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Svezia, incubo "Democratici Svedesi". L’Immigrazione spingerà i partiti tradizionali ad allearsi?

La Svezia è tradizionalmente un Paese multiculturale, aperto all'immigrazione e dal welfare confortevole. Negli anni della crisi migratoria è stata presa d'assalto, facendola diventare uno dei Paesi a più alto tasso di immigrazione d'Europa. Sia la Destra tradizionale che la Sinistra hanno sbagliato. Democratici Svedesi, un partito etichettato come neonazista, ne sta beneficiando e può cambiare le regole del gioco della vita democratica della Svezia.

C’è un nuovo vento nazionalista, populista e intollerante che soffia su Bruxelles: quello che spira da Stoccolma, capitale della Svezia, uno dei Paesi più tolleranti e accoglienti d’Europa. Domenica 9 settembre circa 6 milioni di svedesi sono chiamati alle urne per il rinnovo del Riksdag, il Parlamento svedese. Assieme al Parlamento si vota per le comunali e per le Landsting, una sorta di amministrazioni regionali che hanno per principale compito quello di amministrare la Sanità pubblica e i Trasporti nei 20 distretti.

Dopo 4 anni di governo di minoranza della coalizione tra Partito Socialdemocratico dei Lavoratori (Socialdemokraterna), Verdi (Miljöpartiet), sostenuti dal partito della Sinistra (Vänsterpartiet), e dopo due mandati alla Rosenbad della destra moderata di John Fredrik Reinfeldt, al governo dal 2006 al 2014, Stoccolma potrebbe virare verso la destra estrema di Democratici Svedesi (Sverigedemokraterna), guidati dal leader Jimmie Åkesson, in forte ascesa. Molti organi di stampa hanno lanciato l'allarme in vista di una Svezia alla deriva autoritaria, ma la situazione è un po' differente.

I partiti tradizionali, per nulla inclini ad allearsi con Åkesson, sono in crisi e non sembrano più in grado di calarsi nelle esigenze del Paese e di guidarlo: più di tutti il Partito Socialdemocratico, il partito della rosa rossa, il più grande e longevo della Svezia, che negli anni 80 ha viaggiato su quote tra il 40-45 percento dei consensi, e che alle scorse elezioni, vinte, ha ottenuto uno “scarso” 31 percento, la percentuale più bassa degli ultimi 104 anni. Numeri che stando ai sondaggi non dovrebbero migliorare, con un calo di altri 8 punti percentuali alle prossime consultazioni, seppur restando primo partito del Paese (23,8 %).

Questo nonostante i dati economici premino Stefan Löfven, l’attuale premier e leader del Socialdemokraterna. L’economia cresce che è una meraviglia: il Pil segnerà un deciso + 3,3 percento nel 2018, quasi il doppio della Germania. La disoccupazione è a minimi: il 6 percento, il più basso dal 2010, comunque di due volte superiore a quella danese o norvegese. Il paradosso, ma forse è proprio questo il punto, è che il partito che più ha contribuito a costruire il proverbiale welfare svedese, e tra i più friendly con l’immigrazione, sia oggi in affanno perché incapace di gestire il flusso e di integrare realmente gli “ospiti”.

La Svezia, da molti considerata una “superpotenza umanitaria”, è ora scossa da episodi di violenza nelle periferie, soprattutto in quelle a larga concentrazione di migranti: tra cui quelle della città industriale di Malmö, della capitale Stoccolma, teatro nell’ultimo anno di 129 sparatorie, di cui 19 fatali, o quelle di Gotemburgo, Hjallbo e Trollhättan, la città della Saab, dove non più tardi di un mese fa sono state incendiate più di 100 auto, per mano di uomini incappucciati, forse curdi, in quella che è sembrata essere una violenza organizzata sui social media. Un nuovo “hobby” e molto diffuso, visto che l’anno scorso il numero di auto incendiate è stato altissimo: ben 237. Non solo mere dimostrazioni di forza: pochi mesi fa, a marzo, un 61enne di origine cilena è morto mentre tornava a casa in bici.

Era arrivato in Europa scappando dal Cile di Augusto Pinochet, e aveva ottenuto ospitalità grazie ad una serie di politiche favorevoli varate dall’allora ministro Olof Palme, un ministro liberale contrario alla pratiche del dittatore cileno. Ad ucciderlo un’esplosione di una granata finita accidentalmente sulla pista ciclabile durante una lotta tra bande criminali rivali. Negli ultimi anni il commercio di armi pesanti è diventato una vera emergenza in Svezia, aggravata anche dall’apertura del ponte dell’Oresund. Ellen Barry e Christina Anderson, sul “New York Times”, hanno scritto come il ponte dell’Oresund, celebrato al tempo dell’inaugurazione, nel 2000, come una sorta di estensione di un’Europa vivace e senza confini, sia ora uno strumento che facilita “i traffici di persone, armi e droga”. Uno smercio, quello di armi pesanti, che ha trovato la Svezia impreparata: se prima del 2014 nel Paese delle Tre Corone si maneggiava a malapena una bomba a mano all’anno, un numero irrisorio, durante il governo Löfven il numero è cresciuto a dismisura: 45 ordigni nel 2014 e 55 nel 2015. Spesso per mano di siriani, di afghani e di iracheni. Numeri allarmanti per un Paese che da duecento anni non conosce la parola guerra e che solo recentemente, vista l’aggressività delle politiche internazionali della Russia, sta pensando all’ingresso alla Nato.

