre ispirazione per mezzo della scelta di una lingua piuttosto che di un'altra (ovviamente se si ha la possibilità di parlarne più d'una).
"C'è una cosa speciale che scopriamo a poco a poco tra le molte altre, vivendo nell'ambito di una lingua diversa, e cioè che non riusciamo a liberarci proprio delle parole in sé, delle parole singole, a prescindere dai più vasti contesti intellettuali in cui esse sono inserite. Avvertiamo come non mai la forza e l'energia di certe parole proprio se siamo costretti di continuo a metterne altre al loro posto".
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