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"The Disaster Artist": bomba ad orologeria su una delle figure più ascetiche e off Hollywood della storia cinematografica

San Francisco, 1998. Durante un corso di recitazione il timido Greg Sestero (Dave Franco) fa la conoscenza del carismatico e misterioso Tommy Wiseau (James Franco). Entrambi sognano di diventare attori professionisti ma nessuno dei due riesce a sfondare. Ben presto Greg e Tommy diventano amici e, di comune accordo, decidono di trasferirsi a Los Angeles in cerca di opportunità. Ma ogni provino diventa sempre più sconsolante fino a quando Tommy, folgorato da un’idea, decide di scrivere, dirigere e interpretare il film The Room. Greg, inizialmente riluttante a partecipare al progetto dell’amico, accetta. Il duo, così, ingaggia un’intera troupe professionista per dar vita a uno dei set più surreali della storia del cinema.

Se a Ed Wood è toccato l’epiteto postumo di peggior regista di tutti i tempi, a Tommy Wiseau, semisconosciuto regista, sceneggiatore e attore invece è stato attribuito il “merito” di aver girato uno dei lungometraggi più inguardabili o come ha affermato il critico Clark Collis «il Quarto potere dei film brutti». Nel bene o nel male, quindi, Wiseau è materia di dibattito e, di certo, non poteva non diventare il protagonista di The Disaster Artist, opera filmica incentrata sulle sue vicende. Diretto e interpretato dal poliedrico James Franco (qui in coppia con il fratello Dave) The Disaster Artist è una bomba ad orologeria su una delle figure più ascetiche e off Hollywood della storia cinematografica. A metà strada tra il più puro biopic e la commedia dal sapore indie, The Disaster Artist è un classico esempio di metacinema, di quel cinema che narra di se stesso e, come in un gioco di scatole cinesi, “nasce” e “muore” parlando della Settima arte. Tra camei, citazioni visive e pronunciate, messa in immagini di tutto un campionario di luoghi legati al patrimonio cinematografico losangelino, il film di Franco è un prodotto bicefalo: da un parte The Disaster Artist è la cronistoria dell’incontro tra l’attore e modello Sestero e Wiseau, la nascita della loro amicizia, la condivisione di un comune sogno e obiettivo difficile da concretizzare ma non per questo motivo impossibile, dall’altro lato, invece, è un’aspra satira critica contro lo stesso sistema hollywoodiano, verso la Mecca del cinema americano nella quale, se non si è nessuno e non si riesce a farsi notare per brillantezza e originalità, si è considerati alla stregua di una nullità, di un fantasma che si muove, senza sosta, in un mondo di “vivi” popolato da star attoriali, registi di nota fama, produttori snob e sceneggiatori all’ultimo grido.

Ed è contro questo metaforico sbarramento impenetrabile come un muro di cemento armato che tutte le idiosincrasie di un personaggio come Wiseau vanno a schiantarsi. Tra porte sbattute in faccia, allontanamenti e le ormai stereotipate frasi del “faremo sapere” Wiseau concepisce il suo urlo di ribellione, quel The Room che, nella teoria, dovrebbe essere la risposta dimostrativa di come, anche al di fuori del circolo di produzione delle major, una mente sui generis e visionaria può, in qualche modo, avere il pieno controllo sul proprio “figlio” di celluloide. Eppure, nonostante tutte le buone intenzioni possibili e (in)immaginabili, la visione d’autore fuori dagli schemi del regista crolla di fronte la cruda apparenza della realtà: il suo non è il miglior film del mondo, l’apoteosi del dramma indipendente ma – piuttosto – il re assoluto del trash più imperituro e in(volontariamente) grottesco e comico. In fondo The Disaster Artist si plasma sulla sua stessa natura autoreferenziale, quella di un film su un film e la sua travagliata e incredibile tragicomica genesi: nel duplice ruolo di regista e attore in scena James Franco – oltre a dare, letteralmente, anima e corpo a Tommy Wiseau, personaggio come pochi e sul quale, fino a poco tempo fa, sono state espletate le più bizzarre teorie sulle sue vere origini e la sua ricchezza spropositata – anche dietro la macchina da presa sa il fatto suo, concatenando le scene in quella che potrebbe essere considerata un’unica, lunga sequenza di oltre novanta minuti che, nella riproposizione dei veri fatti, sorprende e colpisce basso con il suo carico scoppiettante di black humour e spiazzante comicità.

La demenzialità in The Disaster Artist, infatti, tracima ininterrottamente senza tuttavia ancorarsi al più becero turpiloquio condito dalle più svariate volgarità giacché, tra i tanti punti forti da riconoscere a questa coraggiosa opera vi è quello di non essere mai veramente volgare anche nei momenti poco politically correct. Tra deliri d’“autore”, capricci senza senso e giorni di riprese asfissianti e sfiancanti, The Disaster Artist è la messa in scena del coronamento di un sogno che, ciononostante abbia più le connotazioni di un incubo ad occhi aperti, prende forma consacrando The Room sì come opera bistrattata e fatta a pezzi dalla critica di mezzo mondo ma – parimenti – diventata nel corso degli anni oggetto di culto tra gli appassionati e nelle proiezioni di mezzanotte. Opus cinematografica dissacrante e coinvolgente sotto ogni punto di vista The Disaster Artist, oltre a far conoscere nel dettaglio una pagina – veramente “alternativa” – della storia del cinema è un monito (poi non tanto serioso ma non per questo blando e da prendere con indifferenza) di incoraggiamento verso la realizzazione dei propri sogni anche a costo di ricevere le più aspre e distruttive critiche perché, detto con una certa e inequivocabile sincerità, nutrire un sogno è avere il coraggio di andare oltre le convenzioni imposte dalla società e da chi detiene il potere, in modo tale da plasmare il proprio essere e, così, poter dire al mondo intero: “guardate, questo sono io!”.

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