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Stato islamico: come fece terra bruciata nelle zone rurali yazide

Del genocidio della comunità yazida, altrimenti dimenticato, si è tornati a parlare il 10 dicembre in occasione del conferimento del Nobel per la pace a Nadia Murad.

Gli yazidi hanno subito crimini orribili durante l’invasione dei loro territorio, situato nell’Iraq settentrionale, da parte dello Stato islamico (nella foto di Alessandro Rota del 25 gennaio 2016, una fossa comune scoperta a Sinjar).

Nell’agosto del 2014, i miliziani dello Stato islamico rastrellarono e uccisero tutti gli uomini e i ragazzi che non erano riusciti a fuggire sulle alture della montagna del Sinjar. Poi rapirono, resero schiave e vendettero circa 6000 giovani donne e bambine in altre zone dell’Iraq e in Siria.

A dicembre venne riconquistata la zona a nord della montagna del Sinjar e nel novembre 2015 fu ripresa quella a sud. Il governo regionale curdo assunse il controllo dell’area per poi consegnarla al governo centrale iracheno nell’ottobre 2017.

Nel frattempo, il millenario stile di vita degli yazidi, una comunità prevalentemente agricola, era stato semplicemente cancellato.

In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha denunciato tutta un’altra serie (oltre a omicidio, persecuzione, stupro e riduzione in schiavitù) di crimini di guerra e contro l’umanità commessi dallo Stato islamico nelle zone rurali: inquinamento dei pozzi d’acqua, sabotaggio delle linee elettriche, distruzione di infrastrutture agricole come i sistemi d’irrigazione, incendio sistematico degli alberi da frutta, razzie di bestiame e macchinari agricoli e, per finire, il tragico lascito di un’enorme quantità di mine terrestri lasciate sui terreni.

Le autorità locali stimano che nella sola area intorno a Sinune, 400 pozzi su 450 siano stati resi inutilizzabili riempiendoli di calcinacci, rifiuti o petrolio.

La produzione agricola risulta calata del 40 per cento rispetto al 2014. Prima dell’arrivo dello Stato islamico, due terzi degli agricoltori iracheni avevano accesso all’acqua per irrigare mentre tre anni dopo la percentuale era scesa al 20 per centoCirca il 75 per cento del bestiame è andato perso e in alcune aree la percentuale è persino del 95 per cento.

Di conseguenza, centinaia di migliaia di agricoltori yazidi sono sfollati e le loro famiglie non possono tornare a casa: riprendere le loro attività è impossibile.

Solo la metà delle persone sfollate dopo che lo Stato islamico aveva occupato l’area di Sinjar ha potuto farlo. Numerosi sfollati interni hanno detto ad Amnesty International che non hanno più nulla e che le loro coltivazioni e il loro bestiame sono stati decimati. Lo stesso vale per altre zone agricole dell’Iraq.

Nel 2018 il governo iracheno ha adottato un piano quinquennale per la ricostruzione delle zone rurali. Ma, per farlo funzionare, occorreranno somme ingenti oltre naturalmente alla volontà politica di considerare realmente prioritario pulire i pozzi e riparare i sistemi d’irrigazione e le altre infrastrutture agricole per consentire agli sfollati yazidi di tornare alle loro case e ai loro campi.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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