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Transgender: vecchi tempi e tempi nuovi. Cosa è cambiato?

Era il 1983. Io e la mia amica Tiziana decidemmo che era arrivato il momento di dare corpo al nostro percorso di transizione di genere, cominciando ad indossare abiti femminili affinché divenissero per sempre la nostra nuova pelle. Fu allora che il proprietario del locale che frequentavamo da anni ci invitò a non farci più vedere: "Finché si vestivano da gay... ma gonna e rossetto no, nel mio locale vengono famiglie, bambini". E fu da allora che quella visibilità che avevamo sognato si trasformò presto in una vera e propria detenzione nella nostra casa senza luce e senza gas. Immediatamente precipitammo nel silenzio, che durò appena 24 ore. Perché con una lettera aperta al quotidiano il Messaggero, denunciammo l'accaduto e, tanto che c'eravamo, offrimmo una lunga cronologia di soprusi e vessazioni, alle quali avevamo deciso di contrapporci con tutte le forze. Una giornalista, che forse vide nel nostro "strazio" l'occasione di uno scoop di provincia che smuovesse un po' l'aria, raccolse la nostra rabbia e decise di rendere pubblica la faccenda, sotto la nostra spinta irrefrenabile.
 
"Diventa un caso nazionale la vicenda di Luca e Massimo" (ma quando mai)! Quella che vedete pubblicata è l'intestazione di uno dei tre articoli usciti dopo 24 ore dalla denuncia e da allora nulla fu come prima. La nostra visibilità esplose e l'intera città, addormentata da secoli, si affrettò delle più svariate reazioni. In primis, il rifiuto, la violenza, il totale e irrimediabile isolamento, che ci costrinse a quella detenzione forzata per più di un mese, durante le ore serali e notturne, nella nostra casa senza luce e senza gas.

Sociologi, intellettuali, personaggi della cultura, tutti si interrogavano su cosa fosse successo: "Transessuali, e che roba eh!". Erano anni in cui le persone transessuali non andavano in tv o nelle sedi parlamentari, o a protestare in piazza. A parte il MIT (MIT di Milano non di Bologna), che aveva ricattato l'Italia con audaci provocazioni di protesta e che costrinse il Parlamento, insieme ad alcuni deputati Radicali, a discutere la legge164/82 (legge De Cataldo), e ad approvarla in tempi brevissimi.

Ma noi, nella nostra casa senza luce, ci ritrovammo sole senza nessuno che si occupasse delle nostre istanze. Ma poco ci interessava, ci eravamo affezionate a quelle candele che illuminavano la nostra casa, ci permettevano di fare il caffè la mattina e di cucinare, solo a pranzo, un piatto di pasta con olio e parmigiano scaduto. Eccetto in quelle giornate fortunate, quando riuscivamo a rubare nell'alimentare sotto casa una scatoletta di tonno. Nell'articolo, il titolare del locale affermò che ci "accompagnavamo con i soldati" per pochi spiccioli.

Ci aveva decisamente sottovalutate, oltre che diffamate. Il suo locale dopo meno di un anno, chiuse i battenti. Avevamo solo 19 anni!

Questo mese di detenzione si concluse nella speranza che quella luce devastante dei riflettori si fosse almeno affievolita e tornammo a frequentare la città, aggirando qua e là tutta quella furia violenta che il nostro "uscire fuori" aveva scatenato. Non ci furono esponenti politici, istituzioni, associazioni che scesero ad accoglierci, benché la notizia uscì anche nella pagina nazionale del Messaggero. Noi non eravamo le vittime, da come potrebbe sembrare, ma le protagoniste. Protagoniste di un cambiamento e di una rivoluzione che necessitava di una velocissima consapevolezza e di non negoziare la costruzione del nostro progetto di vita. E nulla ci fermò!

Ma nessuna rete di protezione si organizzò per frenare tutta quella serie di violenze, abusi, soprusi e violazioni a cui la città e la quasi intera società civile ci aveva condannate. "Transessuali, ma sempre di froci si tratta". Noi, a differenza di oggi, non avevamo un interlocutore a cui rivolgerci, se non il "silenzio", il più feroce degli interlocutori.
 
Il silenzio! Quel silenzio che forse mai abbiamo avuto occasione e voglia di riscattare o di trasformare in modo significativo, ma che rintracciandolo tra le scartoffie di quegli anni terribili e splendidi racconta una spinta interiore e fisica inesauribile. Quella che ci ha portato fino a qui. Al contrario, il rumore di quel silenzio lo risento oggi, nella regressione sociale e politica di cui siamo artefici consapevoli. Perché se solo ci rendessimo conto di essere, oggi, un potenziale esercito ben addestrato, tutte noi persone transessuali non saremmo più costrette alla luce delle candele e a quel "freddo" che voleva impedirci di urlare la nostra esistenza e resistenza.
 
Luca era il nome che mia madre aveva scelto per me, il giorno di quella nascita curiosa, che l'avrebbe obbligata in futuro a viaggi misteriosi e sconosciuti. Luca ero e sono, Laura ero e sono. E sono Laura anche grazie a Luca, grazie a quella magica, seducente e straziante alchimia che mi ha permesso di liberarmi dalle manette degli stereotipi, dei generi "binari", dei dogmi, dei marchi di garanzia, per approdare ad una vita più "disgraziata", ma sicuramente una vita autentica, libera e liberata! Una vita al femminile, una vita al maschile, una vita in continua trasformazione e ricerca di sé!
 
Non esisterà mai una vera trasformazione, un vero cambiamento, senza una rocciosa consapevolezza costruita anche attraverso il dolore e l'orgoglio. Come auspico non esisterà mai più, per nessuno, quella casa senza luce e senza gas, con le persiane serrate per non sentire le urla di quei branchi affamati che, sotto la nostra finestra, erano pronti a fare di quell'occasionale silenzio, un definitivo silenzio!
Questo articolo è stato pubblicato qui


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