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Sulla libertà di espressione delle macchine

Temo che ci sia un enorme fraintendimento alla base dell’editoriale sul New York Times in cui Tim Wu si chiede se le macchine siano dotate di parola, e se dunque ciò che dicono meriti la protezione del Primo Emendamento.

Per escludere si tratti di un problema di fantascienza, o un non-problema, Wu sostiene che «abbiamo delegato molte delle nostre decisioni alle macchine». E certo, è innegabile che ciò stia avvenendo. Ma siamo sicuri che siano le «macchine» a decidere per noi, e che non siano piuttosto altri esseri umani a decidere con noi attraverso di loro? Si prendano gli esempi fatti da Wu: il navigatore satellitare che ci dice dove andare; Word che corregge i nostri errori; Facebook che ci consiglia nuovi amici. Eppure nessuna di queste sembra essere qualificabile come una decisione in senso umano; nessuna sembra esprimere un pensiero o una intenzione del programma. Siamo noi a dire dove vogliamo andare al navigatore; noi a inserire le parole che Word cerca di correggere; quanto ai nuovi amici su Facebook, è una decisione derivante dall’algoritmo creato dagli ingegneri della piattaforma. Insomma, niente di concreto? No, se non fosse che Google da tempo cerca di proteggere con l’ombrello costituzionale il modo con cui presenta i risultati delle nostre ricerche.

Anche nella recente relazione del giurista Eugene Volokh, di cui ho scritto per Linkiesta, l’argomentazione è esattamente quella ipotizzata da Wu: «search is speech». La ricerca è parola. E quindi va protetta come tale. Eppure, leggendo attentamente le pagine di Volokh, si comprende che a essere meritevole di protezione è la decisione dei programmatori di Google di costruire un algoritmo che presenti certi risultati e non altri, oltre alla discrezionalità dei suoi impiegati di rimuovere o promuovere i risultati che ritiene vadano rimossi o promossi. Anche qui, a meritare protezione è un insieme di scelte umane, non della «macchina». Per Wu considerare le macchine capaci di libera espressione potrebbe avere la conseguenza sgradevole di liberare Facebook, per esempio, dalla responsabilità di dover giustificare la scelta di quali dei nostri dati privati divulgare. Ma non si capisce per quale ragione una macchina, se anche avesse i diritti garantiti dal Primo Emendamento, dovrebbe poter non essere oggetto dei doveri contenuti negli articoli della Costituzione, o nelle leggi sulla privacy. Se è abbastanza consapevole per parlare, perché non dovrebbe esserlo anche per pagarne le conseguenze?

Wu conclude con una frase a effetto: «dare ai computer i diritti creati per gli esseri umani significa elevare le macchine sopra noi stessi». Ma forse è proprio lui ad attribuire alle macchine qualità umane per rendere più affascinante un editoriale che altrimenti suonerebbe molto meno appetibile. Perché, a rigor di logica, dovrebbe porre un problema su questa falsariga: «Le decisioni degli ingegneri e dei programmatori delle macchine che usiamo tutti i giorni per aiutarci a prendere scelte più o meno importanti per la nostra vita meritano di essere considerate libera espressione del pensiero?» O anche: «Un algoritmo è parola?» Se ne può discutere, ma difficilmente sarebbe una conversazione su «macchine che parlano».

(Illustrazione: Kashmachine.ca)

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