Ma la mala-gestione dell’immigrazione, uno dei temi caldi che sta minando l’intera coesione dell’Unione Europea, non è affare solo della sinistra di Löfven, accusato, come la Merkel in Germania, di aver lasciato le porte troppo aperte: anche Reinfeldt, suo predecessore, nel suo secondo mandato, quando è iniziata la crisi migratoria, ha usato politiche e toni concilianti verso i richiedenti asilo. In un suo discorso, durante la campagna elettorale di quattro anni fa, l’ex leader del Partito Moderato (Moderaterna) ha chiesto agli svedesi di “aprire i propri cuori” ai migranti in fuga dalle guerre, e di non pensare al loro costo. Affermazioni che hanno contribuito alla disfatta elettorale: 23,3% dei voti per i Moderati, il partito guida della coalizione dell’Alleanza, quella di centrodestra, e solo 84 scranni in seno al Rikstdag (-23 rispetto alle precedenti elezioni).

Grazie a un accordo con i Verdi, nel 2011, Reinfeldt ha facilitato i permessi per le riconciliazioni familiari e ha permesso l’accesso al sistema sanitario anche ai migranti senza documenti, facendo lievitare inverosimilmente le liste di attesa per una prestazione. Inoltre, “The Economist” ha stimato in 8 mila euro il costo annuo di ciascun immigrato. Non poco per un paese sì ricco, ma che negli anni della crisi ha sacrificato parte del welfare.

La Svezia è tra i Paesi che detiene il più alto numeri di migranti pro-capite d’Europa: 16.9 migranti ogni mille persone, quinta dopo Irlanda, Cipro, Malta e Lussemburgo. Una crisi esplosa nel 2015, quando le richieste sono state 163 mila. Un numero, però, che è andato man mano calando di 26 mila unità ogni anno successivo.

Episodi inusuali e numeri da capogiro che fanno capire il perché Democratici Svedesi abbia fatto man bassa di consensi sul tema migranti. Tanto che il premier Löfven, accusato di incapacità dai propri detrattori, è dovuto ricorrere alla sospensione di Schengen e alla chiusura temporanea dei suoi confini, da maggio a novembre di quest’anno. Löfven è stato costretto a un “inversione a U”, e ha promesso che in futuro il suo partito si impegnerà a ridurre l'accesso dei richiedenti asilo, avvicinandosi sensibilmente alle posizioni di Ulf Kristersson.

Il partito dei Moderati, guidato da Ulf Kristersson, ex ginnasta e comunicatore di talento, ha promesso di mettere un tetto ai richiedenti asilo, in linea con la proposta, rigettata, dell’ex ministro degli esteri Moderato Tobias Billström, nel 2013, durante il secondo governo Reinfeldt.

Kristersson, che dovrà faticare non poco per diventare premier, è etichettato come un politico di “tante parole e di pochi fatti”, in passato ha criticato il modello di integrazione svedese, paragonandolo all’apartheid sudafricano, visto che renderebbe gli immigrati passivi e lontani dalla forza lavoro (vedi "La storia di Tarek"). Proprio il tema dell’immigrazione, l'investire sulla sicurezza, l'abbattimento delle liste di attesa nella Sanità (molto sentito dai cittadini) e l'innalzamento della qualità dell’Istruzione, potrebbero essere la chiave per la formazione del nuovo governo, trasversale ed europeista e impregnato dalla voglia di riaccaparrarsi il consenso degli elettori.

Nessuno vuole stare con Democratici Svedesi, che si classifica come un partito sovranista, di estrema destra, con radici neonaziste, ma che sta pian piano avvicinandosi all’elettorato più moderato. Tra le sue politiche migratorie, fanno notare, non primeggiano politiche razziste, piuttosto la volontà di chiudere le frontiere a tutti i migranti, non provenienti dalla Scandinavia e dalla Danimarca. Negli ultimi periodi in Svedesi Democratici sono confluiti membri del partito dei Moderati, che stanno cambiando il partito. Tra questi c’è Karl Robbjens, di colore e di origini libiche, che da tre anni fa parte del partito simboleggiato dall’erba trinità. Tra i suoi obiettivi c'è quello di combattere l’inefficace modello di integrazione in Svezia.

Svedesi Democratici è favorevole alla Swexit e guarda con ammirazione alla Russia. Non proprio due capisaldi delle politiche estere tradizionali del Paese. La Svezia, infatti, che non fa parte dell’Eurozona, ma beneficia, e non poco, del mercato unico, che dà una spinta decisiva all’economia, ha tutto l'interesse a non aprire una crisi con Bruxelles. Anche per questo, e per rimediare a propri errori, i partiti tradizionali potrebbero allearsi.

Un recente sondaggio della radio pubblica svedese (Sveriges radio) ha evidenziato come la maggioranza degli elettori dei partiti di centrodestra preferirebbe una coalizione, anche se difficile, con il debole premier socialdemocratico Stefan Löfven. Tra i due blocchi c’è un distacco minimo: 40,2 percento per la sinistra e 38,9 per l’Alleanza. Un accordo è possibile e conveniente.

Al Governo potrebbe partecipare anche il Partito dei Verdi, a rischio di non superamento della soglia di sbarramento del 4 percento e sensibile al potenziamento del comparto dei Vigili del Fuoco, tema “caldo”, vista la grave crisi di incendi di quest’estate. Non sarebbe una novità un nuovo governo di minoranza, con appoggio esterno, in un Paese che storicamente è stato guidato da governi di questo tipo: negli ultimi 36 anni, infatti, solo un governo, il primo di Reinfeldt, è stato di maggioranza.

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