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The wife di Björn Runge

Un'anziana coppia di coniugi americani balla sul letto abbracciata: celebrano la chiamata di mattina presto dell'accademia per l'assegnazione del Nobel 1992 per la letteratura a lui, scrittore di chiara fama, tanti libri conosciuti nel mondo. E' festa grande, un premio da non credere, ma lui al telefono si è sincerato e non è uno scherzo; gli “amore! tesoro!” tra i due si sprecano, ma sono termini quasi abitudinari in certe coppie. Partiranno, un bell'aereo bianco li porta alla data canonica nella Stoccolma imbiancata; il figlio li accompagna, la figlia è rimasta negli Usa e sta dando alla luce un loro nipotino.

La vita non potrebbe andar meglio. Vengono ricevuti naturalmente con tutti gli onori, un'accompagnatrice per lo shopping per lei, una giovane fotografa per lui, un maestro delle cerimonie come si conviene con ospiti onorati. Ma già nell'aereo si è avvicinato a loro Nathaniel, un giornalista-scrittore che vorrebbe pubblicare una biografia sul grande autore, che lo allontana in malo modo perché lo teme come critico o divulgatore di segreti spiacevoli. Questo biografo non autorizzato avvicinerà però la moglie e il figlio, sa qualcosa che nessuno dovrebbe sapere. Non si capiva infatti perché il figlio è scorbutico col padre, in sé persona senza molto tatto e un tantino sgradevole, rozza: scrive anch'egli ma si sente non riconosciuto dal papà premio Nobel. Ricorda quante volte lui e la sorella dovevano rimanere fuori dalla porta dello studio dove papà scriveva assistito dalla madre.

Dei flash-back mostrano la coppia nel 1958, lui è professore di letteratura, insegna a delle giovani aspiranti scrittrici tra le quali conosce la futura moglie: a lei una vera scrittrice del tempo dice che i libri delle donne, anche premiate o riconosciute, finiscono nelle librerie delle case a prendere polvere. Non basta il valore, bisogna essere maschi per salire nell'olimpo degli scrittori, negli anni '50. Così dice il film.

 

La rozzezza del novello Nobel risiede nelle battute anche pacchiane, nel non ricordare nulla dei personaggi dei suoi libri, nell'essere un impenitente dongiovanni: The Wife, lei, ha sopportato nell'ombra, della gloria del marito è stata partecipe, lui la chiama “socia di scrittura” … Ma al conferimento del premio al cospetto del re e al sentire la motivazione solenne del Nobel, deve aver pensato che quelle parole celebrative appartengono a lei, l'espressione del suo viso sembra dirlo e lascia la sala dei festeggiamenti, vuole lasciare anche il marito e tornarsene a casa col figlio. Che lontana questa coppia che discute alla fine, o la devota moglie che mette a nudo le falle del loro rapporto, con gli “amore! tesoro!” del prologo.

 

E' film da altro “olimpo”, quello del cinema, per l'interpretazione dei due, Joan interpretata da Glenn Close e il presunto scrittore Joe Castleman (Jonathan Pryce), perfettamente leggibili nei loro ruoli, soprattutto della Close (indimenticata femmina perversa di Attrazione Fatale), lasciano indovinare perfino i loro pensieri, le parole e ancor più i silenzi descrivono chiaramente i loro trascorsi e il “contratto” che hanno portato avanti, la ghost-writer e il “famoso scrittore”. Regia condotta senza sbavature, misurata. Glenn Close non da Nobel ma da Oscar.

 

P.S. Per carità di patria non andrebbero fatti confronti con un film italiano recente, Una storia senza nome, di cui nessuno forse parlerà più per la sua pochezza, nonostante il pot-pourri di temi messo in campo dal regista Roberto Andò, e la selva di bravi attori italiani impiegati nell'opera, riconosciuta di “interesse culturale” dunque meritevole di contributi statali: un Caravaggio rubato, la mafia, la ghost-writer (Micaela Ramazzotti) che scrive per un altro perdigiorno (Alessandro Gassman), il suggeritore della ghost-writer (Renato Carpentieri) che si scopre essere il padre della stessa, la madre di questa (Laura Morante) che non vuole più vederlo, il tema poliziesco, il thriller e la suspence, la pretestuosa e inutile storia d'amore tra la scrittrice e il perdigiorno, tante trovate per così poco. In quel film “furbo” è detto più o meno che il fare film può avere a che fare col crimine, coi soldi, col produrne a ogni costo. Velo pietoso.

 

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